La grande abbuffata (ossia, del consenso informato)

C’era una volta un mondo non perfetto, giacchè la perfezione non è di questo mondo, ma dai sentimenti di sicuro meno esasperati. Un luogo in cui i pazienti si rivolgevano ai medici con fiducia, e la maggioranza dei medici ricambiava questa fiducia con la famosa diligenza del buon padre di famiglia (come rammento dall’esame di medicina legale, ormai perduto nei pelaghi della memoria). Dico la maggior parte perche, per amore di verità, bisogna pure ammettere che la classe medica non è mai stata popolata solo da santi e uomini probi; ma tant’è: io ci vivo in mezzo, a questa gente, e se dico la maggior parte potete credermi sulla parola.
Poi, un giorno, in questo mondo non perfetto ma forse più equilibrato, qualcuno ebbe l’idea innovativa: Ma perché devo fidarmi ciecamente del medico? Perché non devo decidere in autonomia della mia salute? Perchè devo accontentarmi solo di ciò che mi dice lui, e non posso avere diritto a forme di tutela più articolate?

Il che, detto come va detto, è anche sacrosanto: aumentano la consapevolezza dell’individuo, il suo livello culturale, e dunque anche l’esigenza di gestire in prima persona i propri guai.
Bene: i medici hanno cominciato a informare i pazienti. A informarli prima di un intervento chirurgico, perchè è giusto conoscere i rischi della sala operatoria; a informarli prima di un’anestesia, perchè uno potrebbe anche non risvegliarsi dal sonno profondo indotto dal rianimatore; a informarli persino prima di un esame radiologico, perchè anche i mezzi di contrasto possono dare reazioni allergiche pericolose.
Nella routine quotidiana, nel nostro mondo imperfetto, quella del consenso informato è diventata un’ossessione. Le informazioni le davamo anche prima, a chi ce le chiedeva; adesso l’unica differenza è una quintalata di modulistica obbligatoria e complessa come la compilazione casalinga del 740, fatta firmare a un paziente che, nove volte su dieci, se viene a sapere che una Tac col mezzo di contrasto gli può costare la pelle (è molto raro come evento, ma può succedere) perde altri dieci minuti a torturarsi nel dubbio di sottoporsi o meno a quell’esame (che non può essere sostituito con un altro meno rischioso ma che fornirebbe anche meno informazioni vitali). E, alle volte, decide di alzarsi e andarsene per un rischio calcolato nell’ordine di una morte su svariati milioni di esami.
Ma l’ossessione non è tanto dei pazienti, quanto dei burocrati amministrativi ospedalieri. Quelli vivono nel terrore: il reclamo dell’utente, come viene chiamato, è peggio del giudizio universale. Finire sul giornale per un disservizio è peggio della dannazione eterna.
Il paziente, lui, corre altri rischi. Nell’orgia di auto-organizzarsi la propria personalissima strada diagnostico-terapeutica pesca informazioni dappertutto: sui programmi di fantamedicina della domenica sera, sui settimanali, su internet. Luoghi in cui si può prendere per buona qualunque verità senza poterla approfondire: un po’ come i nostri politici durante l’ultima campagna elettorale, sempre lì a snocciolare cifre su cifre senza mai citare le fonti.
E allora, cari pazienti, se volete farvi i conti fateli per bene. Decidete se è meglio il fai-da-te di chi vi dice che opera centomila tumori all’anno senza fare accenni alla sopravvivenza nel tempo (che è la cosa che conta, credetemi) o se è meglio andare nel vostro ospedale, sedervi di fronte al vostro medico e parlare con lui delle possibilità che avete a disposizione.
E’ una scelta libera, ritengo, e doverosa.
L’unico problema è che ne va della vostra vita.

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