La spugna

Ci sono momenti in cui lo stato di grazia si inverte.
A volte un medico (non spesso, per fortuna, ma capita) si ritrova letteralmente sepolto dentro la sofferenza dei suoi pazienti. Ieri sono stato di turno in Tac per 12 ore e la sensazione finale, quando pedalavo verso casa, era di una spugna intrisa di sangue. Troppo dolore, troppa pena. Una sofferenza che non risparmia nemmeno i bambini, che a volte ti costringe ad analisi impietose sul significato dell’esistenza. Senza peraltro arrivare da nessuna parte: perchè, come diceva qualcuno, è impossibile estrarre la logica dal caso. Sarebbe un pò come cavare sangue dalle pietre.
Così, un giorno di pausa diventa la ciambella di salvataggio. La bombola di ossigeno che ti consentirà di ritornare al lavoro, il giorno dopo, e farcela di nuovo. A sorridere, a confortare, a dire la verità a persone che vorrebbero neanche mai averti dovuto incontrare.
A volte discuto con il mio primario di quanto siano pesanti i nostri turni lavorativi, quanto pressati di lavoro; di quanto sia complicato far convivere la necessità di ottenere i numeri che le amministrazioni pretendono con il bisogno di dedicare il giusto tempo ai pazienti. Una cosa che non gli ho mai detto, forse, è proprio l’intuizione realizzata stanotte: che a volte il problema non è tanto il tempo dedicato al lavoro e sottratto alla vita privata, o i doppi turni, o gli esami da refertare che languono sulla scrivania perchè non riesci a stargli dietro. Il problema è come convivere con questo oceano di inutile sofferenza, come tornare a casa e ripulirti l’anima dalle sporcizie che hai visto e che la natura perpetra sui corpi umani. Forse anche di questo bisognerebbe discutere, nelle riunioni di reparto, e non solo delle questioni meramente organizzative.
O forse no, perchè alla fine ognuno risolve la questione a modo suo, con i suoi strumenti personali: e discuterne è solo girare ancor di più il coltello nella piaga, senza riuscire a venirne a capo.

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