Mi è successo di nuovo

Mi è successo di nuovo.

Stasera ho deciso di venire al lavoro, per la notte di guardia, a piedi. La primavera è alle porte, l’aria si è intiepidita. C’è già qualche albero fiorito che fa capolino dai giardini privati.

Ho infilato le cuffiette nelle orecchie e me la sono presa comoda, una volta tanto.  Poi, girata l’ultima curva, l’ho visto.

Il mio ospedale. Con l’ingresso appena rinnovato, tutte le luci accese, gente che entra e gente che esce dalle porte scorrevoli. Le bandiere che sventolano al vento sulla parete della porta principale. Il silenzioso lavoro di infermieri, tecnici, medici, portantini. La sensazione fortissima che un ospedale come il mio nemmeno di notte possa permettersi il lusso di riposare: e che dietro l’apparente silenzio di una notte di guardia si celi il lavoro duro delle persone. E la loro passione inestinguibile.

E quindi, all’improvviso, come ogni volta che questa sensazione di appartenenza mi coglie impreparato, mi commuovo. E mi inorgoglisco, pure, perché a tutto questo fare anche io fornisco il mio piccolo contributo quotidiano.

Dite pure che sono un sentimentale. Ditemi pure, come ha fatto qualcuno, che sono sentimenti sprecati perché tanto a chi governa il motore non gliene frega niente. Ma io sono fatto così: prendetemi come sono,  il buono con il cattivo.

2 Responses to “Mi è successo di nuovo”

  1. Krishna75 ha detto:

    Ciao Gaddo,
    finalmente commento un tuo post. Ti leggo sempre, ma come già ti dissi su FB, non replico mai, un po’ per mancanza di tempo, un po’ per pigrizia, un po’ perché a me piace leggerti e basta (pensando a quanto sarebbe stato bello averti come collega!). Ma stavolta proprio non ce l’ho fatta… leggevo il tuo post e giocavo d’anticipo figurandomi ogni parola che hai scritto e riportandola nel mio ospedale. Forse dalle nostre parti il lavoro è un po’ meno silenzioso, nel senso che facciamo propriamente e decisamente più rumore (per fattori genetici credo!), e quello che tu chiami apparente silenzio da noi si trasforma in “netta visibilità “, però la sensazione è la stessa: il senso di appartenenza a un mondo a parte, di persone che lavorano duro ed instancabilmente a qualunque ora del giorno e della notte, e solo chi ne fa parte può capirne il gusto. Un gusto che a volte è amaro, a volte è disgustoso, altre volte è una vera noia, ma tante tantissime volte è affascinante e travolgente. Durante la notte mi capita di affacciarmi al balconcino del corridoio della radiologia e semplicemente respiro. E mi commuovo. Perché dopotutto ancora non mi sono abituata, ancora mi meraviglio, nonostante 7 anni in questo posto. Il fatto è che sto per lasciare questo ospedale, non per una incompatibilità professionale, ma per una necessità familiare (il solito problema di noi donne: i figli piccoli). Molti colleghi che mi vogliono bene (e sono fortunatamente la maggior parte) mi hanno augurato tutto il meglio perchè lascio questa “trincea” per un ambiente più, come dire “accademico”, dove il mio lavoro da professionista sarà “ben più rispettato e valorizzato”. Ma io ho quasi un senso di opposizione. Penso che mi mancherà il mio esilio lavorativo notturno in ospedale, mi mancheranno i rapporti autentici che si instaurano solo di notte con i pazienti ed i colleghi, quando si è senza trucco, con gli occhiali e i capelli arruffati…

  2. Gaddo ha detto:

    Devo ringraziarti pubblicamente, perché le tue parole dimostrano inoppugnabilmente che in questo devastato paese la dignità professionale è ancora un valore, che esistono ancora donne e uomini che hanno a cuore quello che fanno e che soprattutto si emozionano facendolo, e che non tutto può essere sempre e comunque schematicamente ridotto allo svaccamento e all’opportunismo più becero di cui sono piene zeppe le cronache dei nostri giorni.
    Devo ringraziarti anche perché sei una donna con figli piccoli, e in quanto tale appartieni a una categoria soggetta a discriminazione: al punto che sei costretta a cambiare luogo di lavoro perché in un paese in cui le gravidanze femminili sono vissute (e fatte vivere) come un dramma nazionale che spesso conduce alla rimozione della lavoratrice che si è macchiata di un simile peccato, beh, le donne come al solito fanno quello che possono. E di solito sacrificano il lavoro, o una parte di esso che hanno molto a cuore.
    E poi ti devo ringraziare per le parole gentili: che non sono scontate, non possono mai essere date per scontate, e che comunque fanno molto piacere.

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