Maestro Yoda

Dottore, cos’ho?

Merda, un fegato completamente impallinato da metastasi che nell’ultimo controllo non erano segnalate, penso, mentre le prendo la mano e dico che questa volta c’è qualcosa di diverso nel fegato e che bisognerà fare un altro esame per essere sicuri (di qualcosa della quale peraltro sono già sicuro). Ma ‘cca nisciuno è fesso, dicono dalle mie parti: e la signora ha già capito tutto, mi ha sgamato al primo mezzo sorriso in cui mi sono cimentato e capito che siamo giunti al gioco-partita-incontro. Ne ha passate anche troppe, lei, e non è la prima volta che un medico le prende la mano per darle una cattiva notizia.

Poi la signora esce dalla stanza ecografica ed entra il paziente successivo. Uno dice: si riparte daccapo, come se nulla fosse. E invece no.

Flashback. Mi arriva una mail da una internauta: è gentile, carina, dice che devo essere sicuramente un bravo medico per le storie che racconto e per la passione che lascio trasparire dai miei racconti. Dice che, se mai dovesse aver bisogno di un medico, vorrebbe che mi somigliasse; mi chiede dove trovo la forza di continuare, con la sofferenza che mi tocca vedere ogni giorno. Dove la trovo? Eh.

Risposta (quella che avrei voluto dare): forse è solo che scrivo benino, e forse non sono affatto un bravo medico. Forse è solo che mi immedesimo troppo nei pazienti che seguo, colpa dei neuroni a specchio ipertrofici che mi ritrovo, e forse hanno ragione quelli che schivano le responsabilità: hanno capito come va il mondo, il distacco li rende lucidi e spietati, timbrano ingresso e uscita con la precisione svizzera di un impiegato del catasto, si negano al telefono, non parlano mai di persona con il radiologo, dieci anni che lavori in un ospedale e manco sai che faccia hanno. A volte vieni a sapere che si sono lamentati del referto tuo o di qualcuno dei tuoi colleghi, e manco hanno idea dell’archivio di cazzate che il radiologo ha raccolto in tanti anni sul loro conto: roba da servizi segreti deviati, tipo che ti viene una colica renale e tu piuttosto di imbatterti in uno di loro ti contorci dai dolori fino al primo ospedale della provincia limitrofa. Ma per fottersene bisogna esserci portati, è un fatto genetico. Ecco perché, anche se viene avanti il prossimo paziente, non è possibile ricominciare daccapo. Perché il problema dei medici, nel terzo millennio, è che dopo un po’ ti saturi. Ti sembra di lottare contro i mulini a vento, di svuotare una barca che affonda armati del solo cucchiaino, di nuotare con le scarpine di cemento ai piedi. Ti sembra che tutti i tuoi sforzi, anche se vanno a segno con un singolo paziente, nel computo generale delle cose finiscano irrimediabilmente perduti. Tanto studio, tanta fatica, tanta esperienza: e poi?

Flashback. Mi scrive una studentessa di medicina, molto sconfortata. Chiude la sua mail triste con una domanda terribile sul suo futuro a cui io non so rispondere se non per dirle che tutti abbiamo momenti di legittimo sconforto, e che i guai della nostra vita privata influiscono eccome, sul nostro rendimento lavorativo. Le racconto un po’ di fatti miei, perché nel mentre mi viene voglia, e le dico anche un’altra cosa: riassumendola in due parole, non bisognerebbe mai preoccuparsi di qualcosa che tra cinque anni nemmeno ricorderemo più. Certo, a volte è dura essere lungimiranti, eppure è così. Ci abituiamo a ragionare come se il mondo girasse intorno a noi, e invece il mondo si fa beatamente i cazzi suoi.

Insomma, talvolta ci si satura. Ed è normale sentirsi stanchi, aver voglia di rallentare, di pensare ad altro. Per fortuna ogni tanto quello che dai al mondo torna indietro in forme strane e inattese, e chi te lo ritorna magari nemmeno si è accorto del bene che ti hanno fatto le sue parole. Allora capita che, dopo tanti anni che sto dietro agli specializzandi, adesso siano loro a star dietro a me: a stimolarmi, a suggerirmi lavori, a farmi domande difficili, a occuparsi di sequenze di risonanza che per adesso ho chiuso in un cassetto perché, semplicemente, non ci voglio pensare. E uno di loro, tra i più cari, mi scrive: Se molli anche tu allora è finita, considerati come il nostro maestro Yoda.

Così sorrido, finisco le ecografie della mattina, appoggio la sonda e me ne sto un po’ lì a pensare, nel silenzio della sala vuota. Poi vado in studio e mangio un panino leggendo qualche pagina del Myers, perché certi libri hanno il sempiterno potere di rimettermi al mondo e illuminarmi d’immenso. E sapete che vi dico? Che in fondo, alla fin fine, il problema centrale restiamo sempre noi stessi, e che non c’è niente da fare: arduo da vedere il Lato Oscuro è.

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