L’Italia dei fessi (un post di Antonio)

Quello di oggi è un bellissimo post di Antonio. L’ho letto con molto interesse e anche con una certa commozione, perché se ho vissuto altre vite di certo una l’ho passata nelle trincee infangate della Prima Guerra Mondiale: e Antonio ne racconta con molto trasporto, (ri)trovando in quelle vicende, spogliate della inutile retorica post-risorgimentale, la vera essenza di noi italiani. O la nostra vera non-essenza. Buona lettura, e tenete in grande considerazione le proposte finali di Antonio.

E’ di questi giorni la notizia che i medici di famiglia potranno includere nelle loro anamnesi i problemi sessuali dei pazienti.

Mi chiedo: ma prima era proibito? Chi impediva al medico di fiducia di intervistare il paziente su eventuali problemi sessuali?

Questa notizia mi fa pensare a come in Italia tutto debba essere scritto. Non per nulla abbiamo il maggior numero di leggi in Europa.

Come mi riferisce un amico, guida alpina del Parco dei Sibillini, se nelle aree di ripristino della flora alpina non compare il cartello “Vietato il transito” tutti passano sopra i germogli piantati con tanta fatica.

Se in un parco cittadino non ci fosse il cartello “Non calpestare le aiuole” o “Non gettare rifiuti”, tutti si sentirebbero autorizzati a comportamenti che un banale principio di educazione dovrebbe impedirci.

Ora mi spiego perché prima dell’avvento dei cellulari non trovavo mai una cabina telefonica funzionante: non c’era scritto “Vietato danneggiare il telefono pubblico”.

Per noi italiani l’iniziativa personale è un mito, un tabù: tutto deve essere regolamentato.

Sabato ero in ferie, ma sono passato in ospedale. Una donna, madre di una ventenne gravemente compromessa per danni cerebrali irreversibili mi ha chiesto un esame dell’addome per la figlia. Non ho avuto remore. Non mi è importato nulla essere in ferie o meno. Ho sentito il preciso dovere di eseguire l’esame, anche se completamente inutile per la povera ventenne. Eppure mi hanno criticato perché non ero “sotto cartellino”.

Se vengono i NAS ti mettono sotto inchiesta perché potresti aver percepito soldi in nero! La paziente non era registrata al CUP”

Chi avrebbe potuto rifiutare l’esame, più che alla paziente, alla madre disperata? Non ho mai preso una lira da un malato, non faccio attività intramoenia e non la farò finché riuscirò a soddisfare le esigenze dei pazienti in orario di servizio.

E se poi non sono in orario l’esame lo faccio lo stesso, alla luce del sole, perché sono un medico.

Ecco perché non sono favorevole alle linee guida. Le ricette da cucina con le quali si cerca di evitare l’ignoranza. E che sono ormai così estese da compromettere anche un onestissimo intervento perché non compreso in un ambito orario.

E’ l’Italia di Caporetto. Vietato avere iniziative anche quando queste non comportano spese o disguidi organizzativi.

Ecco cosa dice lo storico Lorenzo del Boca (Grande guerra, piccoli generali. 2007) :

La vita di trincea aveva tre caratteristiche. Se si stava fermi, i congelamenti, la fame, le infezioni uccidevano i soldati. Se si andava all’attacco, il micidiale fuoco nemico uccideva i soldati. Se ci si attardava terrorizzati ad uscire, il fuoco dei carabinieri e degli ufficiali uccideva i soldati. Quando l’azione riusciva il merito andava ai generali rintanati nelle retrovie che avevano sacrificato senza remore di sorta vite umane per spesso fallaci risultati tattici. Se l’azione falliva, responsabili erano sistematicamente i fanti e gli ufficiali di complemento, ritenuti poco combattivi,vigliacchi e sottoposti a duri processi.

 “A chi il merito della vittoria?” Il generale Caviglia fu uno dei protagonisti degli ultimi atti del conflitto ma non gliene attribuirono merito. Lui commentò le iniziative di Diaz: «Non intese mai bene perché l’Italia aveva vinto a Vittorio Veneto ed è morto senza saperlo».

Tuttavia l’Italia vera non è quella di Vittorio Veneto. Il risorgere e il recuperare non sta nel DNA della nazione.

L’Italia autentica è, piuttosto, quella di Caporetto: una sconfitta disastrosa come quella viene da lontano ed è destinata ad andare lontano, riproponendosi e perpetuandosi.

Caporetto è una politica inseguitrice di obiettivi contraddittori, con superficialità e scarsa cultura, sorretta dal tentativo inconscio di perpetuare l’ignoranza, sempre autodidatta e mai consapevole.

Caporetto è non comprendere la divaricazione fra l’illusione e la realtà, confondere i sintomi con le cause, non scegliere fra opzioni logiche per inseguire fantasie pericolose.

Caporetto è l’Italia dei fissi e dei fessi. Quella che risolve il problema mandando avanti gli altri e dando agli altri la responsabilità degli insuccessi. Che si nasconde sempre dietro un dito, scandalizzandosi per le piccole inadempienze altrui ma passando rigorosamente sopra le proprie. Anzi, giustificandole e trasformandole in merito. Non per nulla l’arcivescovo di Udine, monsignor Rossi, rimproverato dal papa per aver abbandonato la diocesi, rientrò a guerra finita e fu premiato «per i servigi resi al regno d’Italia ». Invece, i vescovi di Ceneda e di Feltre ­Belluno che patirono la fame con i parrocchiani vennero ricordati dai fedeli ma non ottennero né ricompense né onorificenze.

Caporetto è anche oggi.

L’adesione a linee guida che tu proponi, in particolare in urgenza, non può eliminare la responsabilità personale né eliminare l’impossibilità di incasellare tutte le evenienze in uno schema preordinato solo per dominare l’ingerenza del giudici, abituati alla applicazione di leggi scritte che non sono applicabili nella enorme variabilità dei fenomeni biologici .

Quali sono le risposte e le proposte che possiamo dare?

In primo luogo una stretta collaborazione e dialogo con i medici della cosiddetta “urgenza”. A me proprio pochi giorni fa un medico del 118 ha detto che segue le linee guida canadesi per le fratture di caviglia. Le ho lette. Per dirla alla Fantozzi, una cagata pazzesca. Il tutto si riassume nel visitare il paziente. Semplice e chiaro e senza “score” probabilistico. Altrimenti al 118 mettiamoci un infermiere o un veterinario (classe di professionisti molto abituati alla clinica) e un computer.

In secondo luogo una collaborazione informativa con i giudici, soprattutto quelli che pensano che l’errore sia sempre determinato da negligenza o ignoranza (e i mezzi a disposizione? Le disposizioni dei direttori generali?).

E infine, qui volevo arrivare, la scuola. Certo, la scuola. La scuola deve insegnare che tutte le materie scientifiche, e in particolare quelle su base biologica, non sono collocabili nella ipotesi di certezza che tanto piace ai sostenitori di ideologie fideistiche.

Purtroppo nemmeno la relatività di Einstein è immune da tentativi di demolizione. Figuriamoci una diagnosi radiologica. In questo la mia stima nelle teorie di Popper fornisce una base epistemologica al mio pensiero ed al lavoro giornaliero. Ma come costruire un rapporto di fiducia con un paziente di soli 30 anni che non ha mai avuto una impostazione della conoscenza fattuale se non quella della radiografia per vedere tutto?

Concludo questo amaro e lungo sfogo con una proposta.

 I radiologi nelle scuole.

Vanno nelle scuole tanti medici a dare informazioni balzane di screening o di vita sana. Lo possono fare anche gli insegnanti. Ma io vorrei i radiologi nelle scuole. Per informare, preparare, definire il ruolo di questa nostra disciplina nei giusti limiti e meriti. Disciplina che ha rivoluzionato il sapere medico come poche altre.

(Antonio)

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