L’orazione di Levin

Il dottor David Levin, lo scorso 2 dicembre, ha tenuto all’RSNA di Chicago la tradizionale Annual oration in diagnostic radiology. Il titolo del suo intervento era: “Transitioning from volume-based to value-based practice: a meaningful goal for all the radiologists or a meaningless platitude?

Il succo del suo discorso è il seguente: i radiologi sono sotto minaccia. Il nostro lavoro è mercificato oltre misura e oltre ciò che sembra eticamente opportuno, gli stipendi calano e, rovescio deteriore della medaglia, buona parte dell’imaging non è ritenuto essenziale (beh, questo forse negli USA. Da noi molti colleghi non vanno nemmeno al gabinetto, se non hanno chiesto tutti gli esami radiologici possibili). Unico modo per contrastare le minacce, dice Levin, è modificare il nostro atteggiamento professionale: in poche parole, convertire un lavoro basato sulla quantità delle prestazione in un lavoro basato sulla qualità delle medesime. Ma resta impressa in mente la domanda insita nel titolo dell’orazione: si tratta di un obiettivo che tutti i radiologi devono perseguire o una sciocchezza idealistica che non servirà a nessuno?

image

Senza scendere in altri particolari (per chi volesse, l’orazione è disponibile sul sito dell’RSNA), vorrei soffermarmi su una delle diapositive, il cui titolo è: Come viene visto il radiologo dalle altre figure professionali del mondo medico? Risposte (come da diapositiva precedente):

1) Iperpagato.

2) Interessato unicamente alla sua tranquillità professionale.
3) Non come un vero medico.
4) Come una figura intermedia (nel percorso di gestione del Paziente, immagino) non necessaria.
5) Privo di interesse verso i suoi pazienti.
6) Come un sociopatico che ne sta nel suo stanzino a sfornare referti senza preoccuparsi del loro valore.
Con in più una chiosa finale di grande interesse speculativo: l’imaging è cosa facile e chiunque può occuparsene in autonomia.

Al che la prima osservazione: e sticazzi, se è così che ci vedono i colleghi chissà come ci vedono i pazienti! Mentre in realtà, come riflettevo qualche settimana fa sul blog parlando del celeberrimo radiologo invisibile, capita che spesso i pazienti nemmeno ci vedano, o sappiano che oltre al tecnico di Radiologia c’è anche un medico specialista che referta i loro esami. Il che tira la volata alla seconda osservazione: beh, un po’ ce lo siamo meritati, direi, perché il radiologo medio si comporta proprio in quel modo lì. Qui siamo in famiglia e possiamo dircelo senza finti pudori: alla maggioranza di noi sta bene rifugiarsi nello stanzino buio a refertare toraci e ossa, e che i colleghi si fottano pure se nel referto non c’è scritto nulla che possa gettare luce sulle domande (spesso nebulose) che ci vengono poste. Per i pazienti il discorso è uguale: perché mai dovrei preoccuparmi di spiegare a qualcuno il mio referto? Caro Paziente, quello che ho scritto è lì, nero su bianco, passi pure a ritirare il referto tra sette giorni lavorativi e se lo faccia spiegare dal collega che ha richiesto l’esame. Dico bene, ragazzi? Non sto esagerando, vero?

Ma oggi non voglio fare il cazziatore seriale della categoria a cui indegnamente mi vanto di appartenere: ho già detto più volte come la penso ed è lo stesso Levin, a fine discorso, a esplicitare le ovvie soluzioni al problema. I radiologi, secondo il buon Levin:
1) Devono, e dico devono, diventare reali (quindi utili) consulenti del clinico.
2) Devono occuparsi in prima persona dei processi diagnostici a cui vengono sottoposti i pazienti, dunque occuparsi dell’appropriatezza diagnostica delle richieste che passano per le loro manine sante.
3) Devono valutare la qualità delle loro prestazioni sia dal punto di vista tecnico che per quanto concerne chiarezza e conclusività della refertazione.
4) E, ommioddio, bisogna che imparino a comunicare in prima persona con il loro paziente.
Secondo le stime ottimistiche di Levin, queste piccole accortezze porterebbero la Radiologia, al massimo entro 5 anni, a essere considerata una disciplina a elevata specializzazione, e il radiologo a diventare indispensabile a medici e pazienti. Io sono d’accordo con lui, sebbene un pelo meno ottimista, e basta sfogliare a ritroso le pagine del blog per capire che il buon Levin ci va molto più leggero del sottoscritto nel puntare il dito contro i vizi atavici della categoria.

Ma oggi, invece, mi punge vaghezza di fare l’avvocato difensore dei radiologi di tutto il mondo. Proprio perché mi è giunta appena voce certa che i colleghi di un reparto del mio Ospedale (di cui qui taccio il nome, ma con cui regolerò i conti in privato) ci smerdano quotidianamente proprio sulla base di quei sei o sette luoghi comuni che Levin sviscera senza pietà nella sua orazione, voglio ricordare a tutti voi cialtroni che affollate i reparti ospedalieri del pianeta, e siete tanti, quanto segue. Ossia, che il radiologo in realtà è anche altro, e nella fattispecie:
1) quel collega, laureato in medicina e specializzato come la maggioranza di voi, senza il quale sareste perduti peggio che in mezzo al deserto, col sole a picco e con la borraccia dell’acqua vuota;
2) quel collega che conosce benissimo tutte, e dico tutte, le vostre magagne e sa con precisione quanto valete come medici, perché ha il polso esatto dei falsi positivi clinici che vengono mandati in Radiologia a perdere e far perdere tempo, e come chirurghi, perché conosce bene il numero e la tipologia delle complicanze post-operatorie che arrivano sul lettino della TC un giorno si e l’altro pure;
3) quel collega che comincia il primo esame della giornata alle 8 in punto, mentre voi state ancora facendo la colazione con il pigiama addosso e potete permettervi di arrivare in bicicletta con la calma necessaria e dopo aver portato i bimbi a scuola, e che raramente trovate al bar a sorbire il caffè in vostra compagnia. E che mediamente fino alle cinque del pomeriggio, quando va bene, deve imporsi di andare ogni tanto al bagno a pisciare anche se questo vuol dire rimanere indietro con il lavoro;
4) quel collega che, mentre voi ponderate per mezz’ora il Caso Clinico Del Giorno, persi nel nitore delle sfere superne, o mentre voi operate e guai a chi vi rompe i coglioni mentre aprite uno sterno o un addome, riceve in media, in una singola ora di lavoro, venti telefonate, tre richieste estemporanee di consulenza e due richieste di legittima attenzione da parte delle segretarie. Il tutto mentre dice al tecnico come condurre l’esame, lo controlla e prova anche a mettere in fila due parole di referto;
5) quel collega che, proprio perché la Radiologia è facile e tutti possono cavarsela da soli, al momento dell’introduzione del PACS negli ospedali si era preoccupato e aveva pensato: Dio mio, adesso tutti si guarderanno le immagini da soli e io finirò nel dimenticatoio. E invece cosa è successo? Che le richieste di consulenza, estemporanee (spesso) o programmate (raramente) sono aumentate esponenzialmente perché grazie proprio al PACS tutti o quasi si sono accorti che l’imaging è roba complessa e che è molto meglio che ciascuno faccia il suo lavoro, piuttosto che trarre conclusioni errate da immagini radiologiche su cui si è, in una sola parola, ignoranti. Gli unici che non se ne sono accorti sono i soliti irriducibili stolidi, che infatti in genere detengono il record delle cazzate medico-chirurgiche afferenti alla Radiologia (peraltro debitamente riconosciute dal radiologo di turno, che non manca di metterne a parte anche gli altri colleghi di reparto) e continuano a chiederti, mentre cerchi di refertare l’ennesima TC negativa per embolia polmonare: Ma quella è una polmonite interstiziale? Al che viene sempre in mente Sgarbi, una volta tanto per circostanze di qualche pubblica utilità, e il suo Taci, capra!
6) quel collega che se per caso viene pagato più degli altri, il che è tutto da dimostrare, lo è perché viene riconosciuto il valore (più quantitativo che qualitativo, ne conveniamo, e Levin ha ragione da vendere sull’argomento) del suo lavoro. Ma non temete, se il nostro lavoro fosse indegnamente superpagato le amministrazioni ci avrebbero già levato qualsiasi benefit. Obiettivo che, peraltro, comunque stanno provando a perseguire con danni al sistema che per adesso non sono quantificabili.

Bene, finora abbiamo scherzato: al di là dello sfogo odierno sapete bene come la penso, la medicina del terzo millennio non è più olistica e io mi picco di essere da sempre votato al più elevato spirito di collaborazione che esista in ambito medico. So di avere colleghi competenti, rispettosi e collaborativi, che sono maggioranza rispetto al numero degli stolidi irriducibili di cui parlavo prima, la cui finta sicumera è sempre inversamente proporzionale al livello professionale raggiunto. Continuerò imperterrito, perché ci credo fortemente, a frequentare le riunioni multidisciplinari e a fornire le mie consulenze estemporanee, sperando non tanto di essere considerato un bravo radiologo quanto di essere utile ai pazienti che finiscono per puro caso sotto le mie grinfie. Però sono sicuro che anche a Levin ogni tanto girano le palle, o comunque gli sono girate scrivendo il testo della sua orazione.

Per cui, cari specializzandi, a voi è dedicata la conclusione di questo post. Come diceva qualcuno, siate miti come colombe e astuti come serpenti. E ricordate sempre che, in ambito medico come in altri, chi agnello si fa lupo se lo mangia e che non è sempre necessario porgere l’altra guancia per vivere in pace con sé stessi e fare il bene del prossimo.

7 Responses to “L’orazione di Levin”

  1. giancarlo ha detto:

    ” quel collega, laureato in medicina e specializzato come la maggioranza di voi, senza il quale sareste perduti peggio che in mezzo al deserto, col sole a picco e con la borraccia dell’acqua vuota”
    Parole da incidere nel marmo ed esporre all’entrata di ogni reparto ospedaliero…

  2. Francesco 123 ha detto:

    “Per i pazienti il discorso è uguale: perché mai dovrei preoccuparmi di spiegare a qualcuno il mio referto? Caro Paziente, quello che ho scritto è lì, nero su bianco, passi pure a ritirare il referto tra sette giorni lavorativi e se lo faccia spiegare dal collega che ha richiesto l’esame”

    Lo farei molto volentieri se non avessi i secondi contati nel mio turno lavorativo.

    • Gaddo ha detto:

      L’idea è quella di crearli, questi spazi: magari in turni istituzionali il cui vantaggio sarebbe quello di ridurre le liste di attesa, non di aumentarle perché apparentemente si sottrae tempo al lavoro cosiddetto istituzionale.

  3. giancarlo ha detto:

    Verissimo, se qualcuno non ci obbligasse a fare 30 prestazioni ecografiche a mattinata, al paziente gli offriremmo anche un caffè… Ma del resto il discorso di insediazione del nuovo governatore della mia regione aveva al centro la mitica ed inossidabile “Riduzione delle liste di attesa in sanità”…

  4. Clarissa ha detto:

    Essendo ad un passo dal mio percorso di specializzanda, farò tesoro della tua riflessione.
    PS: i 6 punti sono tragicamente veri… Mi salverò il tutto ed un giorno – ne sono certa – li esporre su qualche parete ospedaliera.

    • Gaddo ha detto:

      L’importante è provare sempre a mettere in atto un tentativo di mediazione. Se c’è qualcosa che in questi anni ho imparato, è che ognuno di noi medici fa quello che può nel migliore dei modi possibili. Eccetto i solidi stolidi: ecco, su quelli si deve infierire, ma solo per evitare danni peggiori al sistema.

Leave a Reply

You must be logged in to post a comment.