Mi è successo di nuovo

Mi è successo di nuovo.

Stasera ho deciso di venire al lavoro, per la notte di guardia, a piedi. La primavera è alle porte, l’aria si è intiepidita. C’è già qualche albero fiorito che fa capolino dai giardini privati.

Ho infilato le cuffiette nelle orecchie e me la sono presa comoda, una volta tanto.  Poi, girata l’ultima curva, l’ho visto.

Il mio ospedale. Con l’ingresso appena rinnovato, tutte le luci accese, gente che entra e gente che esce dalle porte scorrevoli. Le bandiere che sventolano al vento sulla parete della porta principale. Il silenzioso lavoro di infermieri, tecnici, medici, portantini. La sensazione fortissima che un ospedale come il mio nemmeno di notte possa permettersi il lusso di riposare: e che dietro l’apparente silenzio di una notte di guardia si celi il lavoro duro delle persone. E la loro passione inestinguibile.

E quindi, all’improvviso, come ogni volta che questa sensazione di appartenenza mi coglie impreparato, mi commuovo. E mi inorgoglisco, pure, perché a tutto questo fare anche io fornisco il mio piccolo contributo quotidiano.

Dite pure che sono un sentimentale. Ditemi pure, come ha fatto qualcuno, che sono sentimenti sprecati perché tanto a chi governa il motore non gliene frega niente. Ma io sono fatto così: prendetemi come sono,  il buono con il cattivo.

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