Neanche al mio peggior nemico

Per rispondere alle recenti e sacrosante osservazioni di un internauta, oggi vi narrerò di una signora settantenne che oggi mi è scoppiata a piangere sul lettino dell’ecografia. Così, all’improvviso, senza apparente motivo. Che, si sa, anche il medico senza coda di paglia pensa subito di aver sbagliato approccio.

Cosa è successo, signora?

Niente, mi scusi tanto, tra qualche giorno è un anno che mio figlio è mancato.

Suo figlio, per la cronaca, oggi avrebbe la mia età. Il giorno di venerdì santo del 2013 si schiantò in auto lasciando moglie, un figlio di diciannove anni e, ovviamente, la mamma.

(Quando di venerdì santo pioveva a dirotto, e dalle mie parti in primavera capita abbastanza spesso, mia madre si affacciava alla finestra e mi diceva: Vedi? Anche la natura piange Gesù che muore. E io mi intristivo assai, perché neanche a otto anni capivo perché Gesù dovesse per forza morire, e in quel modo atroce, per tirare fuori dalle pesti l’umanità)

Nessun genitore dovrebbe mai sopravvivere a un figlio: ma purtroppo questa non è una legge di natura ineluttabile come la gravitazione universale o la seconda legge della termodinamica, e prevede parecchie deroghe. Non ne conosceremo mai il motivo, se si tratta di casualità pura o se c’è dietro un progetto evolutivo spirituale di qualche tipo, ma oggi ho letto qualcosa sull’argomento che vorrei condividere con voi. Si tratta della trascrizione di un discorso dello scrittore Aaron Freeman per il programma radiofonico “All Things Considered” su NPR News. Leggetelo con attenzione.

Fa’ che sia un fisico a parlare al tuo funerale. Fa’ che un fisico parli alla tua famiglia in lutto della conservazione dell’energia, così che capiscano che la tua energia non è morta. Fa’ che il fisico rammenti a tua madre, distogliendola dai singhiozzi, la prima legge della termodinamica; che nessuna energia è creata nell’universo e nessuna è distrutta. Fa’ che tua madre sappia che tutta la tua energia, ogni vibrazione, ogni unità di misura di calore, ogni onda di ogni particella che era il suo amato bambino rimane con lei in questo mondo. Fa’ che il fisico dica a tuo padre, mentre piange, che di tutta l’energia del cosmo, tu ne hai data tanta quanta ne hai ricevuta.
E a un certo punto, il fisico scenderà dal pulpito e andrà dal tuo amato, che ha il cuore in pezzi, lì in prima fila, e gli dirà che tutti i fotoni che abbiano mai rimbalzato sul tuo volto, tutte le particelle i cui percorsi siano stati interrotti dal tuo sorriso, dal tocco dei tuoi capelli, centinaia di trilioni di particelle, sono corsi via da te come figli, le loro strade cambiate per sempre da te. E alla tua vedova, tremante nell’amorevole abbraccio della vostra famiglia, possa il fisico far capire che tutti i fotoni che sono rimbalzati via da te sono stati raccolti nei recettori di particelle che sono i suoi occhi, che quei fotoni hanno creato in lei costellazioni di neuroni elettromagneticamente carichi la cui energia vivrà per sempre.
E il fisico ricorderà agli astanti quanta di tutta la nostra energia è rilasciata sotto forma di calore. Potrebbero esserci alcuni che si fanno aria con un foglio, mentre lo dice. Egli dirà loro che il calore che è fluito attraverso di te in vita è ancora qui, è ancora parte di tutto ciò che siamo, anche mentre noi, addolorati, continuiamo nel calore delle nostre vite.
E fa’ che il fisico spieghi a coloro che ti hanno amato che non hanno bisogno di avere fede; anzi, proprio non dovrebbero avere fede. Fa’ che sappiano che possono misurare, che gli scienziati hanno già misurato con precisione la conservazione dell’energia e che il loro riscontro è accurato, verificabile e consistente attraverso lo spazio e il tempo. Spera che la tua famiglia comprenda queste prove e si accontenti del fatto che la scienza è salda, e che trovi conforto nel sapere che la tua energia è ancora tutta attorno. Secondo la legge della conservazione dell’energia, neanche una piccola parte di te se n’è andata. Sei solo meno ordinato. Amen.

Adesso, tutto questo è molto interessante. Apre ampi spiragli di speranza. Offre una goccia di balsamo da applicare su ferite profonde. Ma non basta, credo, ad affrontare il problema con una mamma che ti dice, con voce rotta dal pianto: Le giuro che non auguro un dolore del genere nemmeno al mio peggior nemico.

Si può solo stringerle le mani e piangere un po’ con lei, anche se l’infermiere ti guarda con gli occhi stralunati. Forse è solo che anche lui non sa, poverino, cosa altro aggiungere.

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