Le altre ragioni della speranza

Stavo cercando immagini per il mio prossimo congresso, quando l’occhio mi è caduto su un nome che avevo archiviato perchè il caso clinico, sebbene umanamente doloroso, era molto didattico e interessante.
E mi sono ricordato della prima volta che vidi quel paziente: un uomo della mia età, spaventato a morte perché gli avevano appena diagnosticato un tumore della laringe, che mi entra in risonanza magnetica per completare la stadiazione della sua malattia. E dall’altra parte del vetro, quella giusta, un radiologo angosciato: come avrei potuto dirgli che la situazione era disperata?
Poi mi sono ricordato del nostro secondo incontro: al controllo dopo una chemioterapia sperimentale perchè il tumore non era operabile. Smagrito, senza capelli, con gli occhi enormi e stralunati. La sua espressione di ansia prima, e di gioia poi quando gli dico che la risposta alla terapia è stata ottima, oltre ogni più rosea previsione. E lui che mi abbraccia, e mi chiede di darci del tu perchè quando si attraversa insieme una strada del genere, beh, non si può più essere due estranei.
Poi l’ho perso di vista: ho immaginato che continuasse a fare i suoi controlli radiologici altrove, dove lo avevano operato. Non ho mai voluto credere, nei due anni di silenzio, che fosse accaduto il peggio.
Stamattina, ritrovando il nome nel mio archivio personale, non ho più resistito. Ho recuperato il suo numero di cellulare e ho fatto una cosa che nessun medico dovrebbe mai fare: gli ho telefonato. Lui ha risposto, dopo un secondo mi ha riconosciuto e abbiamo parlato per un pò. La sua voce era buona. Va tutto bene, mi ha detto, attualmente non c’è più malattia. E credetemi, gente, questo si che è davvero un mezzo miracolo.
Alla fine della telefonata, prima di salutarmi, mi ha ringraziato. E invece no, gli ho detto, sono io che devo ringraziare te.
Perché sono storie come questa che mi danno, che ci danno, la forza di continuare questo mestiere del cavolo.

9 Responses to “Le altre ragioni della speranza”

  1. matteo ha detto:

    Caro Gaddo
    complimenti davvero per la tua dedizione al lavoro e per la tua umanità.
    Non so quanti radiologi avrebbero il coraggio di telefonare a un Paziente dopo 2 anni di silenzio dopo un esame di Staging…
    Forse ci ricordiamo di un caso radiologico per decenni ma difficilmente andiamo a contattare il Paziente a casa per chiedergli “Tu come stai?”

  2. mollybloom82 ha detto:

    Davvero si dimostra la tua grande umanità…è vero, forse non si dovrebbe fare di chiamare il paziente…ma credo che ciò abbia fatto bene a te e a lui, senza nuocere a nessuno, quindi..!

  3. Gaddo ha detto:

    Non credo sia questione di umanità: è che io mi affeziono ai miei pazienti, e a qualcuno più che a qualche altro.
    Credo capiti a tutti i medici, o almeno lo spero.

  4. Vito ha detto:

    Ribadisco ciò che oramai è evidente……
    Sei una persona eccezionale!!!!
    Sei una eccezione, ecco perchè consideri il tuo “un mestiere del cavolo”;
    perchè TU ci metti tutta la tua anima al contrario di tanti tuoi colleghi.

  5. Gaddo ha detto:

    Ragazzi, adesso basta o mi farete montare la testa! Ve lo confesso: quella che sembra umanità ha anche un nucleo di egoismo: un giorno ci sarò io, dall’altra parte del vetro, e quel giorno sarei contento di avere come interlocutore uno che ci mette passione, e non un cialtrone. Diciamo che sto cercando di guadagnarmi il Purgatorio.

  6. CamillaA ha detto:

    Grazie, davvero.

  7. thepellons ha detto:

    Sei bravo, tutto qua. A maggior ragione perchè il tuo mestiere ti permetterebbe di non essere troppo coinvolto. Pensa che l’unico amico radiologo che ho, compagno di università, ebbe una grande crisi al terzo anno, e nonostante fosse un piccolo genio, smise di voler fare il medico perchè gli metteva paura il coinvolgimento umano con la sofferenza. E per questo scelse radiologia! 🙂

  8. Gaddo ha detto:

    Almeno speriamo che sia diventato un genio della radiologia!! 😉

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