Lettera dall’inverno

Ciao anche a te. Come sto? Boh, penso di non essere mai stato, fisicamente e forse anche mentalmente, stanco come in questo periodo. In realtà non è che diradando alcuni impegni poi si abbia più tempo a disposizione: tipo che ti viene affidata qualche responsabilità lavorativa in più, o che sto cominciando ad andare qualche mattina (quella che recupero dalle notti di guardia) a fare ecografie in libera professione in un ospedale della zona. Non ne ho alcuna voglia e non lo avrei mai fatto, credimi, io sono davvero uno che vivrebbe con pochissimo: poi guardi la congiuntura economica, pensi ai tuoi figli e decidi che finchè c’è possibilità, e finchè ce la fai di fisico, è meglio mettere da parte qualcosa per i tempi cupi, come la formichina saggia. Però poi manca il tempo per tutto il resto, e quando il tempo ce l’hai invece ti senti così mortalmente stanco da non riuscire a dedicarti ad altro. Insomma, vorrei dormire due giorni di seguito, non pensare a nulla, magari solo scrivere un pò, pensare a me stesso senza avere la testa ingolfata da un milione di problemi. O forse dovrei decidere che è inutile puntare così decisamente sul lavoro, scegliere un profilo più basso e godermi la vita, come fanno in tanti; ma al tempo stesso anche questo mi sembra scorretto. Perché io ho progetti che non sono dettati, o comunque non solo, da ambizioni personali ma dal desiderio di costruire qualcosa di buono e lasciare ai miei figli un segno di cambiamento, anche e soprattutto perchè viviamo in tempi così bui, l’esempio che una vita normale e una condotta onesta possono ripagarti della fatica quotidiana e metterti anche in condizioni di restituire qualcosa di utile alla società in cui vivi. Altre volte invece mi convinco che si tratta di uno sforzo inutile, basta pensare a quanti piccoli impedimenti trovi per strada ogni giorno, bastoni tra le ruote  dettati da stupide invidie, piccoli desideri di rivalsa, antipatie personali, prese di posizione a prescindere, e che tutti questi miserabili sentimenti sono abbastanza robusti da far perdere di vista alle persone il punto di vista generale, l’obiettivo comune, e da convincerli sempre più che è meglio vincere la singola battaglia del cazzo che l’intera guerra; e ti chiedi, in fondo cos’è la società, non è altro che l’insieme di tutte queste persone che quasi mai sono in grado di discernere fra la persona che sei e il fatto personale che rappresenti nella loro vita, e ti viene lo sconforto perchè in ultima analisi, e guardando a tutte queste cose da una prospettiva corretta, che poi potrebbe essere quella di chi si renda conto che a fronte del tempo e dell’intero universo le nostre vicende personali non sono niente e fra cinquant’anni nessuno si ricorderà nemmeno più di noi e dei nostri ridicoli drammi personali, tutta la nostra frenetica attività di medici a una sola cosa si riduce, ossia al tentativo di lenire le sofferenze di chi ci accompagna in questo breve tratto di strada. Pur sapendo che tutta la nostra scienza non modificherà di una sola virgola il suo destino, la sua personale storia, il modo in cui avrà vissuto e quello in cui abbandonerà il gioco. Ti abbraccio forte, mi manchi molto. Ciao.

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