La demolizione controllata dei sogni

Fonte: Adnkronos Salute (15 novembre)
Quattro giovani medici su dieci pentiti di aver scelto professione
In Italia quattro giovani medici su dieci, se potessero tornare indietro, non farebbero più la scelta di indossare il camice bianco. A posteriori, infatti, il 40% dei medici afferma che non intraprenderebbe più questa carriera. E’ quanto emerge dallo studio sulla situazione lavorativa e professionale dei giovani camici bianchi, condotto dall’Ordine dei medici di Roma e presentato oggi nel corso di una conferenza stampa. Questi ‘pentiti’ del camice denunciano di aver subito, per questa loro scelta professionale, danni sotto vari profili: ritardo nel metter su famiglia, la rinuncia ad avere figli, il mancato raggiungimento dell’autonomia economica e dello status sociale desiderato. Ai medici under 45 è stato anche chiesto di esprimere un voto (tra zero e 10) che indicasse in che misura percepiscono la stabililità della loro situazione lavorativa. Il voto medio è stato pari a 5 e, cioè, meno della sufficienza. Il voto dato alle prospettive di carriera è più basso: 4,9.
Questa nota me l’ha inviata il mio amico Matteo, suggerendomi di farne un post. Il che sarebbe anche legittimo, se la notizia non si commentasse da sola. E poi non direi nulla di nuovo oltre ai soliti discorsi triti e ritriti sulla situazione della sanità italiana, sui medici che lavorano il doppio e guadagnano la metà dei loro padri e nonni, sui tagli selvaggi ai budget, sulle vessazioni quotidiane da parte di pazienti e spesso anche di amministratori poco illuminati: sono le storie che racconto ogni giorno, e che racconto spesso non per esperienza personale ma perché ormai questo blog ha creato una rete inimmaginabile di relazioni con colleghi di mezza penisola che mi tengono al corrente dei loro patimenti anche senza mai intervenire in prima persona sul sito.
C’è solo una cosa, una cosa, che però ci tengo a dire. Qui non si tratta soltanto di giovani scontenti della loro scelta: di medici infelici ce n’è tanti, in giro, e sono scontenti perché il lavoro che fanno non gli piace. O sono scontenti perché non guadagnano abbastanza, e quel lavoro lì vale come qualunque altro. Il problema è di quelli che hanno sognato di fare il medico sin da bambini, che hanno coltivato sogni e aspirazioni e, semplicemente, hanno sgobbato duro per arrivarci. Perché la scelta del lavoro, in questo caso di fare il medico, talvolta non è casuale, non è un ripiego o una scelta di comodo: magari uno lo ha sempre desiderato, ed è quella la strada che ha scelto per costruire qualcosa di buono invece che limitarsi a tirare fine mese (come fanno i più).
E allora c’è in gioco non solo la carriera ma i sogni dei giovani (medici e non): e quelli che i sogni ce li stanno ammazzando avranno diritto, almeno lo spero, a dolorose punizione eterne. Perché avere vent’anni e disperare del proprio futuro non è solo un problema nazionale, europeo o mondiale: è qualcosa di più, è il segno di un sistema andato a male e di intere generazioni che invece di costruire hanno distrutto e poi razziato. Adesso non resta più molto da razziare, è vero: ma i sogni di quel ragazzino di quindici anni che da grande vuole fare il medico (il muratore, l’idraulico, il pittore, il postino, l’astrofisico nucleare) tenderei a considerarli sacri.
Anche se qui, oggi, di sacro non c’è rimasto più nulla.

 

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