Ma tu che stella sei se non sei qui con me

Ultimo giorno di lavoro prima delle due settimane di ferie agostane che quest’anno mi son fatto toccare in sorte. L’aria è tersa, il sole splende nel cielo, e in aria persino una brezza leggera che mette addosso un’allegria da naufraghi scampati al peggio. Saluto il mio collega che va a sposarsi all’altro capo della penisola, augurandogli dentro il mio cuore tutte le migliori fortune, tutta la normalità possibile che una vita coniugale può offrire, la più dolce noia familiare che mente di marito e moglie riescano a concepire. Saluto l’altra collega, che invece ha la notte di reperibilità, e mentre mi regala uno dei suoi indimenticabili sorrisi prego che una volta tanto nessuno le rompa le scatole più del necessario. Saluto anche l’ultimo collega arrivato, che da lunedì prossimo lavorerà nell’altro ospedale dell’azienda, sperando che si trovi altrettanto bene e, chissà mai, prima o poi possa ritrovare la strada per l’ospedale del fiume. Poi mi reco al turno ecografico del pomeriggio.

Una signora di mezza età, simpaticissima, mi fa ridere per tutto il tempo che le faccio l’ecografia. Mi dice: Dottore, io c’ho l’ernia letale! E io a ridere con le lacrime agli occhi, perché le sue risate sono contagiose. Ha idea, dottore, di che vuol dire avere l’ernia letale? Che c’ho la bocca triste, ecco cosa c’ho, la bocca triste! E io penso, mentre lei mi guarda con un sorriso da Pucca che non vedevo da troppo tempo: Accidenti e se lo so cosa vuol dire avere la bocca triste, signora mia. Ma poi rido, perché davvero non riesco a fare altro, anche quando la signora prima di andar via mi abbraccia e mi schiocca due baci sulle guance che secondo me li hanno sentiti anche all’ospedale del mare.

Poi c’è il bambino di cinque anni, chiacchierone come i miei due messi insieme, che riesco a mettere così tanto tranquillo che alla fine prende a raccontarmi l’intera storia della sua pur breve vita. In particolare, narra con grande dovizia di particolari di quando la sorella grande lo pesta con l’asciugamano e dice: Dotto’e, mi ha colpito proprio qui! E indica la base del collo. Io gli dico: Eh, ma tu quando lei si avvicina devi correre via più veloce del vento. E lui: Io ci provo, dott’e, ma poi a un certo punto mi manca un polmone. Certo, bimbo mio. Sapessi com’è brutto quando ti mancano tutti e due i polmoni e magari anche un pezzo di cuore in mezzo. Ma la vita è strana e chissà, magari tu sarai tra i fortunati che non dovranno mai provare quella assurda sensazione di vuotèzza dei polmoni, di aria risucchiata fuori dai bronchi, di asma instabile dell’anima.

Quindi la straordinaria vecchina di novant’anni che mi guarda assorta e, sotto gli sguardi di riprovazione del nipote, mi dice: Dottore, ma tu sei troppo gentile, io a te ti voglio sposare! E io che a mia volta la guardo con infinita dolcezza e rispondo: Vediamo di metterci d’accordo per la prossima vita, signora, che magari ci riusciamo. Ma la nonnina scuote la testa e dice, a sua volta: No, caro mio, la vita è questa e ce n’è solo una. E’ ora che mi devi sposare. Certo, ora, adesso, penso io. E’ proprio vero che non bisogna perdere tempo. Mai perderlo, il tempo. che poi te ne penti.

Il che mi riporta alla mia zia acquisita che se n’è appena andata, in grande fretta, e come sua abitudine senza dare più disturbo del necessario. La zia comprensiva a cui confidavo i miei malesseri adolescenziali. Quella che ancora conservava un quaderno con le mie orrende poesie di quindicenne, e le mostrava a tutti con orgoglio da chioccia. Quella che diceva ai suoi figli, i miei cugini, che ero diverso e speciale: senza che io ancora adesso abbia davvero idea di cose stesse parlando, e da quali miei atteggiamenti avesse mutuato quegli aggettivi così lusinghieri. Potessi deciderlo con l’autonomia di un padreterno qualsiasi, potessi essere certo per una volta che di là c’è veramente qualcosa, avrei per lei un solo desiderio: che adesso, in questo preciso momento, stesse ballando a piedi nudi, in paradiso, ridendo come una matta della mia bocca triste. Perché d’altronde le ernie letali, come quasi tutte le altre nostre malattie del cavolo, prima o poi guariscono.


La canzone della clip è Boulevard, di Nino Buonocore, tratta dall’album Una città tra le mani (1988). Se riuscite, ascoltate quell’album: è meraviglioso, è speciale, è semplicemente straordinario. Lo regalai a mio fratello, per il suo ventunesimo compleanno, senza mai aver capito se gli fosse piaciuto o meno questo musicista napoletano raffinatissimo, apprezzato dai migliori musicisti jazz del mondo ma non abbastanza nel suo paese natale. Come accade sempre ai migliori, pavento, in Italia.

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