La lingua là, ove non batte il sole

Un mio collega, poi primario, adesso in meritata pensione, carissimo amico (ma carissimo davvero), usava una curiosa e irriverente metafora per esprimere l’opportunità di tacere in talune circostanze critiche: Ricordati di tenere la lingua nel culo.

Il che, tradotto per il volgo, sta a dire: fare attenzione, prima di dare aria ai denti. Valutare le circostanze e dopo, ma solo dopo, parlare.

Così, nella tremenda mattinata di turno in TC, dopo aver eseguito e refertato parecchi esami, aver fatto la spola un miliardo di volte tra consolle e sala refertazione, essere stato interrotto altrettante volte da telefonate inopportune di colleghi, capita che io veda entrare una delle segretarie. Non ho un moto di stizza vero e proprio, io le mie segretarie le venero come numi tutelari e affermo senza nessun genere di esitazione che il reparto poggia sulle loro spalle; però di sconforto si. Appoggio la testa sulla scrivania e dico, con una educata lamentazione: Ma è possibile che non riesca a refertare per cinque minuti senza qualcuno che mi interrompa?

La segretaria non fa una piega: infila una mano nella tasca del camice, ne estrae una decina di torroncini e lo poggia sulla scrivania. Poi dice: glieli manda la signora ***, quella che ha appena fatto l’esame con lei, per ringraziarla.

Alla fine sorridiamo tutti: io, lo specializzando e la segretaria. Mi scuso per il piccolo sfogo da esasperato e dividiamo i torroncini. Poi condivido con i presenti la metafora della lingua posata lì ove non batte il sole, e che andrebbe mossa solo quando si è sicuri che le apparenze corrispondano a realtà. E mi rendo conto che quel mio vecchio collega mi manca ancora molto: perché è vero che gli spazi ospedalieri sono plastici, e vengono riempiti molto in fretta, ma è anche vero che alcuni vuoti lasciano cicatrici incolmabili.

E, comunque, quei torroncini erano proprio buoni.

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