Non è tempo per noi (recensione)

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Non è tempo per noi è un libro che (se mi seguite lo sapete bene) non poteva non interessarmi: almeno nelle dichiarate intenzioni della partenza. Il senso di appartenere a una perdente generazione di passaggio, anche se ho qualche anno in più rispetto a Scanzi, la provo da parecchio tempo.

Scanzi prova ad analizzare le cause di questo fallimento ex ante della sua/nostra generazione, realizzatosi ancor prima di scendere in campo a giocare la partita: e lo fa con il tramite di metafore prese a piene mani dalla tradizione nazional-popolare degli anni 80 e 90. Cita l’Uomo Tigre, Fonzie; se la prende un po’ a sproposito con il povero Ligabue, e francamente non se ne capisce bene il motivo; poi prova a demolire Renzi, ma è già conscio del fatto che alla fine sarà Renzi a demolire noi, e che è solo questione di tempo.

Quello che non fa, e che rappresenta il limite diciamo così ideologico del suo libro, è parlare delle cause esterne, più profonde, della crisi generazionale di chi è nato negli anni 70: la demolizione controllata delle istituzioni scolastiche, l’omologazione (in basso) dei vari percorsi formativi, l’assoluta latitanza di figure carismatiche, e culturalmente adeguate, alla guida dei settori chiavi del paese. Nessuna generazione ha in sé stessa le colpe inemendabili della propria degenerazione: se tuo figlio diventa un delinquente senza arte né parte, la colpa non può essere solo del fatto che da piccolo gli hai fatto guardare Bart dei Simpsons.

Rimane l’esortazione finale a mettersi in gioco: ma per riuscirci, da figli, bisogna che i padri lascino spazio e/o facciano scelte animate da valori differenti rispetto a quelli con i quali hanno distrutto un intero paese. Valori di equità, onestà e condivisione. Ma vaglielo a dire tu al nonno, Andrea.

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