La metafora della palma da dattero

Anni fa feci un viaggio in Tunisia. Andando in giro per villaggi, al limitare del deserto e di piccole oasi verdi, la guida indigena, uomo di circa quarant’anni dal viso triste e dal buon italiano, indicò un gruppo di palme da dattero e mi chiese a bruciapelo: Secondo te quali sono le palme migliori, le alte, le medie o quelle basse?

Io ci pensai un po’ su. Risposi: Quelle basse, così chi raccoglie i datteri fa meno fatica.

No, disse lui. Se la palma è bassa chiunque passa di là può arrampicarsi e rubare i datteri.

Allora quella alta, riprovai. Così il ladro non ci può arrivare con facilità.

No, perché salirci a raccogliere i datteri è dispendioso anche per il padrone.

Insomma, come potete immaginare alla fine scoprii che la palma migliore è quella media: non troppo bassa perché il viandante decida di fare merenda con i datteri altrui nè troppo alta perché il padrone debba rischiare l’osso del collo per raccoglierli.

Io credo che la vita, tra le altre cose, somigli parecchio a una palma da dattero. Me lo disse anche la guida tunisina, quella volta: Ricordatelo sempre, prima di ritrovarti a rubare i datteri del tuo vicino o ad arrampicarti troppo in alto per le tue capacità.

 

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