La terra di confine

Non è un luogo dove mi reco volentieri, la terapia intensiva neurochirurgica. L’ho raccontato altre volte: l’atmosfera che regna in quelle stanze è lugubre, ha l’odore della terra di confine. E a renderla serena non sono sufficienti nemmeno l’amore e la dedizione del personale che ci lavora e per il quale, giuro, nutro un’ammirazione sconfinata: io, per esempio, non sarei capace di passare un’intera giornata lavorativa tra quelle quattro mura, a prendermi cura di pazienti reduci da interventi chirurgici devastanti che hanno come oggetto la parte più nobile del nostro corpo.

Così quando mi hanno chiamato l’ultima volta, qualche giorno fa, per un’ecografia a un paziente in morte cerebrale, ho buttato giù il rospo a malincuore. Il paziente, quello steso sul lettino, quello ormai morto se non fosse stato per le apparecchiature che lo facevano respirare a forza di pistoni, aveva un viso comune, da persona qualunque. Avrebbe potuto essere un amico di famiglia, uno zio, il salumiere sotto casa: chiunque, davvero chiunque. Mentre con la sonda ecografica gli esploravo gli organi dell’addome, perché quegli organi entro poche ore quell’uomo li avrebbe donati ad altri poveri disgraziati, avrei voluto tanto sapere se in quel cervello morto albergava ancora un fievole barlume di intelligenza.

Cosa pensa un uomo, quando è bloccato in quella sterile terra di confine che non è aldiqua ma nemmeno aldilà? Cosa vedono i suoi occhi chiusi? Cosa ricorda? Si accorge del radiologo che gli appoggia la sonda sulla pancia trattenendo a stento le lacrime? Io non ne ho idea; e credo che nessuno di voi, per quanto potente possa essere la sua fede in quello che ci attende dopo, ce l’abbia. So solo che in quel luogo oscuro, in quella terra di confine nuda e desertica, io mi smarrisco ogni volta; e ogni volta è peggio di quella prima.

Per cui il mio istinto è sempre lo stesso: abbracciare quel corpo nudo che al tempo stesso è vivo e morto, abbracciarlo forte, dargli calore ed energia fino a risvegliarlo del tutto. Ma poi penso che così lo tratterrei ancora in quella assurda terra di confine: e invece certe volte bisogna avere il coraggio di lasciar perdere perché è così che va la vita e noi non possiamo farci nulla. Medici, amici, familiari: nessuno di noi può farci nulla e bisogna farsene una ragione.

3 Responses to “La terra di confine”

  1. thepellons ha detto:

    Perchè in fondo, il mio lavoro, è proprio il più bello del mondo. Grazie di avermelo ricordato.

  2. Gaddo ha detto:

    Si, è vero. Anche quando la tristezza si fa intollerabile.

  3. drkrishna75 ha detto:

    A me è capitata una volta sola di dover andare in rianimazione a fare un’eco ad un giovane con morte cerebrale. Si trattava di un ragazzo che aveva tentato il suicidio e ahimè c’era riuscito ma non sul primo colpo. Un ragazzo sui 18 anni, figlio di imprenditori, gente coi soldi insomma, eppure infelice. Tutto questo l’ho pensato prima di fare l’eco, ma non dopo averla fatta, ci ripenso in realtà solo ora a distanza di tempo. Il tragitto dalla radiologia alla rianimazione sono solo pochi passi, entro col sorriso, scherzo coi colleghi, ma mi pesa tanto perchè so quello che sto andando a constatare. Cerco di distaccarmi quanto più possibile, di non pensare a chi sia il leggittimo proprietario di quel fegato e di quei reni, cerco di pensare solo ad un bel fegato ed a due bei reni. E basta. Vedo se i vasi funzionano. Acqua e olio e il tagliando è fatto. Esco fuori dal reparto cercando di non pensare a nulla e con le immagini in mano comincio a comporre in mente il mio referto. Passa una buona mezzora, squilla il cordless, chiamano dalla pediatria e chiedono un radiologo per fare un’eco addome ad un bambolotto di due anni con un po’ di mal di pancia come di chi ha mangiato troppa cioccolata…. ed eccomi…. evviva la vita!

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