Lettera a un Paziente Sfortunato

Caro Paziente Sfortunato,

ti scrivo questa lettera perché ogni tanto frequento il blog di un collega, e non sempre quello che leggo sulle sue pagine mi piace e convince.

Ti scrivo queste poche parole perché noialtri medici siamo bravi a riempirci la bocca di paroloni difficili ma molto meno bravi quando si tratta di trarre conclusioni precise e spiegarle a voi pazienti; e perché continuo a leggere di miei colleghi che si lamentano di come sono trattati, delle denunce che ogni anno aumentano di numero, dell’accanimento mediatico contro un sistema sanitario che, fatta la tara delle differenze tra regione e regione, tutto sommato non funziona così male.

Il che, per carità, è anche vero. Anche io, per esempio, faccio il radiologo: referto circa diecimila esami all’anno, spesso in condizioni logistiche assurde, con il telefono che suona a ripetizione, i colleghi che mi interrompono per chiedermi un parere, le segretarie che hanno bisogno della mia attenzione altrimenti il loro lavoro si pianta. Diecimila referti all’anno sono tanti, te ne accorgi anche tu che non sei addetto ai lavori: più di 800 referti al mese, 27 al giorno senza contare ferie e feste comandate. Ci sono giorni di pronto soccorso che torno a casa dopo 12 ore filate di lavoro, con il cervello in panne, dopo aver firmato 150 referti di tutti i tipi: esami radiografici, ecografie, tac. E magari quel giorno era Natale e io ho lavorato da solo, senza mai fermarmi neanche per mangiare e senza un cane con cui scambiare due parole.

Però c’è una questione che i miei colleghi non toccano mai, nemmeno quando li sento snocciolare con tono professionale che il più bravo di noi, è dimostrato, sbaglia il 5% dei referti. Sai qual’e? Semplice: in quel 5% ci sono uomini e donne come me e te, preoccupati, spaventati, a volte terrorizzati dal pensiero di star male. Persone con un lavoro, i figli piccoli a casa, un mutuo da pagare, progetti da realizzare, nipotini da andare a prendere a scuola, libri da leggere, pensioni da godersi. In quel 5% c’è la vita, caro Paziente, e io come medico non riesco a pensare a te come una semplice frazione percentuale inevitabile, perché il mio mestiere non è aprire pance o auscultare cuori o guardare radiografie o risvegliarti dai fumi dell’anestesia ma prendermi cura di te, ecco tutto, prendermi cura di te.

Un mio amico dice sempre: A me non importa perché un medico sbagli, può avere tutte le buone ragioni del mondo, quello che pretendo è che non sbagli con me. Io per anni non ho compreso il suo punto di vista, mi sembrava eccessivo e forse anche irriguardoso, gli dicevo, Se vuoi un medico che non sbagli fatti visitare da una macchina. Ma poi ho capito cosa voleva dirmi.

Quando sbagli un intervento chirurgico, una terapia, un referto radiologico, non stai solo realizzando quel 5% di errore che sembra inevitabile anche nel migliore dei mondi possibili: stai ammazzando un uomo. Quando sbagli qualcosa a quell’uomo non interessa se eri stanco, o a pezzi perché tua moglie ti tradiva o il tuo bambino bruciava di febbre alta. Non gli interessa che tu quel giorno fossi alla tredicesima ora di lavoro continuato, che la notte prima avessi avuto l’influenza intestinale e fossi comunque venuto al lavoro per non metterla in quel posto ai colleghi incolpevoli. Non gli interessa perché hai sbagliato, gli interessa solo che l’hai fatto, che non ti sei preso cura di lui. E che l’hai ammazzato.

Per cui, caro Paziente Sfortunato, proverò a farli star zitti io questi medicuncoli da strapazzo che parlano con la virgola e non hanno mai una parola di compassione per nessuno, nemmeno quando hanno commesso gravi errori. Perché io per primo ho sbagliato, caro Paziente, e quanto valgono le mie mille diagnosi corrette se a te ho tolto la speranza? Per colpa mia, alla fine dei conti, non vedrai i tuoi nipotini. Non potrai più addormentarti sul divano guardando il telegiornale. Niente più viaggi, pizze al sabato sera. Niente auto nuova, niente casa delle vacanze, niente PC nuovo per imparare a usare internet.

Se loro sono incapaci di chiederti scusa lo farò io, per tutte le volte che ho sbagliato e non mi sono preso cura di te come tu avresti voluto. Sapendo bene che se esiste un inferno dei medici che hanno sbagliato, beh, io ci andrò a finire per direttissima, sperando che quell’inferno abbia lunghezza, larghezza e profondità e soprattutto non abbia in alcuna gloria il nostro inutile orgoglio di persone fallibili.

18 Responses to “Lettera a un Paziente Sfortunato”

  1. Renghen ha detto:

    Ecco perchè gli altri, quello che non hanno fatto quel giuramento, non capiscon il viscerale senso di responsabilità che ci attanaglia le budella e non ci fa dormire la notte. Puoi far crollare un po te con un calcolpo errato o mandare in galera un povero cristo innocente, ma nulla sara’ mai come avere davanti la persona che pagherà le conseguenze del tuo errore.
    Ma non dimenticare tutti coloro che, invece, in silenzio e senza forse nemmeno saperlo, vivranno molti anni in più coi loro nipotini, e proprio grazie a te.

  2. pendolante ha detto:

    Fare il medico è una responsabilità enorme e forse molti sviluppano un ego smisurato per mettere a tacere la propria coscienza. Ma sono solo illazioni. L’essere umano è fallibile e questo basterebbe dire, quando si sbaglia. Non è sufficiente, certo che no, ma è un punto di partenza comprensibile da tutti i pazienti che invece si incarogniscono quando un medico cerca di nascondere un errore dietro a termini altisonanti. Ma poi, Gaddo, il tuo post è un bel post. E chi muore o soffre per un errore non troverà motivazioni sufficienti. Ma a nome di tutti i pazienti posso dire Grazie per il meglio che fate.

  3. murialdog ha detto:

    Caro Gaddo, anch’io ci penso tutti i giorni che Dio manda nel mio reparto di Radiologia . C’è da tremare: su 10000 referti sono 500 errori, ma 500 errori non fanno 500 morti per causa mia!, Ci saranno sì errori gravi ma anche le imprecisioni veniali, o no? E forse il mio errore sarà scoperto prima o poi da qualcun’altro che salverà la vita al mio malcapitato.
    Se invece sono proprio 500 morti che pesano sulla mia coscienza, ogni anno, chiudo baracca e torno a zappare… che è meglio.
    Lavoro dal 1979: ho fatto stragi e nemmeno all’inferno ci sarà posto per me.
    Prendersi cura, prendere a carico, sono d’accordo con te, in questo consiste il nostro lavoro, ma nessuno è infallibile.

  4. matteo ha detto:

    Caro Gaddo,
    gli errori non sono tutti uguali.
    Prima di seminare il panico tra i pazienti bisognerebbe distinguere bene quanto del 5% di errore radiologico comprometta veramente la salute.
    Non vorrei diventasse una questione di numeri ma io credo che alla fin della fiera gli errori veri ,quelli seri e che incidono sulla salute sono una percentuale inferiore a quella di cui si parla. La maggioranza degli errori dei radiologi sono di poca importanza e a volte non modificano molto l’esito complessivo della cura. Alcuni errori invece sono “canne” imbarazzanti che fanno sghignazzare la platea e infine ci sono pochi e maledetti errori che pesano come macigni che iniziano a rotolare e cadono rovinosamente 4 o 5 anni dopo… Quelli sono errori! (quelli del mestiere capiranno).
    Detto questo, sarebbe interessante prevenire l’errore modificando un po’ la nostra vita lavorativa per esempio eliminando il telefono che suona a ripetizione, turni meno stressanti e meno prolungati (a me capita di stare in ballo per 72 ore in reperibilità ) , le segretarie facciano le segretarie e non rompano i maroni, i luoghi di lavoro meglio organizzati e silenziosi, maggiore possibilità di crescita professionale anche negli ospedali mediopiccoli.
    Insomma ci sarebbe margine per ridurre questa percentuale. Non credi?

  5. Gaddo ha detto:

    @ tutti

    Si, visto dalla prospettiva di Johnny il nostro mestiere torna a essere quello che è: una terribile e stupenda commistione di responsabilità e competenze. Ed è anche vero che non tutti gli errori sono uguali, come dice Matteo. Ma a volte tutto questo non basta. Quando commetti l’errore, quello serio, quello che non lascia scampo, ti senti in una situazione dalla quale non puoi tornare indietro. Puoi scendere a patti con l’incidente, chiederti diecimila volte perché mai non hai visto quella piccola modifica, dare le testate nel muro per quanto sei stato stupido, ma la situazione non cambia. Come tutti i medici, anche io ho paura di essere denunciato. Non dico che me lo sogno di notte, ma ci penso spesso al momento in cui mi arriverà la fatidica raccomandata dell’avvocato. Tuttavia, anche se è difficile crederci, c’è una cosa che temo ancor più della denuncia: che il paziente vittima del mio errore possa pensare che in quella circostanza non sono stato attento e professionale, insomma che non mi sono preso cura di lui. E invece non c’è un solo esame che io affronti con superficialità, un solo paziente di cui non conosca la storia. Questa è una situazione difficile: ne ho parlato nel blog perché voglio che gli specializzandi che mi seguono abbiano idea di cosa li aspetta: a fronte di nove diagnosi brillanti faranno la cazzata, una cazzata dolorosa, e tutto l’orgoglio delle buone diagnosi andrà a farsi friggere.
    Il mestiere del medico non lascia spazio all’orgoglio. Questo, volevo dire.

  6. mollybloom82 ha detto:

    Ho cliccato su “commenta” per dire qualcosa che altri hanno già detto: non è che ogni errore ammazzi un paziente, per carità. E per la prima volta da che ti conosco, devo dire che il tuo post non mi è piaciuto gran che. Troppo retorico, troppo melenso. Non c’è dubbio che essere un buon medico significhi fare il proprio mestiere in scienza e coscienza, però a tutto c’è un limite. Siamo fallibili. E, oltretutto, impariamo anche dai nostri errori.

  7. Gaddo ha detto:

    @ molly

    Mi dispiace che il post non sia di tuo gradimento, ma soprattutto che tu ci veda dentro della retorica. Il post è nato dopo una lunga e concitata discussione sulla persecuzione legale a cui noi medici attualmente ci sentiamo soggetti: mi sembrava giusto porre la questione anche dall’altro punto di vista, quello del paziente che magari non è al corrente delle difficoltà in cui ci dibattiamo quotidianamente noi addetti ai lavori né si rende conto delle enormi potenzialità di errore che sono insite nel nostro mestiere. Il mio blog era nato anche per questo: raccontare storie del quotidiano ospedaliero per ridurre le distanze tra medico e paziente.
    E poi, se è vero che non tutti gli errori ammazzano un paziente è anche vero il contrario, ossia che qualche errore li ammazza sul serio. Tu sei giovane, probabilmente a te non è mai accaduto: però ti assicuro che la consapevolezza dello sbaglio letale, anche se la buona volontà non ti fa difetto, è qualcosa che non lascia dormire di notte.
    Poi è anche vero quello che ha detto Renghen, cioè che per un errore terribile qualcuno di noi ha inanellato 99 diagnosi brillanti e ha salvato altrettante vite. Però pensate che gliene importi qualcosa al Paziente Sfortunato che a commettere l’errore sia stato un radiologo competente e accorto piuttosto che quello incompetente e inetto? Secondo me no. Ma parliamone, se volete.

  8. Renghen ha detto:

    Beh, ecco, cara Molly, forse ha ragione Gaddo, e la tua giovinezza -se quel numero è il tuo anno di nascita, ecco, sei davvero davvero giovane! – ti fa pensare che questo post sia retorico. Non ti sarà ancora -e spero non ti accada mai – capitato di dover dire a qualcuno che hai sbagliato, e che anche se non l’hai fatto per disattenzione o ignoranza o incompetenza, sei comunque colpevole – questo il senso del reato di lesioni colpose, o peggio, di omicidio colposo. Io ti auguro non ti capiti mai: ma solo chi non fa non sbaglia, e se fai, e fai tanto, potrebbe accadere. Allora ti assicuro che ti sentirai esattamente come Gaddo ha ben descritto.

  9. Gaddo ha detto:

    @ Renghen

    Amen.

  10. mollybloom82 ha detto:

    Per carità, sono giovane. Finora non ho avuto grosse responsabilità in prima persona. Forse, quindi, sbaglio nella mia valutazione, e vi chiedo scusa. Però per adesso faccio davvero fatica a rispecchiarmi in questo post.

  11. giancarlo ha detto:

    Ciao collega,
    La tua analisi sul nostro stato d animo quando facciamo un errore è perfetta.
    Penso che pochi possano avere il nostro strazio interiore e ancora meno lo possano capire fino in fondo.
    Ma c’è un ma. L’inevitabilità dell’errore umano in medicina deve anche confrontarsi con la realtà.
    Faccio anche io il tuo approssimativo carico di lavoro e, se fossi un radiologo eccellente, farei anche io 500 errori all’anno. Certo, non tutti gravi, ma vogliamo considerare che di questi errori il 5% sia grave? Farebbero 25 errori all’anno per cui sarei chiamato senz altro a rispondere legalmente.
    Ebbene, la nostra società, le nostre assicurazioni, la nostra sanità, potrebbero permettersi l’onere di almeno venticinque procedimenti legali a radiologo all’anno? Follia pura e una manna per gli avvocati.
    Soluzioni? Tre semplici, ma proprio perchè semplici ignorate ad alto livello.
    Primo: depenalizzazione dell’atto medico. Siamo rimasti in tre Paesi al mondo a prevedere una azione penale per l’atto medico, non lo so, vogliamo continuare a farci del male?
    Secondo: tetto ai premi assicurativi. Non si capisce perche quando acquisti un biglietto aereo sottoscrivi una specie di contratto in cui la,compagnia, se hai un incidente riconosce un premio limitato da 60 a 100000 euro ai tuoi eredi e questo va bene a tutti, mentre se un medico sbaglia si parla di risarcimenti ben al di sopra di questa cifra, talvolta anche milionari. La vita vale diversamente se siamo noi a sbagliare?
    Terzo: sanatoria di quella mostruosità giuridica partorita dalle menti eccelse della corte costituzionale per cui nell’atto medico si stabilisce un rapporto contrattuale privatistico anche se sei un medico di medicina pubblica.
    Basterebbe poco. L’errore medico non si risolverà mai, vediamo di non renderlo,ancora più tragico per noi e soprattutto per il nostro paziente sfortunato.
    Cordialmente

  12. Gaddo ha detto:

    @ giancarlo

    Non posso che sottoscrivere tutto quello che hai scritto. La mia sensazione è che questa conflittualità medico-paziente venga continuamente pompata, e non mitigata, da chiunque provi a parlare di sanità: se c’è una cosa che ho sempre detto, in questo blog e altrove, e che mai la medicina è stata così avanzata nella storia dell’uomo e mai c’è stata verso di lei così tanta diffidenza. Che sovente è giustificata, ma nella maggior parte dei casi no.
    E allora, lo ripeto, uno dei motivi per cui ho cominciato a tenere questo diario online è proprio questo: che i pazienti, loro soprattutto, si rendessero conto di cosa fa un medico, cosa prova, come si sente mentre lavora. Che genere di sensazioni vive quando becca la diagnosi giusta o quando la canna alla grande: noi non siamo macchine, abbiamo paura, insicurezze, e le nostre vite sono spesso piene di problemi di altra natura. Se il paziente smettesse di vederci come computer incapaci di commettere errori e riuscisse a scorgere quello che di più umano c’è in noi sarebbe grandioso: ma temo che, in molti casi, quello che c’è di più umano nei medici non sia così grandioso. Insomma, a volte abbiamo ragione noi, altre volte ha proprio ragione il paziente sfortunato. Ferma restando la bontà assoluta della tua analisi, della quale ti ringrazio molto.

  13. giancarlo ha detto:

    Caro Gaddo,
    Perdonami se approfitto ancora di questo spazio ma se non ci si parla tra colleghi, allora ammazziamoci…
    Il punto è proprio quello che hai evidenziato tu: nella nostra professione troviamo il bene e il male, il collega che si fa un mazzo così e non dice mai no e quello che col cavolo ti faccio sto esame in più, lo lascio a quello di turno al pomeriggio.
    Ho però notato che i problemi medico legali, guarda caso, sono molto più frequenti in quelli tra noi che rappresentano il meglio, non certo tra i fancazzisti che, fatto il loro, alle Una sembrano Fantozzi sui blocchi di partenza pronti a partire…
    La nostra società impazzita chi si sbatte di più ha più da rischiare ed alla fine il cupo pensiero “Ma chi me lo fa fare” affiora anche nelle menti più limpide.
    Ti dico questo perchè io amo questo lavoro del cavolo, lo ritengo il più bello del mondo, continuo ad accollarmi i casi più rognosi senza lamentarmi, ma tre anni passati sotto procedura penale per una frattura del capitello radialecon tanto di processo celebrato e il giudice che alla fine pronuncia “In nome del popolo italiano” mi hanno tolto la tensione interiore, quella lucina in fondo agli occhi che oggi tanto invidio ai giovani specializzandi, e non importa se alla fine ti assolvono, perchè alla fine sei cambiato irrimediabilmente.
    A quella paziente sfortunata che è andata dai Carabinieri a denunciarmi come un qualsiasi ubriaco che investe una persona con la macchina, vorrei poter dire che con la sua denuncia può cambiare in peggio le parti migliori della nostra società, come in quel racconto di Stephen King in cui un naufrago su un’isola deserta rimasto senza mangiare, alla fine si taglia un piede per mangiarselo.
    Se penso alla nostra Italia di oggi ed al modo in cui siamo trattati noi medici, non posso fare a meno di metterla in paragone a quel racconto.
    Per questo il tuo blog è il benvenuto, che sia una luce nel buio che a volte sento intorno.
    Un caro saluto

  14. Gaddo ha detto:

    @ giancarlo

    Mi costringi ancora una volta a sottoscrivere. In particolar modo quando parli della differenza tra chi si fa il mazzo in qualsiasi circostanza e chi si defila con la naturalezza dell’impiegato del catasto: anche perché, non è riflessione di second’ordine, a fine mese si prende di stipendio tutti uguale, che tu valga uno o che tu valga dieci. Ma non è questo il punto.
    A tutti è capitato, o sta capitando, o capiterà di esser presi di mezzo da una causa ingiusta, o forse soltanto esagerata rispetto alle conseguenze che ha provocato. In quel momento non importerà a nessuno che tu sia il miglior medico del mondo: importerà vedere le tue palle sul ceppo, punto e basta. Non ci si renderà conto che il crimine più grave sarà averti spento quella luce che brillava in fondo ai tuoi occhi, e che ti spingeva a dare il massimo sempre, a prescindere, chiunque fosse lo sconosciuto che avevi di fronte. Secondo me quella luce brilla ancora in fondo ai tuoi: altrimenti non perderesti tempo a scrivermi, e a raccontarci sensazioni private e bellissime.
    Grazie di aver condiviso la tua esperienza. Quella luce va tenuta accesa, a ogni costo: perché in fondo è lei che tiene accesa noi.

  15. giancarlo ha detto:

    Grazie a te, collega carissimo.
    A volte si ha solo bisogno di parlare con qualcuno che ti capisca fino in fondo, per cacciare indietro quella solitudine che ti divora da dentro.
    Perchè, ti assicuro, la cosa peggiore di quei tre anni di merda è stata la sensazione viva e tangibile che della tua situazione non è fregato niente a nessuno.
    Ad maiora, collega carissimo e che le anime belle di Felson e Frassineti ti proteggano sempre e ti facciano bucare lo schermo del monitor…

  16. Gaddo ha detto:

    @ giancarlo

    A qualcuno è importato di sicuro: per esempio, quei pazienti che sicuramente hanno gran stima di te e ti considerano un punto di riferimento nelle loro vite tormentate, quelli che quando vengono nella tua Radiologia chiedono proprio di te e non di un altro collega, per quanto bravo sia. Sono loro, sono quei pazienti lì che ci compensano delle altre delusioni: sono loro che ci hanno scelto e chiesto di fare un pezzo di strada insieme. In qualche modo, bisognerà pur essere degni della loro fiducia.

    PS Hai citato Felson e Frassineti. Qual’è il motivo? Buttata lì così, sembra che tu mi conosca da anni. 🙂

  17. giancarlo ha detto:

    Solo da qualche giorno caro omonimo collega, ma ho già letto abbastanza della tua guida allo specializzando per capire che, oltre al nome, abbiamo anche molta della nostra preparazione in comune. Questi mostri sacri hanno allietato molte delle mie sere di studio.
    Grazie ancora per le belle parole

  18. giancarlo ha detto:

    Concedimi, Gaddo, un’ultima chiosa sull’argomento.
    È perfettamente normale che nell’arco della,nostra vita operativa, incontriamo un paziente “sfortunato” che ce l’ha con noi per qualche motivo.
    Ce lo dice la statistica, ce lo dice il buon senso che afferma la fallibilità di ogni azione umana.
    Per questo, in un Paese che si ritenga civile, lo Stato dovrebbe tutelare questi suoi dipendenti in difficoltà, che tantissime altre volte hanno operato bene e che altro non sono se non un suo investimento.
    La realtà è ben diversa ed è fatta di un bel calcio in culo condito dalla raccomandazione “Arrangiati da solo…”.

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