Ma tu, perché non pubblichi qualcosa?

Mi arriva una mail. Il mittente è Roberto, uno specializzando molto simpatico, che oltre a chiedermi due o tre dritte mi chiede, candidamente: Mi sembri così competente, come mai hai pubblicato relativamente poco su riviste scientifiche?

Uh, all’apparenza domandone da mille euro: al quale però c’è una rapida risposta.

Correva l’anno 2005: il mio primario mi mandò a Napoli, a seguire un congresso sulla costruzione dell’Articolo Scientifico Perfetto. Tra i relatori non radiologi figuravano due brillantissimi statistici della Bocconi: un uomo e una donna. Fu lei, con il sadismo appena sopra le righe che è proprio di certe donne, a chiarire subito la questione. Prese in mano un numero di Radiology, la rivista di categoria più importante della Radiologia mondiale, e chiese al gruppo: Sapete cos’è questa?

Mormorio di gruppo, senza intelligibili risposte, che sottintendeva un concetto basilare: Beh, certo che lo sappiamo, è Radiology, la più importante rivista al mondo di Radiologia!

Ecco, continuò lei sventolando la prestigiosa rivista. Posso dirvi subito che su questa rivista non è mai stato pubblicato, almeno negli ultimi quindici anni, un solo articolo che rispettasse i criteri minimi di validità statistica.

Tutti zitti. Pensavamo, in silenzio: In che senso, scusa?

Sarebbe a dire che non c’è un solo lavoro in cui il campione esaminato sia numericamente adeguato a uno studio statistico serio.

Andai via dal congresso, due giorni dopo, con l’amaro in bocca. Se nemmeno gli articoli della più grossa rivista americana di categoria avevano una valenza statistica assoluta, tutto era lasciato all’esperienza del singolo. Certo, è meglio uno studio più o meno raffinato su 35 casi che nulla, se non altro dal punto di vista di chi l’articolo lo scrive perché su quella patologia si è fatto un’esperienza: ma capii subito che la strada era impervia e che non avrebbe portato a nulla di veramente buono. Salvo, ma ovviamente non era il mio caso specifico, avere la possibilità di dedicarsi solo alla ricerca: sedute di esame dedicate, niente o poca attività assistenziale, casi selezionati. Vita universitaria, insomma, e non ospedaliera. E in poche università italiane, che si possono contare sulla punta delle dita di una mano. In tutti gli altri casi, non dico tempo perso ma quasi.

Allora puntai diritto in un’altra direzione: se è così difficile apportare qualcosa di nuovo, pensai, meglio diventare bravi a far qualcosa e poi cercare di teorizzare un metodo che possa essere utile anche a qualche altro radiologo. Ed è esattamente quello che ho fatto in questi anni, salvo rari tentativi di cui però non vedo ancora la fine perché il tempo è denaro, certo, ma è anche molto poco, con risultati sui quali non sarò certamente io a pronunciarmi.

Ognuno cerca di far fruttare i propri talenti, pochi o tanti che siano, nel modo in cui gli riesce meglio. L’importante è trovare la propria strada: c’è gente che non ci riesce nemmeno dopo una vita intera. E nemmeno quando, per destino o per puro caso, è riuscito a salire sul treno giusto: quello che passa una volta sola, e poi mai più.

20 Responses to “Ma tu, perché non pubblichi qualcosa?”

  1. RAD71 ha detto:

    Se i nostri cari amici Universitari si dedicassero alla Formazione dei giovani Colleghi, invece che affannarsi solo a scrivere articoli su riviste spesso improbabili, magari in futuro la classe dirigente sarebbe più preparata.
    E’ chiaro che, per certi versi, sono obbligati a pubblicare, devono garantire il risultato. Ma talora sappiamo bene quanto sia inutile quello che scriviamo, come pure siano talora gonfiati i dati. Serve a qualcuno o a qualcosa?
    Io sto dalla parte del blogger.
    E noi modesti Ospedalieri non abbiamo poi così tanto tempo per pubblicare, eh

    • Gaddo ha detto:

      Un cattedratico di mia conoscenza, per concludere lavori in cui il campione statistico era insufficiente, usava dire: i dati vanno interpolati (sarebbe a dire: gonfiamo i dati). Capite bene che valore abbiano parecchi lavori scientifici, specie in certi posti del mondo. Il che non vuol dire, insisto, che non vadano letti: chi vi scrive legge almeno tre articoli scientifici a settimana rubando tempo a letture di ben altro impatto emotivo. La formazione è il punto chiave, RAD1 ha ragione: la scienza viene dopo.

  2. giancarlo ha detto:

    Non c’è che dire, il solito fenomeno parastatale italico che ha imparato sul manuale di psicologia come fare colpo sugli astanti… A bella! Ho imparato più cose io su quella rivista e su Radiographics e risolto più casi con una mirata ricerca su di esse di quanti…. No, mi fermo, Gaddo mi censurerebbe…

    • Gaddo ha detto:

      No, non ti censuro affatto! Ma Radiographics è un’altra cosa: la rivista divulgativa di più alto livello mondiale, quella dove vengono chiamati a scrivere i radiologi che le cose le sanno, inconfutabilmente, fare meglio degli altri. E’ una posizione di partenza un po’ differente che tiene al centro non la statistica ma l’esperienza personale. Poi, che l’esiguità dei campioni statistici infici il valore di molti lavori, credo che sia una verità difficilmente discutibile. Io sto portando avanti uno studio sulle ghiandole salivari, sono arrivato a oltre cento casi e non mi decido a scrivere qualcosa perché mi sembrano pochi. Altri a 20 pazienti avrebbero già scritto tre lavori, con i dati che ho io a disposizione. Ma io sono dell’altra parrocchia, quella divulgativa, dunque non faccio testo.

  3. matteo ha detto:

    Caro Gaddo,
    fra i mille mila piaceri che faccio tutti i Santi giorni ,stamattina mi capita l’ecograia testicolare di un giovane prete della mia zona. La segretaria che canta nel coro Parrocchiale, ovviamente lo ha raccomandato altrimenti l’ecografia la faceva nel settembre 2018.
    Si sospettava un varicocele, ma purtroppo -per lui- ho riconosciuto in pochi secondi una lesione del testicolo. Siccome posso vantare una certa credibilità (accountability) come ecografista nel mio ospedale, in tempo zero è stato ricoverato, oggi pomeriggio ha fatto gli esami preoperatori e domani mattina sarà operato.
    Il fatto che probabilmente io e la segretaria che canta nel coro della chiesa siamo riusciti dare una decisa svolta alla sua vita e a contribuire allo svolgimento delle attività dell’oratorio feriale dipende da molti fattori. Tra questi citerei una buona sonda lineare, solide basi di ecografia acquisite nel corso di specializzazione, ma senz’altro anche una buona capacità di reperire articoli di letteratura come questo
    http://www.appliedradiology.com/articles/essentials-of-scrotal-ultrasound-a-review-of-frequently-encountered-abnormalities

    • Gaddo ha detto:

      Sottoscrivo. Ma l’articolo che citi è divulgativo, propone la summa di un’esperienza personale, non è un lavoro con basi statistiche più o meno opinabili. Insomma, quello che voglio dire è che ognuno fa quello che può: la tua diagnosi è molto più preziosa di discutibili lavori pubblicati, come diceva RAD71, su discutibili riviste (che magari, per la pubblicazione, ti chiedono anche soldi).

  4. mollybloom82 ha detto:

    Raramente, da quando frequento questo blog, ho dissentito in maniera decisa quanto stavolta.più che per il contenuto, opinabile ma rispettabile, per il modo con cui la frase pronunciata da una venditrice (di fumo?) dieci anni fa possa averti influenzato a tal punto.che poi il calcolo della numerosità del campione credo bene si facesse eccome.

    • Gaddo ha detto:

      Intanto ciao, ero sul punto di scriverti una mail perché la tua assenza mi preoccupava! Detto questo, e appurato che la tua combattività mi conforta sul tuo stato di salute, vorrei chiarire due cose. La mia, se non si è capito, è una provocazione: come ho detto a colleghi anche su FB, dove si sono spostati buona parte dei commenti, la mia è una provocazione bella e buona. E’ chiaro che anche io leggo le riviste importanti di categoria, e ci mancherebbe: come fai ad aggiornarti, altrimenti? Ed è anche chiaro che, per quanto debole sia il campione statistico, comunque assumi conoscenze legate all’esperienza personale di gente che (si spera, non è sempre così) con quegli argomenti ci sverna ogni anno.
      La provocazione riguardava due punti critici. Il primo riguarda come al solito l’insegnamento universitario, dove generalmente si affrontano molti argomenti ma di rado quelli che servono nella vita, e comunque, come dice Austera, non ti insegnano i fondamenti della ricerca clinica. Il secondo riguarda il tempo: molti universitari, non tutti ovviamente ma una buona fetta, hanno tempo e strumenti a disposizione ma non li usano o li usano assai male. Il degrado progressivo di molte Scuole, negli ultimi anni, lo testimonia. Io, come ospedaliero, devo garantire attività assistenziale e solo in secondo ordine il resto (e a quello nessuno mi obbliga). Questo è il problema: persone sbagliate nei posti sbagliati.

      • Rotterdam_expat ha detto:

        Caro Giancarlo,
        dissento cordialmente col post. La maggior parte degli articoli di Radiology passano sotto un’attenta analisi statistica, infatti uno statistico lavora in pianta stabile per il giornale.
        Tutti gli studi prospettici, hanno una power calculation all’inizio, o almeno cosi’ dovrebbe essere, altrimenti sarebbe una perdita’ di tempo e denaro. In un ospedale serio, quando il progetto e’ inviato al comitato etico, la parte statistica viene visionata dallo statistico dell’ospedale, e se NO POWER CALCULATION–>NO (TE) PARTY (CO LO STUDIO)…mo hai anche capito chi sono.
        Per quanto riguarda l’ultimo tuo commento, hai pienamente ragione, con un valido sistema di valutazione molti in Italia non sarebbero professori.
        Purtroppo la carica di professore e’ a vita in Italia. All’estero ti valutano ogni anno su 3 parametri: ore di lezione, numero di pubblicazioni/impact factor e fondi di ricerca ottenuti. Se non si mantiene un certo standard e soprattutto se non si e’ in grado di finanziare la propria ricerca…bye bye titolo da Professore.

        • Gaddo ha detto:

          Avevo capito chi eri già dal nick che hai scelto!
          E comunque insisto: lo scopo del post era provocatorio, e dal numero complessivo di commenti (sul blog, su FB, via e-mail) ti assicuro che ci sono riuscito. Rimane però al centro l’affermazione shock della nota statistica: forse dovremmo chiedere a lei lumi, o chiederli alla redazione di Radiology, o chiederci se la potenza del campione statistico nei lavori medici ha impatti differenti rispetto studi statistici relativi ad altri campi di interesse. Questa è una domanda a cui, francamente, non so dare risposta.
          Un bacio alla bimba, spero di vederti presto.

      • mollybloom82 ha detto:

        Grazie per l’interessamento 🙂 Ho ripreso il lavoro ed ho due bimbi piccoli come ben sai, quindi non è semplice trovare il tempo per scrivere. Io personalmente, comunque, ho trovato che i fondamenti della ricerca clinica te li insegnano, se li vuoi imparare. Sarò stata fortunata, forse. Sul tempo, beh: è vero. Però perdonami ma il tuo provocatorio discorso, stavolta, mi ricorda un po’ la tavoletta de la volpe e l’uva 😉

        • Gaddo ha detto:

          No, carissima, su questioni riguardanti la vita mi permetto di dissentire anche io. Ho fatto delle scelte, punto. Ho deciso in che direzione andare, e non di farmi condurre dalla corrente. Il bilancio lo trarremo a fine corsa ma, credimi, in questo caso specifico davvero niente volpe e soprattutto niente uva.

          • mollybloom82 ha detto:

            Mi dispiace se ti ho offeso. Ho trovato la tua provocazione un po’ fine a se stessa e, rispetto alle tue abitudini, poco argomentata. Per questo mi è sembrato lo sfogo pronunciato da chi ha scelto un’altra strada e un po’ si pente. Ho di te il massimo rispetto, lo sai, e mi scuso ancora se hai pensato altrimenti. Per me, peraltro, le cose importanti della vita sono altre 🙂

  5. Gaddo ha detto:

    @ molly

    Tesoro, figurati se mi offendo. Ho solo spiegato un po’ meglio la situazione: posso avere rimpianti, nella vita, ma non sono di certo quelli lavorativi. 🙂

  6. antonio.bellezza ha detto:

    Il fatto è che è molto difficile pubblicare lavori validi in radiologia. Di certo il tempo disponibile e la disponibilità di casi influiscono molto. Le ormai diffuse reti dovrebbero fornire un piccolo rimedio a ciò, permettendo la catalogazione per patologia e non per anagrafica e dando la possibilità anche ai piccoli centri di fornire casistica a chi poi la utilizzerà a scopo scientifico ma anche didattico.

    Esiste però una ulteriore difficoltà: la radiologia è “multiparametrica”. Quando si pubblicano studi essi possono riguardare una nuova tecnica di esame,ma anche la sopravvivenza di un dato gruppo sottoposto ad un esame o l’accuratezza diagnostica in casi selezionati o generici.

    E vi sono anche altri parametri valutabili per alcuni dei quali il numero e la statistica sono fondamentali, per altri meno.

    Per questo e per altri motivi condivido l’opinione di Gaddo. Prima di tutto il METODO. E sul metodo si può scrivere gia molto. Senza metodo non solo non cè radiologia me non c’è medicina, non c’è lavoro scientifico, in nessun campo.

    Vi siete mai chiesti quanti lavori abbia pubblicato Einstein e quante pagine totali?
    Con poche pagine ha cambiato il nostro modo di vedere il mondo.
    Allora concludo auspicando di usare una buona metodologia di studio, pubblicare esperienze ma soprattutto novità, o nuove conclusioni da vecchie esperienze. Pubblicare un buon lavoro all’anno, per noi ospedalieri, è gia molto, ma che sia buono!
    Poi ci sono altri modi di “pubblicare”. Questo blog di gaddo è gia una pubblicazione. E di ottimo valore.

    • Gaddo ha detto:

      Antonio, sei troppo gentile. Io ho solo la presunzione, spero non esagerata, di passare un po’ del mio ai colleghi più giovani e di cercare, ma più per me che per gli altri, un metodo migliore di quello (pure buono) che hanno passato a suo tempo a me. La tua analisi è impeccabile.

  7. giancarlo ha detto:

    Infatti… La solita differenza tra il mondo ideale ed il,mondo reale. Nel caso, Radiographics mi sembra il miglior compromesso tra due realtà sempre in antitesi…

    • Gaddo ha detto:

      Radiographics è straordinaria proprio perché lo stato dell’arte viene fatto da chi ne sa a pacchi. Mi piacerebbe che anche la nuova rivista societaria SIRM avesse lo stesso taglio, e gli articoli fossero chiesti direttamente agli esperti dell’argomento di cui si vuole trattare. Vedremo.

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