La solitudine

 imageSono stato solo, o mi sono sentito tale, molte volte nella mia vita.

Lo sono stato da piccolissimo, quale figlio unico di fatto se non di nascita, abile a inventarmi giochi nuovi e storie fantascientifiche, ma sempre in algida solitudine.

Lo sono stato da bambino, costretto dagli eventi della vita a frequentare compagni di scuola di ben altro quintalaggio, mentre attendevo impaziente l’arrivo dell’amico della vita (ma il destino mi è stato propizio: adesso, che per questioni logistiche viviamo vite distanti, il mio amico almeno posso vederlo in televisione).

Lo sono stato quando il mio primo amore mi lasciò, un lontano settembre, senza grosse spiegazioni: infierendomi peraltro ferite assai profonde che guarirono anni e anni dopo.

Sono stato molto solo un altro lontano settembre, per una quindicina di giorni, mentre studiavo fisica e in città non c’era nemmeno un amico universitario: una vita monastica, essenziale, in compagnia di una piccola televisione in bianco e nero e molti libri, durante la quale tuttavia la solitudine pesò assai meno di altre volte.

Lo sono stato in una notte d’estate molto particolare, una delle poche in cui davvero non avrei voluto esserlo, e a nessun campanello trovai uno straccio di risposta.

Mi sono sentito solo la notte prima di laurearmi, perché non riuscivo a prendere sonno e avrei voluto raccontare tutto a una persona in particolare: che però in quel momento era lontana, e allora dovetti raccontarmela da solo.

Mi sono sentito solo in certe notti di guardia, quando il telefono suona in continuazione e gli occhi bruciano, i corridoi dell’ospedale sono deserti e silenziosi e quel tipo di silenzio fa un rumore terribile, intollerabile, totalmente sconosciuto a chi non fa il mio stesso mestiere.

Lo sono stato le poche volte che ho dormito a casa mia senza i miei bambini, guardando la cameretta vuota, i letti rifatti alla perfezione con i peluche poggiati sopra, gli scuri chiusi, la luce del ricevitore spenta.

Lo sono certe volte in cui penso al futuro, ai miei progetti più intimi, alle cose che davvero desidero realizzare, e tutto mi sembra ancora così lontano.

Lo sono quando perdo un paziente, uno di quelli che per me smette di essere paziente e diventa una persona cara, uno di famiglia, e io non sono riuscito a tenerlo al di qua di quella linea rossa da cui dicono che non si ritorni, e poi rimane solo un funerale triste per salutarlo e abbracciare i suoi figli in lacrime.

Mi sono sentito molto solo dopo qualche recente fallimento professionale: ma forse più che solo mi sono sentito impotente e derubato di legittime speranze, di un orizzonte futuribile, della possibilità di fare qualcosa di buono nella vita. Che poi, immagino, è la stessa cosa che sentirsi soli.

Insomma, conosco molti tipi di solitudine. Ma nulla, credo, equivale la solitudine di chi si reca a un concorso pubblico e scopre di essere da solo, senza rivali, davanti a una commissione addomesticata. Ecco, quella solitudine non voglio provarla: perché è un’aberrazione che conduce ad altre solitudini e poi altre solitudini ancora. E perché da quelle solitudini non si esce più, anche campando mille anni: e non esiste solitudine peggiore di chi è seduto sulla poltronissima numerata ma tutti conoscono i motivi poco nobili per cui ci si è seduto sopra. Anche se viviamo nell’Italia ai tempi della crisi.

11 Responses to “La solitudine”

  1. kweedado ha detto:

    Non capisco a che/chi ti riferisci.

  2. Gaddo ha detto:

    Non è necessario capire a chi, nello specifico, ci si riferisce: la storia che ho raccontato è universale, almeno nel nostro paese, e vale non come caso particolare ma come paradigma del modo in cui funzionano le cose e della china (ancor più) preoccupante che sta prendendo la gestione delle responsabilità in ambito sanitario (e per estensione, immagino, anche in ambito extra-sanitario).
    Che alla fine, poi, chi deve capire ha capito; anche se gliene fotterà ben poco.

  3. Gaddo ha detto:

    @ kweedado

    La questione non è rimanerci male: non a caso non ero nemmeno tra quelli che hanno disertato, assai saggiamente, la tenzone. La questione è decidere che non si può più continuare a tacere e far finta di nulla: per questioni di intuibile opportunità non posso fare nomi e cognomi, questo è chiaro, ma il messaggio deve passare comunque. E il messaggio è: avete gli occhi addosso e queste porcate non saranno dimenticate. Poi ci sarà, ne sono convinto, un’occasione pubblica o privata in cui misurarsi e dirsi le cose come stanno di persona. La attendo con ansia, per questo come per gli altri recenti casi (perché la fila di casi è lunga, e tu lo sai come e meglio di me).

    • kweedado ha detto:

      Queste porcate saranno in gran parte dimenticate come lo sono state tutte le altre che le hanno precedute, perché funziona così. Da noi è pure peggio perché la vergogna non si sa che sia e alla fine si perdona sempre tutto. Poi i maiali sono così tanti che non ci sarebbero abbastanza “occhi addosso” per tutti.
      Potrebbe farti star meglio misurarti, ma dubito che servirebbe davvero: ci sono inesauribili legioni di maiali pronti a prendere il loro posto, nel caso tu riuscissi a ottenere ragione. Quello che possiamo fare noi è non accettare di collaborare coll’invasore: si risponde come Bartleby:”Preferirei di no”.
      Altro francamente non saprei dire o fare. Io, quando non ho potuto più stare in un posto, me ne sono sempre andato e non sono mai rimasto a costruire il loro “ponte sul fiume Kwai”.

  4. giancarlo ha detto:

    Secondo me e non suoni come magra consolazione ma come apprezzamento fraterno, sei più utile se fai le cose che facevi prima…

    • kweedado ha detto:

      Avrei certamente dovuto emigrare e non me la sono sentita: è amara la vita dell’esule.
      Poi sono “utile” anche così; non lo farei se no e comunque nulla delle mie esperienze precedenti è andato perduto e spesso si rivela molto prezioso.
      Come diceva Battiato: “sai che d’inverno si vive bene come di primavera? sissì proprio così”.
      Su con la vita!

  5. matteo ha detto:

    Caro Gaddo,
    e ‘ difficile commentare un post così personale che parla di solitudini di tutta una vita. Ma non darei alla solitudine una connotazione così negativa perché ci sono momenti in cui starsene un po’ per i fatti propri senza nessuna seccatura ,ha il suo bel perché. Non si tratta di isolarsi dagli altri ma semplicemente prendere una pausa meritata. Io sono sempre stato abbastanza socievole ma con il passare degli anni mi accorgo che mi giova molto qualche giorno per i fatti miei in assoluta autonomia. Poi a me piace viaggiare e ti assicuro che si sta benone purché confortati da biglietto in 1ma classe , carta prepagata q.b. , tanta musica (si,anche di Pino Daniele) e libri da leggere in accogliente camera 4/5 stelle con wifi e spa alla bisogna e delle dimensioni non inferiori a 18 metri quadrati.
    Ma non è la solitudine il tema del tuo post.
    Il tema e’ quello del merito.
    Il merito…
    Per chi ha un briciolo di spirito liberale e’ un concetto così chiaro, bello ed ancora emozionante come La Nascita di Venere di Botticelli ,in Italia calpestato e ignorato fino a diventare incomprensibile come una tela tagliata di Fontana (per i profani ). Per chi è stato escluso da un concorso perché c’era il solito raccomandato di turno da sistemare (magari con un curriculum e competenze inferiori ad altri concorrenti) non si può parlare di fallimento professionale, ma di mera conseguenza di un sistema malato . Ma da quanto ho capito questo meccanismo purtroppo in italia vale un po’ tutte le professioni soprattutto nel pubblico impiego ne parlavo giusto l’altra sera a mio nipote neo ingegnere che tornava a casa stanco dal lavoro con le scarpe anti- infortunistiche ai piedi perché gli tocca fare l’operaio a 400€ /mese.
    Ma se si tornasse veramente a premiare il merito e se fosse più facile creare qualcosa in questo paese non solo a parole, sarebbe “tutta nata storia “.
    Per cui goditi qualche momento di solitudine e accontentati di quello che ti può offrire la nostra Italia dove basta ‘na jurnata ‘e sole e quaccheduno ca te vene a piglia’!

  6. Gaddo ha detto:

    @ matteo

    A parte la sorpresa di scoprirti profondo conoscitore di Pino Daniele (!), hai fatto bene a sottolineare che qui il punto non sono le mie solitudini, che sono quelle di chiunque altro e ho solo adoperato come espediente narrativo, ma il concetto di merito. Ma ti dirò una cosa, sinceramente: mi sono un po’ rotto le palle anche solo di parlarne, del merito. Io sono un medico radiologo, mi prendo la piena responsabilità dei miei referti e di tutti gli altri atti medici che produco (oggi ho infilato un drenaggio nella pancia di una povera paziente terminale, giusto per ricordare che non siamo meri cultori di immagini) e in calce al mio lavoro c’è sempre una firma. La mia.
    Lo stesso discorso deve valere anche per chi governa il mio, il nostro, di lavoro. E’ giunto il momento che anche gli amministratori si prendano la responsabilità delle loro decisioni, e lo facciano davanti a tutti: colleghi e pazienti, ossia quelli che saranno direttamente interessati dalle loro scelte. E se la responsabilità non dovessero assumersela in questa vita spero proprio che ne esista un’altra dopo, di vita, e qualcuno a cui dover rendere conto delle minchiate che hanno fatto o accettato di fare in nome degli affari propri o di terzi. Gli occhi sono anche addosso a loro, ora come mai.

  7. Gaddo ha detto:

    @ giancarlo

    Infatti. E’ quello che tornerò a fare.

  8. […] Ultimamente ho parlato di solitudini: ma, perdonatemi, ero stanco e incazzato e ho sicuramente enfatizzato troppo concetti che, tutto sommato, di fronte alla complessità di una vita intera sono poco più di briciole. Misere briciole. E allora cerchiamo di fare chiarezza. […]

Leave a Reply

You must be logged in to post a comment.