Mal di testa

Mal di testa. Cefalea. Cefalgia. Emicrania.

Chiamatelo come volete, il mal di testa, tanto non cambia nulla della sua cattiveria. Della capacità innata di rovinarti i momenti migliori. Dell’imprevedibilità che lo contraddistingue, della ricerca affannosa a cui ti costringe di cause scatenanti: la posizione sul divano la sera, gli occhiali troppo forti perché nel mentre sono diventato presbite e la miopia è migliorata, il bicchiere di vino bianco la sera, troppa cioccolata, la notte di guardia. Appunto: dell’attesa tremenda del momento, dopo lo smonto dalla guardia, in cui lo sentirai arrivare. Prima infido, l’aura, il cambio dell’umore; poi sfacciato, quando l’occhio destro sembra che ti esploda da quanto dolore si prova.

Allora ci si difende come si può: intossicandosi di medicine che, presto o tardi, smettono di fare effetto e ti costringono a una rincorsa senza speranza, a indebite assunzioni preventive che non servono a nulla se non a ritardare il momento in cui la situazione diventerà intollerabile e bisognerà prendere per forza il triptano. Che te lo centellini, il triptano, come se fosse un vino d’annata: perché prima o poi smetterà di funzionare anche lui, e saranno guai.

Oppure, messo alle strette, il vostro affezionato radiologo decide a fine turno mattutino di ficcarsi dentro la risonanza magnetica per capire se la causa di tutto è un tumore al cervello una sinusite frontale. Tutto tronfio salta sul lettino, memore della risonanza lombare fatta molti anni prima in una macchina al cui confronto quella attuale sembra un letto a tre piazze, salvo avere tre minuti di inatteso panico puro, una crisi claustrofobica a tutti gli effetti mai sperimentata prima, ingiustificata, da non riuscire a tenere gli occhi chiusi né aperti, da maledirsi per aver detto al tecnico che la campanella di avviso non serviva ed era inutile che gliela dessero in mano, da desiderare soltanto che la saliva ricominci a scendere giù per la gola o peggio ancora di uscire da soli da quel maledetto tunnel, sradicando bobine e fili elettrici e tutta quella merda che ti sovrasta.

Ma poi si stringono i denti e si va avanti, non sia mai detto che ci si arrenda alle proprie ingiustificate paure. Ma perché cavolo il tecnico è partito con una seconda sequenza, gli avevo chiesto solo una T2 assiale e basta; però poi parte anche la terza, diosanto, adesso qua dentro ci muoio e poi è chiaro che hanno visto qualcosa di anomalo, altrimenti perché starebbero qui a perder tempo visto che a momenti comincia la sessione pomeridiana di esami?

Alla fine il rumore assordante finisce, si apre la porta e il tecnico mi tira fuori. Ha la faccia preoccupata? Mi sembra che qui tutti abbiano la faccia preoccupata, che sfuggano il mio sguardo: tecnico, specializzando, collega del pomeriggio. Mi siedo alla consolle, sfoglio le immagini con una certa preoccupazione: ma non c’è niente fuori posto, niente che non dovrebbe esserci; neanche la sinusite.

Morale: ecco che parte l’attacco. Ma non importa. Questo racconto, forse inventato e forse no, parla di un’esperienza che non ha prezzo: aver immaginato, una per una, in ordine rigoroso, tutte le terribili sensazioni che provano i miei pazienti quando sono dentro quella cazzo di risonanza magnetica. Tutto questo mi servirà eccome, la prossima volta che dovrò spiegare a qualcuno cosa si prova a sottoporsi a quella tortura, o che mi sarà chiesto di dire due parole sul risultato dell’esame appena fatto.

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