La pioggia non lava le cose, le sposta più in là

Una volta, ormai cinque anni fa, quando tutto era ancora da accadere, scrissi di inquietanti involuzioni comportamentali davanti ai timbratori di ingresso e uscita dagli ospedali. Adesso, dopo aver cambiato ospedale e avuta la conferma che tutto il mondo è paese, mi trovo davanti a un altro analogo problema.

Arrivo in ospedale, tutte le mattine, intorno alle 7.45. In genere vengo preceduto alla sbarra d’ingresso del parcheggio da altri lavoratori rimbambiti di sonno almeno quanto me, quindi non poco, e quasi sempre almeno uno di essi mi precede nell’area in cui sono solito parcheggiare. Si tratta di uno spiazzo sterrato, senza strisce di delimitazione, in cui le macchine parcheggiano in fila una accanto all’altra.

Io in genere arrivo, entro di muso, spengo la radio e scendo. Ma alcuni, la maggioranza, no. Loro devono entrare non di muso, come ci si attenderebbe, ma di culo: il che implica almeno quattro o cinque manovre, perché lo spazio è angusto, e un parcheggio impreciso che o frega almeno mezzo posto a chi avrà la presunzione di cercarlo qualche minuto dopo o impedirà la discesa dell’improvvido parcheggiatore per aver sistemato l’auto troppo vicina a quella affianco.

Così, mentre attendo con la pazienza di Giobbe che la trafila del parcheggio giunga a felice compimento, mi chiedo nell’ordine:

a) Perché perdete cinque minuti all’ingresso per guadagnare miseri cinque secondi in uscita?

b) Come è possibile che alle otto di mattina vi venga voglia di manovrare a quel modo i vostri SUV in uno spazio in cui fa fatica a girarsi una Micra?

c) Una persona normale dovrebbe avere più fretta quando arriva (il cambio di abiti, il caffé coi colleghi, i pazienti che attendono nervosi) che quando va via: e allora perché vi smembrate nell’inutile impresa di parcheggiare di culo, quando all’uscita in teoria non dovreste avere nessuna fretta, e semmai solo provare sollievo?

d) Davvero non vi mette ansia l’automobile dietro di voi, il cui conducente ha l’aria seccata mentre segue le vostre sconsiderate manovre picchiettando con le dita sul volante?

Così, mentre cerco risposte che nessuno è in grado di fornire se non la buonanima di Pirandello (“sono tutte fissazioni: oggi vi fissate in un modo, domani in un altro”), finalmente arriva il mio turno. In un secondo e mezzo parcheggio di muso la mia auto, guardo male chi mi ha preceduto ed è ancora intento a cercare di scendere senza ammaccare la vettura di fianco, e prendo la strada del mio reparto.


La canzone della clip è “Voleranno via”, singolo appena uscito di Luca D’Aversa. Il quale è una specie di sorprendente Niccolò Fabi, con una voce un pò più soul, da seguire con molta attenzione.

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