Lavori oscuri

Ci sono lavori oscuri, quelli che tengono in piedi la baracca senza che nessuno lo sappia. Quelli, tanto per capirci, della canzone di Ligabue Una vita da mediano. Sono lavori molto differenti tra loro, e certe volte sono oscuri anche quei mestieri in cui sei, o dovresti essere, sotto i riflettori: come il mio, per esempio. Un medico, un radiologo, può fare lavoro oscuro anche se è un buon professionista. Dipende dalla circostanze, dagli stati d’animo, dalle ispirazioni del momento. E dal manico, quello non dimentichiamolo mai.

Ma non è di questo che voglio parlare, oggi. Perché ci sono volte in cui entro nell’ufficio delle segretarie del mio reparto e le vedo che parlano al telefono con i pazienti mentre con una mano controllano gli incartamenti e con l’altra stanno prenotando prestazioni per un reparto dell’ospedale. E magari quel paziente non è così paziente, ma loro comunque si fanno in quattro per cercare soluzioni, risolvere quella pletora di piccoli problemi da nulla che, lasciati a sè stessi, paralizzerebbero l’attività di qualunque reperto di radiologia.

Il bello è che le segretarie del mio reparto potrebbero fregarsene, fare lo stretto indispensabile, il minimo sindacale nelle ore che competono loro: tanto quella schifezza di stipendio se la portano a casa lo stesso e il terribile della pubblica amministrazione sta proprio in questa evidenza, ossia che chi lavora male guadagna come chi lavora bene, e lo stipendio è misero per entrambi. Ma il bello è soprattutto che le mie segretarie se ne fregano altamente di tutto ciò, e lavorano come bisogna lavorare perché un conto sono le chiacchiere di ministri disorientati e sull’orlo di una crisi di nervi, e un altro la realtà lavorativa di ogni giorno: quella di un ospedale, per esempio, dove tutto sta in piedi non per lungimiranti progetti organizzativi nazionali, regionali o provinciali di re, regine, torri o alfieri, ma perché i pedoni, quelli che tutti i bravi scacchisti sanno di dover sacrificare per guadagnare una posizione cruciale e vincere la partita, tappano con buona volontà quotidiana i buchi organizzativi di chi invece è perduto nel nitore delle sfere superne.

Così mi capita spesso, troppo spesso, di dire di sì a una segretaria che mi chiede cinque minuti del mio tempo anche se in quel momento non posso o non ne ho alcuna voglia: perché conosco quel genere di lavoro oscuro, quella loro esile corrente elettrica che tiene acceso anche il mio, di mestiere, e mi consente di svolgerlo nei tempi e nei modi che desidero.

E mi capita anche, ma questo a loro non lo dirò mai, di aver voglia di abbracciarle: perché un grazie è poco, un sorriso spesso è solo di circostanza, una pacca sulla spalla sembra condiscendenza anche se invece è un’espressione di gratitudine. Specialmente quando le vedo al telefono con pazienti difficili, e nonostante la faccia stanca riescono a mantenersi gentili e disponibili senza aver mai frequentato nessun corso di intelligenza emotiva. E ancora più specialmente quando il paziente difficile se la prende con loro e, come è successo, gli augura di patire le loro stesse pene: senza sapere quanto male inutile stanno infliggendo a persone che ogni giorno, nonostante la fama di impenitenti fannulloni, fanno in modo che quegli stessi pazienti ricevano le cure e l’attenzione a cui tutti hanno diritto.

Anche gli stronzi.

 

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