Letti separati

Ecografia.

Un signore anziano ma non troppo, e pure gentile, mi chiede se può entare in studio anche la moglie. Perché da queste parti, ormai l’ho imparato, la donna è talmente il nerbo della famiglia che se vuoi conoscere i sintomi di un paziente devi parlarne con sua moglie.

Io spiego tutto, a lui e a sua moglie; poi lui mi racconta brevemente di quando, da ragazzo, era emigrato in Australia (con le solite, prevedibili considerazioni sull’errore madornale di essere tornati: l’Australia, almeno all’epoca, doveva somigliare molto al paese di Bengodi).

Alla fine la moglie fa la faccia imbarazzata e chiede le mie origini. Io, che proprio altoatesino non sono, faccio un breve riassunto della mia storia di nomade: nato nel Regno delle Due Sicilie, a due passi dall’ultima roccaforte espugnata; emigrato per studio nel Ducato Estense; emigrato di nuovo per lavoro (e per amore) nella Repubblica Veneta. Lei mi guarda e dice, in dialetto del luogo e con voce timida: No, è che a sentirla parlare non si direbbe, lei parla così corretto, senza errori…

Adesso, io lo so bene che la signora con quella frase buttata lì voleva farmi un complimento e non una critica: tutto, dall’ingresso nello studio ecografico al saluto finale, si era svolto nella più totale cordialità. E infatti anche lei se n’è accorta: mentre parlava è arrossita, poi ha persino abbassato gli occhi. E io, ovviamente, l’ho presa per un complimento e non per una critica: sebbene qualcosa, in fondo alle mie viscere, si contorca e soffra quando qualcuno mi dice che ho perduto il mio bell’accento del Reame.

Ma non è finita qui: dopo essere uscito, il marito ha rifatto capolino nello studio e ha aggiunto: Sa, io ho tanti amici meridionali, ancora adesso ci sentiamo spesso, è tanto brava gente e siamo molto legati.

Io ho sorriso: perché quell’aggiunta non era necessaria, avevo capito da subito che non c’era nessuna malizia nelle considerazioni circa il mio accento. Ma ho sorriso amaro: perché sono passati centocinquant’anni, milioni di morti in guerra, milioni di emigranti, milioni di terroni e polentoni da una parte all’altra del Garigliano, e quasi nulla è cambiato. Restiamo tutti insieme come una vecchia coppia sposata: per abitudine di una vita, ma dormendo in camere separate. Azzuffandoci, a volte furiosamente: ma ormai abituati ognuno ai difetti dell’altro, e talvolta volendoci persino un po’ di bene.

4 Responses to “Letti separati”

  1. ohana ha detto:

    Un bel post, Gaddo, amaro ma vero.
    Mi fa pensare…
    Ora che sto tornando nella mia Terronia, rifletto sui miei due anni trascorsi qui al Centro-Nord. Ho mantenuto la mia cadenza, mai troppo accentuata, a dire il vero, ma non l’ho cambiata neanche un po’ né ci ho mai provato. Sono sempre stata orgogliosa delle mie origini e quando ho parlato della mia città l’ho sempre fatto con amore: sottolineandone i difetti e i pregi, cercando di spiegare le dinamiche sociali che sfuggono a chi non vi è cresciuto.
    Sono stata fortunata se penso che non ho incontrato nessun emiliano che abbia mai detto male della mia città, tutti entusiasti o forse troppo garbati per parlarne male. Mai un atteggiamento simile a quello che descrivi tu da parte loro. Ma con grande dolore, ho dovuto constatare che proprio i siciliani ormai impiantati qui sono stati gli unici a parlare del Sud nei termini che hai scritto tu… se non peggio. Mi sono sentita spesso offesa da loro.
    Io amo la mia terra, la amo con le sue bellezze e le sue brutture e sono la prima ad additare e a denunciare le cose che non vanno, ma perché sono consapevole che il riconoscimento di un problema e la sua denuncia sono il primo passo verso il miglioramento.
    Scusami per questa lunga divagazione, ma il tuo post mi ha fatto pensare che spesso il retaggio di molte persone del Nord è più ingenuo e meno amaro di quello di chi viene dal Sud e rinnega le proprie origini. In fondo i signori del post, nonostante i preconcetti, volevano essere gentili.
    Un saluto affettuoso da una conterronea 😉

  2. Gaddo ha detto:

    Grazie per averlo raccontato. Nelle mie parole, come nelle tue, non c’era traccia di rammarico: in fondo sono sempre stato accolto con cortesia, e ho imparato che le persone sono migliori di quanto esse stesse talora credano. Ci sono eccezioni, certo, ma quelle non dipendono dalla latitudine: il cretino è cretino sempre, a Bolzano come ad Agrigento.
    Il problema sta proprio in quella parola: accolto. Che sta a significare come, in realtà, io non mi sia mai sentito un italiano che si sposta da una città all’altra; piuttosto, appunto, uno che emigrava. Grato dell’accoglienza, ma consapevole che il problema principale del nostro paese è che in realtà non è un vero paese, e che nemmeno 150 anni sono bastati a fare un po’ di sincera chiarezza sulla questione.

  3. Il Borbonico ha detto:

    “che sta a significare come, in realtà, io non mi sia mai sentito un italiano che si sposta da una città all’altra”

    Vorrei dirlo a modo mio: “che sta a significare come, in realtà, io non mi sia mai sentito un italiano”. Perchè ho il sospetto che l’Italia non esista.
    E comunque grazie per averlo detto.

  4. Gaddo ha detto:

    L’ho detto, ma non ne vado fiero né contento. Avrei preferito una nazione intera e autentica: delle bugie che accompagnano questa nostra, prima o poi, ne pagheremo le conseguenze.

Leave a Reply

You must be logged in to post a comment.