La teoria, la pratica e ciò che ne consegue

Il mondo, si sa, è piccolo. Così è capitato che in spiaggia, nel posto accanto al mio, prendesse il sole una bella donna che mi pareva proprio di conoscere, anche se non ricordavo dove e come l’avessi conosciuta. E lei mi guardava con la stessa dubbiosa espressione, pareva pensare: Ma dove l’ho già visto, questo qui? Poi, una mattina, abbiamo parlato ed è venuto fuori che lei è l’infermiera caposala di un reparto del mio ospedale, e io ancora una volta mi sono detto che le divise ospedaliere in dotazione davvero le sformano  oltremisura, le nostre ragazze; al punto che se le incontri fuori dall’ospedale nemmeno le riconosci.

E nonostante la spiaggia, il mare, le ferie eccetera, siamo finiti a parlare di ciò che abbiamo in comune, ossia il posto di lavoro; e la caposala ha cominciato a esprimere concetti interessanti. Tipo che è difficile mantenere la mole di lavoro se gli amministratori ti tagliano continuamente le risorse. Che è difficile motivare i propri collaboratori se gli togli quei pochi incentivi economici rimasti. Che gli amministratori ti chiedono sforzi organizzativi supplementari, di partecipare fuori orario di servizio a gruppi di lavoro multidisciplinari che servono a elaborare i cosiddetti “percorsi” (odiosa parola che dovrebbe identificare le linee guida necessarie a risolvere i problemi del quotidiano ospedaliero). Sempre con l’impressione, costante, che nessuno nei piani alti abbia la precisa idea di quali siano questi tuoi “reali” problemi del quotidiano, ma che ci si basi per le scelte strategiche su teorie imparate dai libri, nel silenzio dei propri studi ordinati, al riparo dai pericoli e dagli ostacoli della vita ospedaliera. Teorie corrette e utili, in linea teorica, ma prive di significato pratico se non vengono poi calate nella routine lavorativa di ogni giorno.

Ricordo che nel novembre 2009, durante un viaggio in auto a due memorabile quanto inutile, in cui furono violati molti limiti di velocità, il mio primario mi fece una domanda a bruciapelo: Qual’è la prima cosa che faresti se diventassi primario di un reparto che non è il tuo? Io ci pensai su e poi dissi: Beh, credo che mi farei subito un bel po’ di turni in tutte le sale diagnostiche. Perchè altrimenti come fai a identificare le criticità di un posto di lavoro, se non ci hai mai lavorato?

Ecco, io credo che sia questo il punto dolente nei rapporti attuali tra medici e amministratori, che spesso medici non sono o che, se mai lo furono, ora hanno compiuto il salto della barricata e non tornerebbero mai sui propri passi. Personalmente, non ho mai visto un amministratore in una sala diagnostica, accanto a me, nel momento in cui il lavoro diventa rovente ed emergono le criticità vere. E quindi nessun amministratore le ha mai toccate con mano, queste criticità, soppesate e quantificate accanto all’operatore medico, tecnico o infermieristico che sia. E’ ovvio allora che gli operatori sanitari coltivino dubbi e frustrazioni: l’amministratore, ripeto, ha dei nostri problemi una visione o solo teorica (tipo: tutti gli ospedali hanno quel dato problema, dunque anche il mio deve averlo; l’ospedale nazionale di riferimento lo ha risolto con quella formula, dunque la applicheremo anche nel nostro: sebbene con dei correttivi, è ovvio, perchè siamo più intelligenti degli altri) o di seconda mano, perchè esiste la malsana abitudine di considerare referenti inconfutabili della realtà ospedaliera figuri che magari dieci o quindici anni prima lo sono anche stati, ma che adesso non lo sono più perchè i reparti nei quali lavoravano sono cresciuti più in fretta di loro, o le dinamiche interne sono mutate; e senza neanche porsi il problema che quei referenti, ormai fuori dalle logiche di reparto, possano non perseguire il bene comune ma limitarsi a tirare l’acqua al proprio mulino.

E allora, mi chiede qualcuno, proprio non c’è speranza? Non lo so. Quello che invece è certo è che la Politica ha già deciso che la sanità è uno dei nodi su cui si giocheranno le prossime partite più o meno sporche; e ha già deciso, tanto per fare un esempio, che i primari ospedalieri non servono a nulla, anzi sono di ostacolo alle volontà politiche. Perchè il macromodello regionale, che ha già da tempo affidato le sorti della sanità ad amministratori che sovente con la medicina non c’entrano nulla, sta per essere riproposto a livello locale. Perchè un primario deve essere per forza un medico? Per fare i turni e quadrare il bilancio e far lavorare come schiavi medici e paramedici basta un manager qualunque, no? E invece no, perdio: perchè un primario, in teoria, non è solo quello che compila i turni o discute il budget annuale con amministrazioni dal braccino corto. Un primario, in un settore fortemente tecnico come la medicina, fa molto di più: è responsabile della qualità del lavoro del suo reparto, con le sue competenze orienta la crescita dei colleghi, tiene i rapporti con i suoi omologhi di altri reparti, che non sono improntati al “quanti soldi posso spendere” ma al “come possiamo salvare la pelle al paziente Tizio”. Insomma, quello che sta per accadere è il completamento di un processo di usurpazione di competenze che darà al sistema sanitario nazionale il colpo di grazia: perchè già mi ci vedo, alle prese con un responsabile a cui io parlerò di medicina e dal quale mi sentirò rispondere in burocratese commerciale. Uno la cui priorità sarà far quadrare i conti, e al quale della qualità dei servizi fregherà ancor meno degli ingegneri o dei poeti attualmente prestati alle direzioni generali ospedaliere.

Perchè è vero, i bilanci sanitari possono quadrare: ma il fine di una sanità assistenziale come la nostra non può essere realizzare il bilancio quadrato. Altrimenti è meglio scegliere altri modelli: quello americano, per esempio, dove se hai soldi ti curi, se no crepi. Vorrei esagerare, arrivando a sostenere che in un paese come il nostro la sanità dovrebbe essere finanziata da tagli in altri settori, tipo quello militare: ma poi eminenze politiche come Cossiga mi smentirebbero, basta andarsi a leggere i libri che hanno scritto prima di rendere l’anima al Creatore.

Eppure è proprio su questi dettagli che si misura la differenza tra un politico di razza, lo statista, e il politucolo da festa patronale o da comitato di quartiere: le scelte impopolari. Laddove il politico di razza è capace di compiere scelte che gli metteranno tutti contro (tipo per esempio chiudere tutti gli ospedaletti del picchio, che non fanno numeri nè qualità ma in compenso costano come quelli grandi), sapendo di operare per il bene della comunità e che la storia, alla fine gli darà ragione e gli renderà merito. E laddove il politucolo da festa patronale è bravo invece solo con gli slogan a effetto, con le urlate da stadio, con i diti medi puntati al cielo che, dopo giravolte inestricabili, finiscono proprio nel deretano dei suoi elettori: che si tengono l’ospedaluccio sotto casa, ma tra dieci anni avranno una sanità sfasciata e il loro ospedaluccio non servirà più a nulla.

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