Ma il politico ce l’ha o no il dono della sintesi?

Prendo spunto dall’ultima puntata di Ballarò, dove si è assistito a un simpatico siparietto tra il governatore piemontese Cota e un economista molto volitivo, tale Boldrin.

Non sto a scendere nei particolari, perché se avete voglia di farvi un’idea sulle argomentazioni discutibili di entrambi i protagonisti del simpatico siparietto basta cliccare su Google le parole chiave e ne avrete per tutti i gusti. Voglio soltanto esprimere un concetto generale e farlo a voce un po’ più alta del solito: in poche parole, mi sono rotto i coglioni di sentir parlare di sanità (di scuola, di esercito, di finanza, quello che volete voi) da persone non competenti sull’argomento.

Mi spiego: da quando i discutibili tecnici che ci governano in questo momento hanno dimostrato, scientificamente, senza alcuna possibilità di confutazione, che gli uomini politici non solo rappresentano poco più di un inutile ammennicolo della Politica, intesa nel senso più nobile del termine, ma anzi sono spesso di intralcio al progresso di una nazione, il mio personale fastidio nel sentir parlare il politico di argomenti di cui non ha competenza specifica si è accresciuto a dismisura.

Negli ultimi anni ho discusso spesso del problema. Ricordo polemiche senza fine con mio padre, per esempio, che difendeva la seguente teoria: il politico può non essere competente su un particolare argomento ma è la persona che, circondata da tecnici capaci, è in grado di eseguire quella sintesi mirabile che costituisce la qualità maggiore nella gestione della cosa pubblica. Bene, direi che è ora di piantarla con questo mito del politico che vede più lontano del tecnico perché ragionare su un meccanismo complesso (come la sanità, la scuola, la finanza) senza esserne parte integrante consentirebbe una maggiore lucidità di pensiero e di escogitare soluzioni, semplicemente, più efficaci per il bene comune. Motivi?

1. Il più ovvio: nei momenti di difficoltà, quando anche il capitano della nave fugge come l’ultimo dei topi, la barca che affonda non la puoi dare in mano a chi, sulle indicazioni dei piloti, decide la rotta giusta sulla base di un generico istinto o di un presunto dono della sintesi. Il timone lo afferra uno che sa pilotare la nave e gli altri muti a eseguire gli ordini, punto e basta. La medicina, come tante altre discipline, non può prescindere dall’esperienza di chi ci lavora: in caso contrario in questo momento avremmo la migliore sanità possibile, e invece guardate dove ci ha condotto la politica dei manager prestati alla causa sanitaria.

2. I meccanismi complessi sono tali perché i loro componenti sono molteplici e con vari livelli di integrazione reciproca. Senza lavorare in un ospedale, per esempio, è difficile comprendere le criticità del sistema e studiare le soluzioni adeguate ai problemi. Per esempio, io so bene quali problemi strutturali, logistici, di personale e di organizzazione abbia il pronto soccorso nel quale passo buona parte del mio tempo lavorativo. Sono invece altrettanto convinto che chi governi il sistema nel suo complesso non abbia le idee altrettanto chiare: non per manifesta incapacità ma per limiti legati al ruolo. Quando giunge in direzione sanitaria la protesta formale di un paziente ci sono sempre sulla questione due posizioni distinte: quella della direzione sanitaria, che mi chiede cagione di una protesta che non avrebbe dovuto giungere sulle scrivanie dei piani alti, e quella mia, di chi conosce esattamente i motivi per cui si è generata la protesta, cosa non ha funzionato e cosa si potrebbe fare affinché il problema non si reiteri. Il guaio, incredibile a dirsi, è l’incompatibilità delle due posizioni: perché quasi sempre la risposta logica ai problemi prevederebbe obbligatoriamente adeguamenti di strutture o di personale; e persino la messa in atto di rivoluzioni copernicane dell’organizzazione che non trovano riscontro nei piani alti perché metterle in atto comporterebbe discutere troppe situazioni cristallizzate da anni e comode per troppi. E la politica da quell’orecchio non ci sente: contano i risultati, non come ci si può arrivare nel modo più efficace. Se il risultato comporta troppi rischi per il culo del politico, lui preferisce non far nulla: nel mentre il suo mandato andrà in scadenza e qualcun altro si ritroverà la scopa in mano. Per il politico, pare, non importa il bene comune: conta la sua riciclabilità, ossia il non essere fisicamente presente quando il sistema crolla in modo che la colpa non possa essere addossata direttamente a lui.

3. Il politico si avvale dei tecnici, dicono, per avere le informazioni corrette da cui estrapolare la soluzione. Il problema è che chiunque lavori in qualsiasi struttura piramidale sa che chi sta in vetta alla piramide ha già in partenza idee consolidate su come gestire l’organizzazione del luogo di lavoro, le quali dipendono quasi sempre dagli obiettivi che qualcun altro, ancora più in alto di lui, gli ha imposto di raggiungere. La conseguenza è che il politico tende a circondarsi di chi gli fornisce le risposte che lui stesso sta cercando, anche se sono errate nelle premesse e/o nelle conseguenze; peggio ancora, ignora che dare fiducia incondizionata a un tecnico, e sempre e solo a quello, vuol dire cristallizzarsi in questa fiducia e non comprendere che il sistema cambia, evolve, perde vecchia linfa e ne riceve di nuova. Con il rischio che il tecnico di riferimento possa non essere, dopo qualche anno, la persona più indicata a fornire la consulenza; o, peggio ancora, che approfitti della sua condizione privilegiata per farsi gli affari suoi e non quelli della struttura per cui lavora.

Ecco, questa è la situazione. Quando Cota esprime un parere su un luogo comune come l’assetto della sanità americana (che per altro io, ma solo per certi versi, condivido), non sta esprimendo esattamente la sua idea. Sta mettendo insieme pareri tecnici raccolti qua e là nel corso degli anni, articoli di giornale letti e messi da parte, umori della cosiddetta base che possono far forza alla seguente argomentazione: che la sua sanità, a differenza di quella americana, sia di buon livello qualitativo. E quando l’economista tenta di sbugiardarlo non fa una figura migliore: diffidate sempre di chi snocciola cifre e controcifre, sta bluffando alla grande. Nella mia caserma di militare di leva c’era un capitano che affossava qualunque discussione tirando fuori a memoria cifre percentuali con la virgola: fino a che si scoprì che se le inventava sul momento per dare forza alle sue argomentazioni. Le cifre vanno controllate e le fonti citate: se no si finisce per fare gli esegeti del nulla a scopi di propaganda, ossia i cialtroni, che è la cosa peggiore di tutte.

In ogni caso, bisogna sfatare il mito del politico dotato del dono divino della sintesi: il politico è un uomo, spesso non adeguatamente preparato sulla maggioranza degli argomenti di cui dovrebbe occuparsi, ed è mosso da intenti non sempre altruistici. E questa non è una tesi: è proprio l’evidenza dei fatti, ben documentata dal fallimento della politica e dei politici, che abbiamo sotto gli occhi da mesi.

2 Responses to “Ma il politico ce l’ha o no il dono della sintesi?”

  1. matteo ha detto:

    caro Gaddo,
    è tutto vero, lo condivido. Ma questo post mi fa pensare che tutto sommato ti è rimasta una certa fiducia nella politica italiana e perciò vorresti che ella (la politica) si facesse da parte nelle questioni tecniche come la sanità, per far passare il comando sulle questioni tecniche a chi è impegnato in prima persona e conosce bene i problemi e intravede le soluzioni.
    Povero illuso…
    Ma non hai ancora capito che la sanità è uno dei principali business dei nostri cari partiti dimmerda?
    Cosa ti fa pensare che siano disposti a mollare una miniera d’oro di appalti e subappalti, tangenti e controtangenti?
    Non hai ancora capito che a comandare ci sono delle mignotte che pensano solo al proprio tornaconto personale e non al bene pubblico?
    Non ti sei accorto che sanità e politica sono la stessa cosa??

  2. Gaddo ha detto:

    Mi piacerebbe capire dove, leggendo il post, ti sia venuto il dubbio che io nutra ancora fiducia nei politici (la Politica è un’altra cosa e senza non ci starei, l’alternativa mi sembra abbastanza drastica e sull’argomento abbiamo già dato nel secolo scorso). Ieri sera ho assistito a due interviste televisive: un esponente del centrodestra prossimo al ritardo mentale, il quale ha affermato che se i tecnici non sono soddisfatti dei politici possono tornare a fare altro; e una quantomai supponente del centosinistra, la quale se ne è uscita con la solita tiritera semi-ironica sul guardate che disaccordo dentro le loro fila, hanno chiari problemi di leadership, sono nel pallone eccetera eccetera. E mi sono chiesto: ma questi l’hanno capito cosa sta succedendo intorno a loro? L’hanno compreso il genere di disgusto totale che evocano nei loro cosiddetti elettori? L’hanno capito di essere inutili o, peggio ancora, dannosi? Quanto al resto, per me che la politica si faccia da parte su questioni tecniche come la sanità non è un desiderio: è una pretesa. E’ su questi argomenti che ci si giocherà politicamente il culo nel prossimo futuro, stanne certo.

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