La guerra delle generazioni

Questo è un post molto lungo, ha poco a che fare con la Radiologia ed è parecchio incazzato. Se volete leggerlo, armatevi di pazienza e comprensione.

Dopo le molte, dolose e irrispettose provocazioni lo aspettavo al varco, il primo coraggioso della vecchia generazione: e finalmente il coraggioso è arrivato. Sotto le mentite spoglie del signor Alvaro (il nome è fittizio, of course), settantatré anni, improbabile aficionado del presente blog, non precisato il lavoro svolto durante la vita produttiva, verve da polemista.

Il signor Alvaro, come molti altri che in questi anni mi hanno scritto lettere polemiche (indimenticabile uno tra tutti, il quale si era convinto che i miei post costituissero attacchi mirati alla sua persona e cercava di intimidirmi citandomi le sue letture di elevato livello intellettuale), non mi ha dato l’autorizzazione a pubblicarla integralmente: io rispetto le volontà altrui, perché sono un ragazzo educato, anche se spesso non le condivido. Però, in compenso, mi ha consentito di stralciare e parafrasare alcuni passi della sua missiva e di rispondere pubblicamente. Va da sé che, qualora la mia interpretazione del di lui pensiero non dovesse corrispondere al (di lui) autentico pensiero, mi impegno fin d’ora a pubblicare le rettifiche che il signor Alvaro vorrà inviarmi.

Il succo della questione è il seguente: il signor Alvaro è irritato per le critiche che rivolgo alla sua generazione. Le trova ingiuste e ingiustificate: la sua generazione ha compiuto il miracolo economico, dice lui, e ha rimesso in piedi un paese devastato dalla guerra e dalla povertà. Cita persino una recente intervista di Francesco Guccini su La Stampa: dove il vecchio musico afferma alquanto improvvidamente che almeno loro ci hanno provato, a costruire qualcosa, e non sa se delle nuove generazioni si possa dire lo stesso. Seguendo questo suo ragionamento, a quanto pare condiviso anche da chi, come Guccini, avrebbe volentieri impiegato il suo tempo libero per confutare la tesi di Gaber (che invece come al solito aveva capito tutto) circa il proprio fallimento generazionale, Alvaro inferisce che è quasi diritto acquisito della sua generazione essere (ancora) classe dirigente del paese. Tanto più, e qui sembra di riascoltare mio padre, che la generazione dei suoi figli, ossia la mia, non ha prodotto frutti così copiosi da meritarsi il cambio della guardia. Parafrasando ulteriormente, la generazione dei quarantenni di adesso può essere assimilata a una accolita di smidollati, derelitti e incapaci: questa, in poche parole, la tesi del signor Alvaro. Anche se lui l’ha espressa con maggior dovizia di ragionamento.

Come potete immaginare, non condivido la sua tesi in nessuna delle sue parti, né condivido il risibile riferimento gucciniano al “noi almeno ci abbiamo provato”; e così mi vedo costretto ad argomentarne le ragioni.

Primo: ammettiamo, per puro amore di discussione, il postulato che la generazione dei figli di Alvaro (la mia, sempre la mia) sia realmente una accolita di smidollati, derelitti e incapaci. Se così fosse, e io vestissi i panni di Alvaro, non potrei immaginare fallimento personale (e generazionale) più atroce di quello. Perché adesso che ho figli piccoli mi sono reso conto che  la maggior parte del mio tempo libero è impiegato nell’educazione dei figli, pur sapendo per esperienza personale di figlio prima e di padre poi che le mie parole sono sprecate, e che i figli imparano dai genitori per come questi ultimi si comportano. Ossia, i figli inferiscono l’universale dal particolare che osservano quotidianamente nel genitore: al punto che spiegare, raccomandarsi, ammaestrare a parabole è semplicemente, assolutamente inutile. Dunque, se io a 70 anni mi accorgessi che mio figlio quarantenne è un inetto non saprei a chi altri attribuirne la responsabilità se non a me stesso: con ciò che ne consegue, ossia il completo fallimento come padre prima, e come buon cittadino poi. Perché potrei anche aver compiuto a mani nude il miracolo economico, ma fallendo con i miei figli avrei candidato il paese alla morte civile. Ci sarebbe poco da essere allegri, insomma: meglio tirarsi una pallottola in mezzo agli occhi. Ma la mia non è una generazione di inetti: dunque il signor Alvaro, per questa volta, può tranquillamente evitare l’harakiri. Sebbene ci siano alcune precisazioni da fare circa il loro successo nel ruolo di padri; ma quelle le rimando a dopo.

In un tentativo di analisi un po’ più serio provo invece a partire da lontano, dal rapporto che i padri hanno avuto con i loro padri, ossia i nostri nonni. I nostri nonni, con tutte le loro anacronistiche pretese di gestione autoritaria delle cose familiari, non riuscirono ad arginare la ribellione culturale dei figli: i quali, non dimentichiamolo, sono stata la prima generazione scolarizzata di massa, dunque in possesso degli strumenti culturali per contestare e mettere con le spalle al muro i genitori operai o agricoltori dell’Italia degli anni ’60. I quali peraltro ebbero un grande merito che li accomunò alle generazioni precedenti: morire di morte naturale in età accettabile, cioè abbastanza presto da consentire un fisiologico passaggio di consegne ma abbastanza tardi da vedere i figli sistemati; dunque senza grossi rimpianti, salvo quello di non aver compreso i motivi dell’ingratitudine e dell’ostilità filiali (peraltro largamente immeritati).

La mia impressione personale è che questo parricidio rituale di massa, forse il primo della storia italiana con queste drammatiche proporzioni, simbolizzato da quella grottesca pagliacciata che è stata il ’68 e unito all’enorme allungamento della vita media degli italiani, abbia dato ai nostri genitori un senso di vertiginosa onnipotenza. I nostri padri hanno perduto il senso della misura, non si sono accorti (o rifiutano l’idea) di essere invecchiati e, come tutti i vecchi, di avere le arterie indurite e pochi neuroni superstiti. E credono di essere insostituibili, perché un presidente della repubblica di 85 anni e un presidente del consiglio di 75 non si spiegano solo con logiche partitiche aberranti o con la strenua difesa degli interessi personali: in un paese normale un nonnino di quell’età, se gli proponessero la presidenza della nazione, dovrebbe declinare sdegnato e chiedere a voce alta i motivi della mancata scelta di un quarantenne al posto suo (mentre in Italia il nonnino accetta, ecco l’aberrazione, ecco la metafora di Bambi). Io ho amici coetanei che attendono da anni, con la pazienza di Giobbe, di poter subentrare ai padri nella gestione delle aziende familiari: perché i genitori non mollano nonostante i tempi siano cambiati, le modalità di gestione degli affari idem, e l’informatica e la Rete abbiano comportato in questi settori uno scatto evolutivo che il settantenne nemmeno capisce, figuriamoci essere in grado di approfittarne. In questi casi si usa commentare: poverino, se gli togli il lavoro muore. Ne desumo che per questi stakanovisti del lavoro sia meglio ammazzare il destino dei figli che dar via il loro giochino preferito; e quindi ricadiamo sempre, e ancora, nella metafora di Bambi.

Ma la mia generazione ha colpe, è correa, o siamo solo vittime di una congiura patriarcale? Certo che ne ha, di colpe: e adesso ve le elenco. Intanto, siamo stati la prima generazione nata nel benessere: niente a che vedere con lo spreco dei giorni nostri, ma diciamo pure che non ci è mai mancato nulla. Da qui l’atteggiamento fatalistico di chi attende che il dovuto gli cada dal cielo: mentre in certi casi il dovuto te lo devi andare a prendere, magari sporcandoti le mani, e pazienza se nel mentre metti in atto un altro parricidio rituale. Poi, siamo una generazione di manichei: per noi esiste solo il bianco o il nero, il buono o il cattivo. D’altronde siamo cresciuti a botte di cartoni animati in cui il buono si faceva un mazzo così, ma alla fine vinceva sempre: noi siamo quelli di Goldrake, di Jeeg robot d’acciaio, dei supereroi Marvel. Non importa che il nemico ti abbia messo a terra, bisogna tirarsi su, asciugare stoicamente il rivolo di sangue che cola giù dal mento e ritornare nella mischia; anche a costo di lasciarci le penne. E, non meno importante, noi siamo quelli che a vent’anni hanno assistito a Tangentopoli: anche quelli più scafati, quelli che i democristiani e i socialisti gli stavano sulle palle per principio, siamo tutti rimasti a bocca aperta. Perché immaginavamo che sotto il pelo dell’acqua ci fosse della sporcizia, ma nessuno aveva idea di quanto enorme fosse quell’immondezzaio. E abbiamo avuto la reazione sbagliata: invece di scendere in campo, prendere a pedate chi ci aveva inguaiato il paese (i nostri padri) e ricominciare daccapo, abbiamo fatto le faccine schifate e deciso che la politica era una cosa troppo sporca per occuparcene personalmente. Con il risultato di lasciare tutto in mano alle stesse persone, le stesse che adesso, dopo la galera, dopo i balbettamenti nelle aule di tribunale, dopo le monetine in testa, dopo gli esili in terre straniere, hanno riguadagnato gli stessi posti di potere da cui erano stati cacciati a calci nel culo.

Per cui, quando mi viene fatto notare come la generazione dei quarantenni non abbia prodotto frutti copiosi, e il massimo esponente della categoria sia Matteo Renzi, io un poco mi vergogno. Pur avendo una spiegazione plausibile: dopo quello schifo di Tangentopoli, chi di noi era dotato di un talento qualsiasi ha preferito giocarselo in cose più pulite della politica, tipo il lavoro o la famiglia. Ed è questo il motivo per il quale sostengo che l’Italia oggi sta sotto i piedi dei settantenni, ma sulle spalle dei quarantenni: perché il quarantenne di oggi sulla sua formazione ha investito tutto, senza cercare facili scorciatoie per la gloria o il successo. Facile, alla fine, dire che in politica tra i più giovani non c’è nessuna testa fine: perché a fare politica ci sono andati le scartine, quelli che copiavano le versioni di latino e greco, quelli che alle elementari prendevamo per il culo perché nemmeno riuscivano a comporre una frase di senso compiuto e a scuola il maestro gli tirava le orecchie e gli scagliava i quaderni da una parte all’altra dell’aula. Ed è anche il motivo per il quale sostengo che mediamente noi quarantenni siamo padri molto migliori dei nostri padri, perché l’educazione dei figli ci sta a cuore più che ogni altra cosa e nonostante le nostre ore lavorative siano quasi raddoppiate rispetto a trenta anni fa a casa ci torniamo appena è possibile, e con i figli ci passiamo il tempo che resta. Anche con la schiena rotta. Vorrei poter dire la stessa cosa di loro, anche con il senno del poi.

Ma la Natura è saggia, e ci vede benissimo. I miei figli non avranno i problemi che ho io perché il geniale sistema ideato dai loro nonni ci ha costretto a fare i figli con quasi vent’anni di ritardo, e quando mio figlio grande avrà quaranta anni io sarò alle soglie degli ottanta: insomma, più che tentare di farmi eleggere presidente della repubblica non vedo altri modi in cui potrò essergli di ostacolo nel sacrosanto cambio della guardia generazionale.

Alla fine, immaginate per un attimo il Potere come se fosse un ponte teso tra due argini di un fiume: da un lato dell’argine c’è mio padre e dall’altro c’è mio figlio. Io sono sotto l’argine, con i piedi a mollo, senza possibilità di vedere il cielo perché il ponte lo copre. Il Potere, insomma, passerà dalla mani di mio padre a quelle di mio figlio, e io sarò tagliato fuori dai giochi senza nemmeno una pensione per vivere gli ultimi anni in un dignitoso esilio dalle cose di questo mondo. Questo è il destino della mia generazione, caro signor Alvaro. La cui colpa maggiore sta nel non aver avuto il vostro coraggio e la vostra sconsideratezza di ventenni, quando avete preso letteralmente a calci nel culo i vostri padri e vi siete liberati di loro. Noi ci siamo fidati, un poco, e un poco abbiamo lasciato fare: il risultato è sotto gli occhi di tutti ma la maggior responsabilità è vostra, e voi ne pagherete il fio.

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