La nostra fine non fu niente di speciale, rispetto al fatto che poi tutto sa passare

Per andare in spiaggia non faccio mai la strada più corta. Invece di passare per l’androne del residence mi infilo nel passaggio tra i due corpi principali della costruzione in stile moresco, dove ho passato parte delle ultime venti estati della mia vita, e mi godo quello scorcio di mare che vedete nella foto. Il passaggio è all’ombra e ben ventilato: quell’azzurro, laggiù in fondo, spesso solcato da vele bianche, è solo un’anticipazione dolce di ciò che mi aspetta appena avrò sceso la rampa di scale che mi separa dalla spiaggia.


Stamattina ho guardato il mare e, come ogni volta, ho avvertito una fitta di nostalgia. Una nostalgia, come spesso mi accade, senza padre né madre, assolutamente inclassificabile, figlia di nessuno. Poi, però, ho capito.

Mio figlio, scendendo al mare, mi ha chiesto: Mangiamo una caprese, papà, oggi?
Certo che sì. Abbiamo la mozzarella, abbiamo i pomodori, cos’altro ci manca? Niente. E mentre ero lì, che lavavo i pomodori e li condivo, che tagliavo il bianco latte delle mozzarelle e le disponevo in bella mostra sul piatto grande, all’improvviso ho ricordato tutto.

Ho ricordato di quando mio zio mi portava al mare con lui: avrò avuto sedici, diciassette anni. Lui aveva questo appartamentino minuscolo, arredato in modo spartano: del tipo di quello in cui talvolta, se solo potessi, mi ritirerei a fare un anno sabbatico. Avevo con me poca roba, al confronto della mercanzia che si portano dietro i miei figli quando andiamo al mare: un quaderno, una penna, due libri e una decina di musicassette.

Ci alzavamo con calma, la mattina, facevamo una colazione veloce e poi si andava al mare. Era una spiaggia poco frequentata; o forse il periodo era lo stesso di ora che scrivo, inizio giugno, e di gente al mare di questi tempi, a metà anni ottanta, ce n’era davvero di meno.

Prendevamo il sole, facevamo il bagno. In quei giorni leggevo, per la prima volta, Guerra e pace. Parlavamo molto: di studio, delle mie scelte universitarie imminenti, di donne. Lui si era era separato da poco e aveva una vita sentimentale molto avventurosa; io invece stavo da qualche mese con una ragazzina, più giovane di me, e mi avviavo pigramente verso la prima delle nostre innumerevoli rotture.

A pranzo mio zio mi portava in una bettola a due passi dal mare: mura bianche e scalcinate, per tetto una lamiera arroventata dal sole. Davanti all’ingresso, sotto l’ombra ventilata dall’aria di mare, tre o quattro tavolini con le tovaglie di plastica a quadretti, rossi su fondo bianco, di quelle che all’epoca imperversavano nelle trattorie di mezza Italia. Prendevamo quasi sempre una frittura a di pesce o una caprese: ricordo perfettamente il bianco latteo della mozzarella di bufala, il rosso fuoco dei pomodori campani, il verde smeraldo del basilico maturo, il giallo oro del filo d’olio messo come condimento. Ricordo il pane cafone, tagliato a fette grosse e poggiato su un contenitore di vimini. E il vino bianco, gelato, che l’oste ci portava alla fine, quando tutto era pronto.

La vita con me è stata benigna, almeno finora. Ho visto bei posti, incontrato un sacco di persone. Ho mangiato delizie indescrivibili a parole in ristoranti di gran pregio. Ho imparato a distinguere il buon vino dal vino cattivo, e scoperto di reggerlo come pochi al mondo. Però, credetemi, nulla da allora ha più avuto il sapore di quella caprese mangiata in riva al mare, e nessun vino mi ha dato più soddisfazione di quel bianchetto da poco, probabilmente allungato con acqua, gelato al punto giusto, che mio zio condivise con me in quei giorni lontani.

Per le cose della vita, ho imparato a mie spese, è solo una questione di prospettiva. Quello che oggi sembra la nostra dannazione, domani potrebbe tramutarsi in un’ancora di salvezza. E, viceversa, ciò che oggi sembra gioia pura domani potrebbe essere ciò da cui fuggiamo, e che mai più vorremmo riavere indietro. Ma per alcune di quelle cose non è così. Gli unici pensieri che si aggiungono, alla percezione di certi eventi passati, sono due incrollabili certezze: di averli vissuti e di averli persi. Il resto non conta più nulla. Conta solo la speranza che prima o poi si arrivi in un altro posto, da cui si veda il mare, dove fermarsi a mangiare una cosa semplice e a bere vino bianco freddo mentre il vento ci increspa i capelli.

Perché noi facciamo tanti grandi progetti, sicuri che al loro compimento troveremo la nostra felicità, e invece guarda dov’è che si nasconde quella bastarda: nelle piccole cose, le più comuni, e là dove non ti vede nessuno.


La canzone della clip è “TVM” di Tiziano ferro, tratta dall’album “L’amore è una cosa semplice” (2011). No, non mi sono rimbambito. TVM è una canzone a cui sono legato da un affetto antico che travalica la stima musicale per un ragazzo che, tutto sommato, vale comunque dieci Ramazzotti o Antonacci messi uno in fila all’altro. E poi parla di un’estate lontana, piace a mia figlia e dunque va bene così.

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