Lettera aperta a Concita De Gregorio (un post di Gianni)

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Questo è il primo post di Gianni: si tratta di una e-mail inviata a Concita De Gregorio, giornalista della carta stampata e, a quanto pare, radiofonica. Gianni era intervenuto telefonicamente, durante il programma radio “Prima pagina”, a seguito di un commento della giornalista che criticava aspramente la chiusura dei piccoli ospedali periferici: l’osservazione gli era parsa priva di fondamento (e lo è, per chiunque conosca la materia e sia dotato di buon senso), e lui aveva cercato di spiegarne i motivi in diretta. Dopo aver sostenuto con decisione che opporsi alla chiusura dei piccoli ospedali è spesso un atteggiamento demagogico sostenuto dall’opportunismo dei politici di bassa lega di cui è ricco il nostro bel paese, e dopo un altro breve scambio di battute, a Gianni è stato tolto l’audio e Concita De Gregorio si è lanciata in un paragone quantomeno improprio, per non dire altro, tra la sanità africana e quella italiana. Quella che segue è la e-mail che Gianni ha inviato a Prima Pagina, all’attenzione della giornalista, che per ora è rimasta senza risposta. Dando ulteriore corpo alla mia sensazione che i giornalisti dei tempi moderni siano esattamente come i politici sui quali dovrebbero esercitare meritoria azione di controllo: puoi obiettar loro qualunque argomento, certo, purché tu non gli dia mai torto.

Gentile Dottoressa De Gregorio,
faccio seguito alla mia telefonata di questa mattina circa la chiusura dei piccoli ospedali.
Premetto che faccio il Radiologo e quindi non mi occupo di organizzazione di Sanità Pubblica, ma il concetto delle mie parole di questa mattina resta lo stesso: le proteste per la chiusura dei piccoli ospedali sono spesso demagogiche e frutto di un tentativo dei politici di cavalcare una protesta della popolazione, spaventata dalla chiusura di tali ospedali, ma che in effetti poco conosce dei rischi e dei benefici di tali chiusure. Anche perché i piccoli ospedali sono mezzi di gestione del rapporto clientelare con la popolazione locale, che trae profitto da un centro di assunzione di personale. A titolo esemplificativo, nella provincia di Verona oltre ai due grossi ospedali cittadini ci sono almeno altri 11 ospedali, di cui alcuni piccolissimi, e che si fa fatica enorme a chiudere anche per le resistenze della politica locale.
Il mantenimento in opera di piccoli ospedali generalisti ha un costo per posto letto proporzionalmente più alto di quello di grandi ospedali (a parità di tipologia di prestazioni effettuate), in quanto oltre ai costi di gestione degli edifici (luce, riscaldamento, pulizia, etc) è sempre necessario avere personale medico e paramedico a disposizione h. 24 per l’attività di guardia, oltre che per il lavoro routinario.
Ma le statistiche indicano chiaramente come la qualità dell’atto medico sia proporzionale al volume di prestazioni: più se ne fanno, meglio è. In tal modo, per un abitante di un paesino è meglio andare in un ospedale a 40 km di distanza e ricevere un ottimo trattamento che restare in zona e ricevere un trattamento meno adeguato. Il tutto a costi proporzionalmente minori nei grossi ospedali.
Non ha nessun senso mantenere attive dei reparti di ostetricia dove il numero di parti per anno è al di sotto di un certo standard (500), per i motivi che può trovare nel documento al seguente sito: http://www.quotidianosanita.it/governo-e-parlamento/articolo.php?approfondimento_id=1503
Quando io parlo di medicina del territorio come modello di eccellenza della sanità italiana non sto parlando dei piccoli ospedali, che non sono modello di eccellenza specie se generalisti, ma di un sistema di assistenza sanitaria (Medici di Medicina Generale, Distretti Sanitari, Home care, etc) che è diffuso capillarmente nel territorio e che si fa carico dei problemi sanitari in mondo efficiente ed economico, senza intasare le strutture ospedaliere, oltre a farsi carico di attività di prevenzione e screening.
Paragonare le problematiche sanitarie italiane (dove una distanza di 40 km si copre in circa 30 minuti), con quelle africane (1 giorno per fare 40 km) non è corretto. Le problematiche sono nettamente diverse, e se la sopravvivenza al parto è una priorità per la donna africana, questo è dato per scontato in Italia, dove non viene nemmeno accettato che un bambino in asfissia neonatale non possa ricevere cure adeguate. Ma visto che meno del 25% degli ospedali italiani ha una neonatologia, come pensa si possa affrontare il problema di un parto difficile con nascita di un bambino asfittico in un ospedale senza neonatologia, dove l’unica soluzione è caricare il bambino in ambulanza e portarlo a tutta velocità verso un ospedale attrezzato, subendo nel frattempo minuti preziosi di asfissia cerebrale? Senza contare la futura carenza di tante figure mediche, in rapporto al numero chiuso delle Scuole di Specializzazione. Si prevede che nel futuro saremo costretti a impiegare medici formati all’estero (se va bene dai paesi dell’Est). Già adesso molti concorsi in ospedali di provincia, specie per alcune specialità (anestesia, radiologia, ortopedia) vanno deserti per mancanza di domande. Tanti ospedali del nord italia riescono ancora a trovare certe figure mediche specialistiche solo per l’emigrazione forzata dei Medici del Sud Italia, in quanto queste regioni, prese come sono dai piani di rientro, non assumono personale da anni. Mi chiedo quindi come sarà possibile mantenere nel futuro certi reparti aperti se non vi saranno figure mediche a disposizione.
I piccoli ospedali generalisti a meno di mezz’ora dai centri più attrezzati andrebbero chiusi o riconvertiti in centri di riabilitazione o di lungodegenza, di cui in italia vi è carenza, mantenendo dei centri di primo soccorso dove affrontare situazioni non critiche o stabilizzare pazienti critici per poi inviarli agli ospedali di riferimento. Si deve organizzare un sistema efficiente del trasposto del paziente critico, via strada o aerea (elicottero), in modo da garantire la loro miglior gestione. D’altra parte è quello che fanno già le ambulanze: quando prelevano un paziente critico non lo portano all’ospedale più vicino, ma a quello più attrezzato a gestirli. Vanno salvaguardati solo i piccoli ospedali in luoghi disagiati (comunità montane, per esempio) dove il problema dei collegamenti è scarsamente risolvibile. Va invece rafforzato ed ampliato un sistema di scambio di informazioni mediche, quali la telemedicina, la teleradiologia, la telepatologia. Non si può ragionare nel XXI secolo con i parametri del XIX secolo: la smaterializzazione delle informazioni ci permetterà di fornire assistenza anche a chilometri di distanza in maniera molto più efficiente che essendo presenti in loco. Un Radiologo abituato a leggere casi difficili ogni giorno può più facilmente affrontare situazioni critiche di un Radiologo abituato a una routine di ospedale periferico. E con la teleradiologia questo è possibile anche a centinaia di chilometri di distanza. Non è infrequente oggi mandare immagini di casi particolarmente complicati ad esperti del settore che si trovano spesso in ospedali lontani, con un semplice click del mouse. Deve essere organizzata una rete di Ospedali Hub and Spoke, dove i secondi devono svolgere funzione complementare e non alternativa ai primi.
Questo per dire che non si può affrontare un argomento delicato come quello della assistenza sanitaria senza tenere in giusta considerazione tanti fattori. La demagogia è dannosa sempre, specie in campo sanitario. Personalmente ritengo sia meglio per un Paziente essere trattato al meglio, e non necessariamente il più vicino possibile a casa. Se può avere tutte e due le cose meglio, ma in mancanza di ciò deve essere prioritaria la qualità della prestazione. Nell’epoca di internet è quello che spesso già fanno i pazienti italiani in generale, rivolgendosi agli Ospedali di riferimento per la loro patologia specie se grave; o che purtroppo, più nello specifico, storicamente fanno i pazienti del Sud Italia, dove c’è un detto che recita: “Il miglior medico è l’Alitalia”. Ma quest’ultimo è un discorso complicato che dovrebbe essere affrontato per ore. Personalmente so che nel Sud Italia vi sono dei centri di eccellenza, grazie al lavoro di tanti Colleghi pur se con scarsissime risorse, ma che la popolazione, abituata da anni di scarsa attenzione nei loro confronti, non riconosce o non si fida, preferendo ancora gli odiati viaggi della speranza.
Purtroppo i politici non fanno volentieri tali discorsi, se non pochi coraggiosi, in quanto elettoralmente poco remunerativi. Ma oramai la coperta è troppo corta per dare tutto a tutti a Km 0: bisogna scegliere cosa fare e credo che bisogni puntare a dare il meglio a tutti, a costo di farli camminare per qualche chilometro, perché con i soldi risparmiati chiudendo ospedali poco efficienti potremo ancora fornire un servizio adeguato a tutta la popolazione. Altrimenti ci rassegniamo ad un ulteriore, lento (ma non tanto lento) e inesorabile declino, per poi scoprirci alla fine tutti poveri.
Con i miei più cordiali saluti.

(Gianni)

3 Responses to “Lettera aperta a Concita De Gregorio (un post di Gianni)”

  1. matteo ha detto:

    Bravo Gianni tutto bene, tutto giusto. Benvenuto tra gli autori del Blog.
    Gli ospedali piccoli vanno chiusi ormai lo sanno anche i muri.
    Ma cosa vuoi che ne capisca la Concita di questi discorsi, e cosa vuoi che ne capisca la gente comune..Ho già parlato a lungo del modello Hub and Spoke e se ne hai voglia ti invito a leggere http://www.unradiologo.net/hub-spoke con i relativi commenti.
    Vedi, il punto è che ogni regione spende buona parte delle risorse in Sanità per mantenere un meccanismo clientelare che si autoalimenta e fintanto che le decisioni circa i bisogni della salute verranno definite dalla politica con i soldi dei contribuenti, non può che andare in questo modo, al “cittadino” va bene così ! La Politica vuole 20 sistemi sanitari diversi con sprechi vergognosi. La Politica non è in grado di fissare i Costi Standard pur essendo praticamente monopolio di Stato. La Politica “usa” la Sanità per piazzare i vari personaggi di turno e per creare nicchie di potere come abbiamo visto noi lombardi con Formigoni et al.
    Chiudere un ospedale piccolo ed inefficiente per noi che siamo del mestiere è una ovvietà, ma il “cittadino” e il “politico” lo vedono come un oltraggio imperdonabile, ci mancava solo la giornalista che non ne sa nulla e si permette di fare paragoni privi di fondamento.
    Certo che ultimamente… non so se ne hai sentito parlare…c’è stato qualche piccolo problemino economico da affrontare e quindi anche i nostri cari Governatori hanno dovuto tirare la cinghia.
    E allora via con i Ticket e altre tasse che escono dalle tasche di tutti. Per non parlare dei Radiologi del pubblico che devono lavorare di sera e i week end per ridurre le liste d’attesa (orrore)
    Ma io mi chiedo e chiedo anche a tutti Voi lettori del Blog: non è che per caso è arrivato il momento di ridurre l’influenza della politica sulle scelte in Sanità?

  2. giosi ha detto:

    Io passo almeno due ore della mia giornata a ricucire le “toppe” che in perfetta buona fede hanno effettuato colleghi di ospedali più piccoli (in particolare mai che vedano un tumore del pancreas o una infiltrazione vascolare che lo renda inoperabile) e sono pertanto pienamente d’accordo su quanto espresso da Matteo e Gianni: gli ospedali che non hanno un certo numero di accessi, a parte le peculiarità geografiche di alcune zone montane, vanno trasformati (non chiusi) in poli a bassa intensità di cura e riabilitativi.
    Peccato perchè la “Conci” mi ha sempre acchiappato un casino e dopo questo scivolone non la guarderò più con gli stessi occhi!

    • Gaddo ha detto:

      @ Giosi

      A me preoccupa una cosa su tutte le altre: il livello di incompetenza con cui i giornalisti parlano di sanità. Che, traslato, immagino sia applicabile a qualsiasi altro argomento di discussione. Se non si documentano loro, che dovrebbero raccontare la realtà dei fatti, non meravigliamoci poi delle storture dei politici, che invece le fabbricano ad arte (non che certi giornalisti siano da meno, eh).

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