Le altre ragioni della speranza

Stavo cercando immagini per il mio prossimo congresso, quando l’occhio mi è caduto su un nome che avevo archiviato perchè il caso clinico, sebbene umanamente doloroso, era molto didattico e interessante.
E mi sono ricordato della prima volta che vidi quel paziente: un uomo della mia età, spaventato a morte perché gli avevano appena diagnosticato un tumore della laringe, che mi entra in risonanza magnetica per completare la stadiazione della sua malattia. E dall’altra parte del vetro, quella giusta, un radiologo angosciato: come avrei potuto dirgli che la situazione era disperata?
Poi mi sono ricordato del nostro secondo incontro: al controllo dopo una chemioterapia sperimentale perchè il tumore non era operabile. Smagrito, senza capelli, con gli occhi enormi e stralunati. La sua espressione di ansia prima, e di gioia poi quando gli dico che la risposta alla terapia è stata ottima, oltre ogni più rosea previsione. E lui che mi abbraccia, e mi chiede di darci del tu perchè quando si attraversa insieme una strada del genere, beh, non si può più essere due estranei.
Poi l’ho perso di vista: ho immaginato che continuasse a fare i suoi controlli radiologici altrove, dove lo avevano operato. Non ho mai voluto credere, nei due anni di silenzio, che fosse accaduto il peggio.
Stamattina, ritrovando il nome nel mio archivio personale, non ho più resistito. Ho recuperato il suo numero di cellulare e ho fatto una cosa che nessun medico dovrebbe mai fare: gli ho telefonato. Lui ha risposto, dopo un secondo mi ha riconosciuto e abbiamo parlato per un pò. La sua voce era buona. Va tutto bene, mi ha detto, attualmente non c’è più malattia. E credetemi, gente, questo si che è davvero un mezzo miracolo.
Alla fine della telefonata, prima di salutarmi, mi ha ringraziato. E invece no, gli ho detto, sono io che devo ringraziare te.
Perché sono storie come questa che mi danno, che ci danno, la forza di continuare questo mestiere del cavolo.

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