La prova dell’esistenza di Dio

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Confesso che quando ho letto le parole di Veronesi sono rimasto un po’ perplesso: non che io sia un fervente religioso, beninteso, però qualche domanda me la sono posta lo stesso

La prima: ma perché un uomo prossimo al capolinea sente il bisogno di esternare in modo così radicale le proprie convinzioni circa l’aldilà? E proprio in un momento della vita in cui chiunque, anche lo scettico più incallito, si pone il dubbio che dall’altra parte, invece, potrebbe davvero esserci qualcosa? Viene in mente la vicenda di Guttuso, comunista e ateo fino al midollo, e della presunta conversione in punto di morte di cui qualcuno narra. Magari aveva ragione Guttuso e conviene mettere in pratica il celebre aforisma di Pascal, che calcolava il vantaggio statistico della fede in Dio: se Lui esiste, tanto di guadagnato; e se non esiste pazienza, nessuno si accorgerà mai della differenza. Veronesi, invece, no.

La seconda: perché un uomo di scienza prossimo al capolinea sente il bisogno di esternare in modo così plateale le proprie convinzioni in ambito medico, anche quando non suffragate da evidenze inoppugnabili (leggi: lo screening)? E perché decide di esternarle in modo così generico e impreciso che, se a farlo fosse un altro chiunque signor nessuno, archivieremmo il tutto come una delle tante espressioni di cialtroneria sanitaria? Domande difficili: bisognerebbe conoscere l’uomo, i suoi trascorsi, la sua visione del mondo. Bisognerebbe però anche capire che genere di rapporti abbia con la stampa, e per quale motivi scelga canali di comunicazione che amplificano solo una parte delle sue parole, quelle potenzialmente destabilizzanti.

E, certo, l’argomento filosofico circa la non esistenza di Dio presta il fianco a confutazioni di ogni genere: per esempio, l’idea che il cancro possa esistere perché il nostro corpo non è immortale e, come tutte le macchine (biologiche o artificiali) è composto da pezzi che si usurano con il tempo o che eventi esterni possono danneggiare. D’altro canto la frizione della nostra automobile ha una durata non infinita, per quanto di buona fattura possa essere; e se parcheggiamo l’auto all’aperto la carrozzeria mostrerà segni di ruggine prima di una tenuta amorevolmente al coperto.

Si potrebbe obiettare che il nostro destino, a prescindere da Dio (su cui possiamo filosofeggiare, ma senza certezze), dipende unicamente da cosa è inciso nel nostro codice genetico (sul quale invece possiamo discutere su basi scientifiche, dunque più solide): e che tutto sommato non è così importante che Dio esista o meno perché la nostra naturale evoluzione di esseri coscienti dovrebbe condurci, prima o poi, a deliberare sul bene e sul male senza bisogno che un tale in abito bianco (rosso, nero, quello che volete voi) esprima pubblicamente il suo insindacabile parere sull’argomento influenzando la storia dei popoli della Terra.

Si potrebbe obiettare, come fanno in molti, che il dolore è uno dei mezzi di cui si avvale Dio per raffinare le nostre anime, senza per questo sentirci frustati perché non comprendiamo il Suo disegno: ma d’altro canto Dio è Dio è non è tenuto a fornire spiegazioni. Se poi ci ricordiamo del trattamento che ha riservato a Suo Figlio, e lo utilizziamo come parametro di riferimento, beh, non c’è da meravigliarsi se esiste il cancro.

Si potrebbe persino arrivare all’iperbole di sostenere che Dio esiste ma neanche si accorge di noi: a volte la pervicacia con cui certi ferventi stanno a misurare con il bilancino i loro peccati (e quelli altrui) mi sembra il peggior atto di superbia possibile a questo mondo. Dovessi dire la mia, Dio ha certamente problemi più importanti con cui misurarsi del peccatuccio domenicale di quello che Gaber chiamava “il piccolo borghese noioso che non commette mai peccati troppo grossi, non è mai intensamente peccaminoso”.

Poi però torno con i piedi per terra, ricordo che dietro quella frase c’è un libro appena pubblicato e da pubblicizzare, e tutto ritorna chiaro. Forse Dio non esiste, è vero. Ma sarebbe già molto se esistesse l’uomo, quello con la U maiuscola.

7 Responses to “La prova dell’esistenza di Dio”

  1. Pier Silverio ha detto:

    Ad un certo punto l’unica cosa che mi interessa è che le radiazioni se le becchi chi non ha più intenzione di procreare, così almeno non si danneggia il pool genetico umano 😀

  2. giancarlo ha detto:

    Forse certe domande se le pone chimsi crede Dio…

    • Gaddo ha detto:

      Chi si sente Dio (o crede di sentirsi Dio) in realtà è solo un poveretto che ha bisogno di conferme: i veri grandi non hanno bisogno di sentirsi più di quello che già sanno di valere. Spero non sia il caso di Veronesi.

  3. kweedado ha detto:

    Risposta alla prima domanda.
    L’esternazione di Veronesi, prendendo la forma di un libro, se sarà abbastanza venduto, lo farà ancora più ricco. Semmai ci si potrebbe chiedere perché un uomo così vecchio cerchi ancora il guadagno, ma, d’altra parte, è così che i ricchi diventano ricchi.
    Come diceva Stefano Benni “se dio non esiste, ci fa una figura migliore”. Veronesi riprende l’annosa questione della teodicea (della giustizia di dio): afferma che non esista un dio buono (cioè, di fatto, il dio dei cristiani), ma i motivi che lo portano a negare la bontà di dio, non sono sufficienti per negarne anche l’esistenza.
    A proposito della scommessa di Pascal, è certamente più ragionevole farla alla fine della vita, quando, davvero, ormai, non c’è più niente da perdere e c’è solo da guadagnare, ma Veronesi, in questo almeno, è intellettualmente onesto.

    Risposta alla seconda domanda.
    Come a suo tempo il don Verzé, forse anche Veronesi è preda di un delirio di onnipotenza e si sente immortale come il dio che ha rinnegato; pertanto si muove come ha fatto sempre nella sua interminabile vita: più come un uomo di pubbliche relazioni che come un uomo di scienza.
    Per quanto riguarda la condizione mortale dell’uomo, l’evoluzione ha prodotto sistemi che ci fanno morire con maggiore probabilità, dopo che, in teoria, abbiamo compiuto il nostro dovere, cioè dopo l’età della riproduzione. La nostra morte non è una “disfunzione”: rientra nell’economia della natura, che, come diceva il conte Giacomo, “è matrigna”. Dobbiamo levarci e fare posto ai nostri discendenti. D’altra parte, anche l’obsolescenza delle automobili è “programmata”.

    Insomma, siamo rimasti orfani di babbo dio e mamma natura, ma nonno Umberto veglia su di noi, quindi andiamo tutti a comprare il suo libro e facciamolo contento.

    • Pier Silverio ha detto:

      Mi piace quando fate citazioni letterarie: riafforano memorie antiche (che poi il liceo l’ho finito 3 anni fa, quindi non proprio antichissime). Mi chiedo come facciate voi a fare questi richiami; delle due l’una: memoria d’acciaio temprato, o dedicate tempo alla let(tera)tura. Ah, agogno un tempo in cui leggerò qualcosa di diverso da un manuale di fisilogia/fisiopatologia.

  4. Gaddo ha detto:

    Certo che facciamo citazioni dotte: noi radiologi non siamo né grossolani come i chirurghi né noiosi come gli internisti!! 😉
    E poi abbiamo sia una memoria d’acciaio (e non potrebbe essere altrimenti, visto il mestiere che facciamo) che tempo dedicato alla letteratura (molto, direi). Una categoria professionale proteiforme.

  5. Gaddo ha detto:

    @ kweedado

    Analisi impeccabile: mi sento di non aggiungere nemmeno una virgola. Grazie.

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