La sindrome di Pacione

Qualche anno fa, in un’occasione della mia vita molto simile a quella che sto vivendo in questi giorni convulsi, scrissi un post. Poi il blog ebbe un crash memorabile, come molti di voi sanno, e io quel post non l’ho più ritrovato. Morale: mi tocca riscriverlo, anche se probabilmente con parole diverse da allora. Se qualcuno di voi dovesse già averlo letto, beh, allora chiedo venia in anticipo.

Il tutto nacque da una riflessione: nel 1995 J.K. Rowling presentò il manoscritto di “Harry Potter e la pietra filosofale” a ben tre case editrici. Immagino perfettamente la faccia spocchiosa dei redattori a cui era stato assegnato il manoscritto mentre le dicevano: Ci dispiace, signora, ma a chi vuole che interessi un romanzetto per bambini di 250 pagine? Invece pensate alla faccia del redattore della Bloomsbury, quello che invece ebbe l’intuizione vincente e convinse il suo direttore che Harry Potter valeva più oro di quanto pesasse. Per quanto ne so io i primi tre se ne stanno ancora appesi per le palle a un argano, dalle parti della Tower Bridge, a farsi mangiare gli occhi dai corvi neri che abitano la zona.

Ma c’è di più. Tutti voi conoscete i Beatles, e ci mancherebbe altro; quello che però forse non sapete è che Ringo Starr, passato alla storia con gli altri Fab Four pur senza essere un fenomeno musicale, non è stato il primo batterista della band. In molti conoscono Pete Best, il suo caratteraccio e la gelosia di John perché all’inizio le ragazze i reggiseni li lanciavano a Pete e non a lui, ma pochi conoscono Tommy Moore: Tommy fu quello degli esordi, quello del primo tour da professionisti, in Scozia, come gruppo di supporto a Johnny Gentle. Certo, non erano ancora tempi da vacche grasse e spesso non c’era nemmeno molto da mangiare: ma la sera del concerto alla sala da ballo Grosvenor John, Paul e George si ritrovarono da soli, di Tommy nemmeno l’ombra. John e Paul, in preda al panico, andarono a prenderlo a casa. Tommy viveva con una graziosa creatura in Ferne Grove, Toxteth, che si affacciò dal primo piano e urlò loro: Andate a cagare! Tommy non suona più con voi! Adesso fa il turno di notte alla fabbrica di bottiglie Garston! John e Paul invece di andare a cagare corsero alla fabbrica, lo trovarono in tuta bianca su un carrello elevatore, non riuscirono a convincerlo e suonarono alla Grosvenor senza la batteria, rischiando pure il culo perché gli avventori della sala da ballo, come dire, non erano esattamente dei cicisbei impomatati. Tommy Moore mori nel 1981, a soli 50 anni, e immagino che sia morto di crepacuore. Non ci è dato sapere che fine abbia invece fatto la sua graziosa e lungimirante fidanzata, quella che dal primo piano di Ferne Grove mandò a cagare John e Paul perché voleva che il suo ragazzo avesse un lavoro normale; ma è lecito immaginare che il suo scheletro sia ancora appeso al medesimo argano che, molti anni dopo, accolse i tre redattori che rifiutarono Harry Potter.

Eppure, qualcuno a modo suo ha eguagliato e forse persino superato tutti. Si tratta di Marco Pacione, calciatore, classe 1963. A metà anni ’80 Pacione è un promettente attaccante cresciuto in squadre di provincia, e nel 1985 ha l’occasione della vita: giocare con la maglia della Juventus. Certo, è la Juve stellare di Platini, e Marco non può sperare altro che di comportarsi da buon panchinaro: eppure, in primavera, Serena si fa male e Trapattoni lo schiera in campo nei quarti di finale di Coppa dei Campioni, al Camp Nou di Barcellona. Quella sera lo stadio è un’esplosione di luci e colori, un colpo d’occhio incredibile, e si gioca di fronte a ottantamila persone e a milioni di telespettatori a casa: per Marco, l’occasione della vita impacchettata dentro l’occasione della vita. Io non so quanti di voi quella sera abbiano visto la partita o si ricordino di com’era geniale Michel Platini in campo, ma vi assicuro che grazie alle meraviglie del francese Marco Pacione quella sera ha sui piedi la possibilità di passare alla storia e di cambiare il corso della sua carriera professionale. E non una volta sola, ma almeno tre: fallendole tutte miseramente. Inutile dire che a fine anno verrà cacciato dalla Juve e di lui non si sentirà mai più parlare.

Tutto questo per dire che nella vita, è sacrosanto, contano molto la propria storia personale, il background in cui ti sei formato, il culo che ti sei fatto per emergere e diventare qualcuno. Sono le nostre scelte e il nostro impegno a portarci dove desideriamo, chi non semina non raccoglie, chi non risica non rosica eccetera. Tutto vero, tutto scontato: eppure, a quanto pare esiste sempre una variabile ineffabile che può vanificare i nostri sforzi o magnificarli; e può fare tutto ciò in un solo, singolo istante che deciderà per sempre il verso delle nostre esistenze. Io non so come si chiami questa variabile misteriosa: forse fortuna, forse destino, o forse si tratta solo di lungimiranza e sangue freddo (o della loro assenza).

Ma non importa: qualunque sia la sua intima natura, il nerbo che lo sostiene, prima o poi il giorno terribile capita a tutti. Come disse una volta un mio amico tennista: A tutti può capitare una brutta giornata. Bene, io sono in attesa di quella del mio avversario.

10 Responses to “La sindrome di Pacione”

  1. Pietro ha detto:

    dopo la lettura del post mi è venuto in mente il monologo iniziale di matchpoint
    http://www.youtube.com/watch?v=FakOFSCDJqQ
    penso comunque sia questione del caso la palla può cadere di quà o di là del nastro noi non lo sappiamo.

    • Gaddo ha detto:

      Si, è vero, il tuo riferimento al film ha una sua logica. Però, e te lo dico da ex tennista agonista, quando la palla colpisce il nastro tu non puoi far altro che sperare nella caduta a tuo vantaggio. Marco Pacione ha avuto occasioni nitide e le ha sprecate: bastava ne mettesse dentro una e forse lo avremmo visto con la maglia della nazionale l’anno dopo, a giocare i mondiali.
      Insomma, in certi casi la fortuna passa e tu la devi afferrare. Se non l’afferri in tempo forse è destino, è vero, ma un destino che è dipeso interamente da te.

      • Pier Silverio ha detto:

        Anche perché Pacione fece 12 presenze in campo e realizzò nessuna rete (ho appena letto su wiki).
        Dunque la sindrome di pacione è la sindrome di chi ha non una, ma più occasioni, tutte esplicitamente offertegli dalla dea bendata, e non ne “afferra” neanche una.
        In pratica è insieme l’uomo più fortunato (ha diverse occasioni) e sfortunato (non ne piglia una) del mondo.

        Sicuri che non c’è una qualche parabola biblica, o favola orfeica, su tema? 😀

        • Gaddo ha detto:

          Quell’anno si: ma considera che un giocatore, per arrivare alla Juve, tanto scarso non deve essere. Non so se esistano favole orfeiche sul tema, ma sicuramente abbiamo lui. E la sua sindrome (che poi a Tommy Moore è andata anche peggio, secondo me).

  2. giancarlo ha detto:

    Diceva Arrigo Sacchi “I contadini romagnoli dicevano che nella vita ci vuole occ, pasiensa e bus de cul”…

  3. giancarlo ha detto:

    Mah, forse l’unico vero culo che ha avuto è stata la nebbia di Belgrado. Per il resto ha rappresentato qualcosa di mai visto nell’ambito dei nostri allenatori e cioè uno che ti cambia il volto di una squadra nel giro di una stagione. Come lui solo Julio Velasco e Ratko Rudic, in altri sport. Ha pagato una mancanza di elasticità e di “adattamento all’ambiente”.

    • Gaddo ha detto:

      Io ricordo ancora, con una certa vergogna, il mondiale ’94. Che se non era per Baggio chissà come si finiva, e quando Baggio è mancato davvero (in finale) una vergogna che nemmeno nel 2006.

  4. francesca ha detto:

    Certo le occasioni capitano e sta a te coglierle.
    Ma se le cogli e va comunque male, forse era meglio che non le cogliessi….
    Le sconfitte servono per riflettere e passare oltre, fare cambiamenti.
    Tante volte da una sconfitta si capisce cosa è veramente importante e non sempre è vincere….

  5. Gaddo ha detto:

    @ francesca

    Non lo so, forse è solo una giustificazione che diamo a noi stessi quando le cose non vanno come avremmo voluto. A volte le sconfitte servono ad andare oltre, ma a volte sono solo quel che sono: sconfitte.

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