Mi faccio certi viaggi, io, la Boschi e la Guzzanti in piscina con i tacchi

E’ pomeriggio inoltrato.

Sono stanco. Sono davvero molto stanco. Ma davvero, eh, stanco stanco stanco: perché corro come un pazzo da mattina a sera. In ordine quasi cronologico: traffico della strada lettere amministrative firme sui fogli di ferie sequenze di risonanza da ottimizzare esami dei colleghi da rivalutare insieme a loro i magnetini dell’ospedale del mare le risonanze del magnete grosso dell’ospedale del fiume riunioni a cui non fai in tempo ad arrivare e la gente ti guarda storto suocere che si fanno male altre riunioni per parlare dei turni e poi mangiare in fretta un tramezzino perché si ricomincia con le ecografie del pomeriggio eccetera eccetera eccetera.

Così, a metà pomeriggio, ringrazio il Padreterno che una o due persone della lista decidano di saltare l’appuntamento e mi rintano in studio a rifiatare. Apro il piccì, ricordo che domani devo parlare a un congresso e non ho nemmeno provato i tempi, e così mi dico: invece che perdere questa mezzora a far nulla perché non aspetto i prossimi pazienti facendo una prova, così stasera me la risparmio e posso andarmene a dormire a un orario decente? Detto, fatto.

Ed è quello che faccio: metto su la presentazione, ignaro del fatto che il giorno dopo verrò palesemente discriminato in quanto utente Apple invece che Microsoft, e costretto al volo a convertire in .ppt la mia presentazione perché il sistema informatico dell’ospedale sui monti non prevede che si possa usare altro che Openoffice (l’avevo costruita con così tanta cura per gli effetti speciali e i colori ultravivaci, mortacci loro), e me la ripeto con la finta calma dei nullafacenti.

Per fortuna i pazienti successivi non arrivano subito e i venti minuti scarsi del mio (ancora per poche ore) Keynote passano veloci: ma quando riemergo dalle diapositive, incredibile a credersi, la fatica della giornata è svaporata, esaurita, micronizzata, e al posto suo è comparsa un’energia da titani che mi sorreggerà fino a tardi, fino all’ultimo paziente e addirittura fino a che sarò tornato a casa. E nelle ore che mancano per la fine della lista ritornerò ad avere un sorriso grosso così con i pazienti, a parlare con loro, a farli parlare e sorridere a loro volta: perché un turno ecografico in cui non si parla con la gente è tempo sprecato.

Al che viene un sospetto inquietante: ma negli ultimi mesi avrò fatto bene a dedicare tutta la mia cura al reparto e a trascurare il resto della mia attività, diciamo così, extra-assistenziale? Perché tutti lo sappiamo: c’è una parte, dentro di noi, a volte superficiale e altre molto in profondità, che si diverte con poco. E bisogna assecondarla, quella parte lì, stringere i denti e assecondarla anche quando le esigenze di servizio ti portano in altre direzioni.

Perché se tu sei felice anche chi lavora con te lo sarà: è un assioma, una legge ombra della termodinamica.


La canzone della clip è “Comunisti col rolex” ed è tratta dall’ultimo album, omonimo (2017). L’ho scelta perché mi ha sorpreso in positivo, il che è cosa grande in periodi come questo dove le poche sorprese sono spesso negative; perché è una canzone di bruciante sincerità, e dopo le lagne pseudo-incazzate a cinque o sei autori dell’ultimo Sanremo fa bene al cuore; e perché mi ha ricordato molto le canzoni di un cantautore di altri tempi, morto in circostanze mai completamente chiarite, la cui modernità precorreva i tempi: Rino Gaetano. Il che, credo, giustifica la scelta anche per uno che il rap non lo ha mai amato. Anzi.

 

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