La metafora del ponte

Un paziente, pochi giorni fa, dopo un’esame ecografico, mi ha ringraziato con particolare calore. Non perchè la mia prestazione fosse stata particolarmente brillante, e d’altro canto che ne sa un paziente durante l’esame se il radiologo che lo sta esaminando è competente o meno, sono cose che si scoprono solo vivendo; piuttosto lo aveva colpito il fatto che, durante tutto l’esame, io lo avessi lasciato parlare dei problemi fisici e non che lo angustiavano. Alla fine, salutandomi, ha detto: Lei forse non se ne rende conto, ma così facendo alza un ponte tra il medico e il paziente.

Beh, vi confesso che io in genere me ne rendo conto, altrimenti i pazienti non li farei parlare come normalmente è mia abitudine e anche a costo di perdere minuti lavorativi che sconterò a fine giornata, però la metafora del ponte mi è rimasta impressa e per qualche giorno ho continuato a vedere ponti dappertutto: lungo i deliziosi canali che percorrono la città nella quale vivo, nei film che ho guardato, persino in un paio di libri che sto leggendo. 

Perchè il ponte è una bella metafora, dopo tutto: un arco che unisce, una linea morbida che avvicina due rive contrapposte. Se la nostra fosse una cultura di costruttori di ponti, invece che di difensori di confini, saremmo una specie molto più evoluta e felice: il ponte è panciuto, bonario, ti ripaga della fatica di raggiungere il suo zenith con la bellezza del panorama visto da lassù e la rilassatezza della discesa. Il confine invece è spesso irregolare, spigoloso, e per giunta a volte non tiene conto delle minoranze etniche che rimangono al di qua o al di là di esso (anche se, nel terzo millennio e con la globalizzazione che ci rosicchia persino le lingue patrie, temo che sentirsi una minoranza etnica sia niente altro che la manifestazione clinica di una nevrosi ossessiva; un po’ come immaginarsi che esistano nazioni dentro altre nazioni dentro altre nazioni, noi italici ne sappiamo qualcosa)

E allora ho fatto quello che faccio sempre quando sono in difficoltà: ho chiesto ai miei due figli lumi in proposito. Per cui, a colazione, ho fatto loro una domanda semplice: secondo voi a cosa serve un ponte? Il grande, cinque anni, che temo abbia ereditato la mia fosca e fallimentare tendenza a escogitare soluzioni particolari per problemi universali, ha risposto pensieroso: Serve a evitare l’acqua del fiume e a non bagnarsi. La piccola, tre anni e mezzo, che invece ha ereditato tutta intera la joie de vivre della mamma, ha detto sorridendo: No, che dici, serve a guardare i pesciolini che nuotano nel fiume.

In entrambi i casi, direi, un ponte ha la sua utilità sostanziale. Quanto basta per continuare a erigerne uno, a ogni costo, comunque vada, costi quel che costi e per quanto ti diano del pazzo perchè perdi tempo a farlo.

2 Responses to “La metafora del ponte”

  1. thepellons ha detto:

    Le risposte dei bambini, lo sai, mi affascinano costantemente. Troppe me le dimentico strada facendo, ora cerco di scrivermele, per non perdermi nulla quando saranno grandi. Grazie del tuo scorcio di casalinghitudine.

    • Gaddo ha detto:

      Me le scrivo anche io, e certe volte le evoco per lo stesso motivo per cui si interroga l’I Ching: per avere risposte immediate e sagge che mi orientino quando durante il viaggio mi sento smarrito, cosa che peraltro non capita di rado.

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