L’insostenibilità culturale del tutto

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Stamattina, in sala d’attesa della sezione Tac, la paziente delle ore 9 sbotta: La sanità italiana è una vergogna! Notare che erano appena le 9.10 e che il suo esame era prenotato per le ore 9. Insomma, doversi vergognare per dieci miseri minuti di ritardo. Come dico sempre: se la ggente avesse idea del meccanismo mastodontico che si mette in moto per ognuno dei singoli pazienti, da quando vien messo piede in ospedale a quando si varca la porta d’uscita, credo che a parecchi passerebbe la voglia di scherzare.
E allora non posso esimermi dalla condivisione di una lettera aperta, bella e terribile, che il reparto di Pronto Soccorso dell’ospedale di Jesi ha inviato a una serie di eminenti personalità, dal direttore di presidio al sindaco, passando per le redazioni dei giornali locali. Lettera aperta, dunque dedicata non ai destinatari ufficiali (che tanto non ne capirebbero le motivazioni, o le motivazioni sarebbero di nocumento ai loro obiettivi cosiddetti istituzionali) quanto al cittadino. E infatti la lettera comincia così: Caro cittadino.
Come appare evidente anche ai più lenti di comprendonio, la lettera dello staff del Pronto Soccorso di Jesi non trasuda insofferenza, come può sembrare a una prima occhiata, o rabbia, o volontà di avanzare rivendicazioni economiche: no, trasuda solo stanchezza, stanchezza marcia, stanchezza mista alla frustrazione di vedere ogni giorno di più svilito il proprio lavoro. Un lavoro che, credetemi, non si fa (quasi mai) per soldi: che si tratti di medici o di paramedici, poco cambia.
Ma il cittadino, perdio, deve sapere la verità sui Pronto Soccorso italiani. Che è questa, raccontata nel numero di Quotidianosanita.it dell’11 febbraio scorso, e che riassumo in due-parole-due: dal 2000 a oggi sono stati tagliati 71.000 posti letto (se ne aggiungeranno 3000 prossimamente, per avvicinarsi alla cifra tonda), condizione che rende estremamente difficile assorbire i ricoveri di emergenza non programmata (che, appunto, sono quelli che derivano dal Pronto Soccorso). Non ultimo, e qui torniamo ancora una volta a quelli di Jesi, dal 2009 a oggi il personale sanitario è stato decurtato di quasi 24.000 unità: il che si traduce in sovraccarichi lavorativi, tempi di attesa più lunghi, qualità del servizio che va a farsi benedire. Inutile dire che il potenziamento dell’assistenza territoriale, che doveva in parte compensare il taglio delle risorse, non s’è visto manco col cannocchiale: di questo dobbiamo ancora una volta ringraziare la lobby dei medici di medicina generale, che sono per partito preso restii a qualunque genere di riforma sul loro assetto professionale. Ma a loro, se non dovesse riuscirci il legislatore (il quale non ci riuscirà, è già scritto, per svariati motivi non tutti indipendenti dalla sua volontà), penserà l’involuzione sanitaria che ci attende nei prossimi anni: la quale spazzerà via tutte le figure professionale prive di reale utilità, nell’ultima contrazione del sistema sanitario nazionale che ricorderà tanto quella di una stella morente appena prima di trasformarsi in un buco nero.
In tutto questo il mondo radiologico come si pone? Molto male, come testimonia questo articolo di Sanità de Il Sole 24 ore: voi non lo sapete, ma in Italia c’è in atto una vera e propria guerra sulle competenze in ambito sanitario (non solo radiologico, come leggerete), alimentato da politicanti irresponsabili e dalla malafede, alimentata dal sogno italiano del “adesso siamo tutti dottori”, di alcuni protagonisti della questione. Vi ho già parlato in altri recenti post dell’idea malsana e a tratti delirante di delegare a figure non mediche alcuni aspetti della gestione diagnostica e terapeutica dei pazienti, e cercato di spiegare perché questi progetti sono destinati non solo a fallire, che sarebbe anche poco, ma a danneggiare in maniera irreparabile il futuro del nostro sistema sanitario.
Ne parlavo stamattina con uno dei miei tecnici di Radiologia: viene coltivata la cultura della contrapposizione a ogni costo, mestieri complementari sono disegnati come antagonisti e il rischio tangibile è che un sacco di persone ignare vengano vendute al peggior offerente per un tozzo di pane. Ma questa situazione è il sintomo, non la malattia. La vera malattia di questo paese è culturale: parte dalla paziente che urla in sala d’attesa che la sanità italiana è una vergogna e arriva a chi gestisce dissennatamente la baracca sanitaria, passando per tutti quelli che si rifiutano di riconoscere il differente valore intellettuale e pratico dei differenti corsi di studio. La cultura italiota del “siamo tutti uguali”, a ogni costo, senza filtri, senza valutarne le conseguenze future, senza intenti costruttivi, senza (ri)definizione della possibile complementarietà tra figure professionali differenti, senza rispetto per le peculiarità culturali sanitarie che bene o male ci hanno portato all’eccellenza mondiale in ambito sanitario.
E allora concludo con un aneddoto che risale ai tempi della mia specialità: tempi in cui i tecnici di radiologia, aizzati o non adeguatamente frenati dalle figure direttoriali, non mostravano particolare rispetto per noi poveri e piccoli specializzandi. Francesco, un collega che non vedo ormai da molti anni, troncava le discussioni in un modo che all’epoca mi sembrava veramente poco urbano (per non dire stronzo): di fronte a paramedici che sostenevano posizioni secondo lui non condivisibili si limitava a dire, laconicamente, Ne riparleremo quando anche tu ti sarai laureato in medicina e ti sarai fatto quattro anni di specialità, e fino ad allora non mi rompere le palle.
Ecco, a me questa posizione ancora adesso non piace per niente: io ho bisogno dei miei collaboratori come loro hanno bisogno di me, sento che per lo più esiste stima reciproca e non mi sognerei mai di affermare che i miei passi in avanti, su questioni tecniche, li ho fatti da solo (quando vado in giro a parlare di tecnica di studio RM, non a caso, la diapositiva finale è la foto di me con il gruppo dei tecnici RM, fuori dalla porta della sezione diagnostica). Però sento che sotto, molto sotto, ha una valenza culturale che non può più essere trascurata: ma non per la difesa del mio orticello di radiologo, del quale non mi frega sostanzialmente nulla perché credo che il rispetto e le posizioni vadano conquistati e mantenuti con il buon lavoro quotidiano e non con il titolo accademico fine a sé stesso, quanto per la sostenibilità del futuro sanitario che aspetta noi e i nostri figli.
Insomma, quello che qui manca è la progettualità, la cultura della sostenibilità futura della società in cui dovremo pur vivere. Stiamo segando il ramo su cui siamo seduti: il guaio è che sotto c’è un burrone, e dentro quel burrone ci finiremo tutti, dal primo all’ultimo, pazienti e operatori sanitari, qualunque sia il nostro titolo di dottori.

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