Love song

Sara Bareilles, nella canzone che vale anche da titolo al post, dice al suo lui che non ha intenzione di dedicargli una canzone d’amore solo perché lui ha voglia che lei la scriva (la quale, peraltro, sarebbe già di per sé una nobile ragione: se una donna avesse scritto a me una canzone d’amore, magari bella e triste come questa, mi sarei sdilinquito all’istante).

Lo confesso candidamente: io, nella vita, ho scritto un profluvio di canzoni, e la maggior parte erano canzoni d’amore. Un giorno ho smesso: un po’ perché ho cominciato a lavorare sul serio, e se uno vuol scrivere canzoni, belle o brutte che siano, con il suo strumento musicale deve dormirci insieme e non tenerlo riposto in soffitta aspettando tempi migliori; e un po’ perché a un certo punto devo aver pensato che, insomma, con tutti i casini che abbiamo nel mondo l’amore non può certo essere l’ispirazione per scrivere canzoni. La canzone deve essere protesta sociale! La scusa per dire pane al pane e vino al vino!

Poi, qualche giorno fa, ho fatto un esame radiologico a un musicista (uno serio, mica come me) e abbiamo parlato a lungo di ispirazione musicale. Così, dopo la chiacchierata, sono rimasto qualche tempo a rimuginare sulla faccenda aspettando di avere le idee più chiare.

Oggi posso dirvi che il musicista aveva ragione: è proprio in virtù dei tempi di merda che viviamo che val la pena di scrivere e cantare canzoni d’amore. Non importa se sguaiate, strappalacrime, strappamutande, superficiali, fatte a rime amore-cuore, disperate, gioiose, rap o pop o rock, anche hard rock, che parlino del più grande spettacolo dopo il big bang o di ritornare a casa dopo un lungo viaggio, insomma, qualunque sia il loro timbro sentimentale va benissimo scriverle, suonarle e cantarle fino allo sfinimento. Perché ci hanno tolto tutto, ma quella speranza lì non ce la possono togliere: e allora tutti a cantare d’amore, e che gli altri, quelli cattivi, si fottano pure.

2 Responses to “Love song”

  1. Pier Silverio ha detto:

    (Nota: scriverò come se parlassi con un mio coetaneo, quindi non appesantire parole che pesanti non sono 🙂 )

    Sai cosa? Mi sembra che la tua generazione, o più in generale quella degli attuali genitori, sia piuttosto “depressa”. Ma oh, ma chevvefrega avvoi, dico, voi il vostro ’68 ve lo siete vissuto; i “bei tempi” della crescita, della fomentazione giovanile in particolare, e sociale in generale, ve li siete vissuti. Il vostro presente si è costruito proprio su queste fondamenta, per così dire, “festose”. Daica*zo!, se siete tristi voi i vostri figli come si devono sentire? Già siamo arrabbiati perché ci avete lasciato un gran casino, se poi vi vediamo pure depressi è peggio, perché è come se aveste fatto una festa a casa di uno e a fine serata la casa va a fuoco: sicuramente è un peccato, però serata memorabile! ‘unsò se mi so’ spiegato…
    Mò è il nostro turno di far dei casini, quindi state comodi, e godetevi i fuochi (artificiali) ;D

    In altre parole: ti vedo poco CARICOO! Sarà che forse usi questo blog come strumento catartico, in cui scrivi i tuoi pensieri negativi, per trasformarli poi in rinnovata speranza per il futuro.

    Concludo invitando a rileggere la nota iniziale, e giustificandomi: ho voluto risponderti solo perché molti miei amici (che erano inizialmente dei miei genitori) sono tuoi coetanei, e anche in loro vedo questa malinconia di fondo. Imparate da noi ggiovani: che non esistono motivi validi per essere come ci/vi vogliono “i cattivi” di cui scrivi, e che la “speranza” è pericolosa, perché rimanda gioia e felicità al domani, mentre sono qui e ora (‘anvedi che picchi filosofici che raggiungo).

    Dai che sei ancora in tempo per preparare una canzone d’amore da recitare/suonare/accompagnare a tua moglie per San Valentino! (alla peggio mentirà dicendoti che era pessima).

    Se riterrai che ho scritto vaccate e che sono un povero ingenuo, beh, io so’ ggiovane quindi posso questo e altro! (l’importante è crederci, sempre… 😀 )

  2. Gaddo ha detto:

    @ Pier Silverio

    Bentornato sul blog!
    Allora, capisco che sei un po’ ggiovane, ma su un punto ci tengo a dire la mia: nel ’68 ci sono nato!! Il che comporta che, in fondo in fondo, così vecchio non sono e che quella fantasmagorica quanto dannosa stagione di follia collettiva non l’ho vissuta. Piuttosto, come te, la sto subendo: perché anche io, in quanto ultra quarantenne, mi sento defraudato del mio futuro (e anche quello dei miei figli, che hanno otto e sei anni e dunque avranno un futuro anche peggiore del tuo). Dunque, perdonami se non mi sento responsabile del casino in cui vi trovate voi ventenni.
    Poi, lo confesso, è vero che mi sento poco carico: il periodo storico non è dei migliori e, come hai detto tu, questo blog ha come sottotitolo “diario online di un radiologo ospedaliero”. Diario, dunque: è come tale si becca non solo le mie elucubrazioni filosofico, sociologiche o politiche, ma anche i miei giramenti di palle (che in questo periodo vorticano a pale di elicottero).
    Detto questo, resta davvero la speranza: di vedere realizzati i propri sogni, o i propri progetti, o quello che uno desidera di altro. Questo te lo auguro anche adesso che hai vent’anni: le prospettive con gli anni cambiano, specie quando ci si rende conto che il tempo a disposizione per realizzare quanto avevi in mente non è infinito.

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