Le mani legate

Uno degli esami più noiosi che a un radiologo capita di refertare è la radiografia della mano per studio dell’età ossea. Sarebbe a dire: arriva il paziente, gli radiografiamo la mano, studiamo la forma di ogni singolo ossicino e alla fine siamo in grado di dire se la sua età scheletrica è uguale a quella anagrafica o se ci sono ritardi di crescita (o, al contrario, crescite precoci). E’ un esame lungo e noioso, che non dà nessuna soddisfazione al radiologo che lo referta: ma, al pari di altri tipi di esame, va fatto e basta.
Ogni tanto, però, il paziente non è un bambino piccolo di statura nè una bimba con le mestruazioni precoci. A volte il paziente non è nemmeno un paziente: è qualcuno che hanno arrestato per un furto o qualche altro reato minore, e che si dichiara minorenne. In genere si tratta di ragazzi extracomunitari: per loro è quasi impossibile risalire alla data di nascita. Hanno imparato il trucco dei 18 anni appena giunti in Italia, dai loro amici e fratelli maggiori.
Ma non è quello il problema. Il problema è che questi ragazzini arrivano scortati da due o tre carabinieri e hanno le manette ai polsi. Le mani legate.
Io, nel fare questo mestiere, mi sono abituato a tutto: scene sanguinolente, mamme in lacrime, gente che muore sotto i miei occhi. Ma c’è una cosa alla quale non riesco ad abituarmi: vedere un uomo con le mani legate. Qualunque malefatta abbiano commesso quelle mani, vederle legate mi turba, mi lascia nello sconforto. A nessun uomo dovrebbero mai essere legate le mani.
Così, a fine esame, quando devo stilare il referto e l’età ossea risulta intorno ai 18 anni, ho sempre qualche problema di coscienza. Allora riprendo in mano le tabelle, ricontrollo tutto daccapo: ma ho sempre fisso in mente il pensiero di quelle manette che stringono polsi; di quegli occhi smarriti che si guardano intorno, che si guardano le mani.

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