Non riesco a trovare le parole per scrivere questa canzone (un post di Gaetano)

Ricordo ancora la mia scelta di fare il medico.

Ricordo le nobili intenzioni.

Ricordo l’entusiamo.

Ricordo soprattutto la voglia, rimasta immutata, di aiutare il prossimo.

Quello che non sapevo e non potevo sapere quando ho affrontato i test di ingresso in medicina è che nessuno, nei lunghi anni della carriera universitaria, mi avrebbe mai insegnato ad ascoltare il Paziente e a comunicare con lui. La capacità di saper ascoltare il Paziente, comprendere i suoi bisogni e comunicare i risultati, secondo l’ordinamento degli studi che ho sostenuto, dovevano essere qualità e capacità innate e non sarebbero state oggetto di esame.

Oggi, a distanza di tempo, credo che in fondo fosse giusto così: poiché tali capacità possono essere perfezionate e migliorate con degli studi specifici sulla comunicazione, ma non possono essere “trapiantate” in chi è nato “sordo”.

Pertanto ritengo che il vero test d’ingresso in medicina non dovrebbe valutare la cultura generale del candidato, ma piuttosto le capacità innate di saper ascoltare e saper comunicare, escludendo dagli studi di medicina e chirurgia tutti coloro i quali non presentano queste qualità.

Ho avuto la conferma di quello che ho sempre sostenuto e saputo: 1) il paziente desidera essere ascoltato; 2) i parenti desiderano capire.

Due concetti semplicissimi, ascoltare il paziente e comunicare con il paziente e soprattutto con i parenti. Tradotto in “soldoni”: umanizzazione delle cure.

(Gaetano Riva)


Il post che avete appena letto è opera di un collega: l’ha postato sulla sua pagina Facebook e poi mi ha dato il permesso di pubblicarlo sul mio blog nei termini che io avessi creduto opportuni (nel suo post accennava anche a un libro, che però io non ho letto e sul quale dunque non posso esprimere un giudizio personale: quindi mi scuserà, almeno spero, per aver espunto il riferimento letterario dal suo testo). Gaetano è un medico appassionato che si è posto uno dei problemi fondamentali della nostra professione: in che modo bisogna parlare con i nostri pazienti prima, durante e dopo la nostra prestazione sanitaria. Il che, tradotto in termini pratici, vuol dire prima di tutto scendere dal piedistallo sul quale una tradizione un po’ schizofrenica ci mette dopo la laurea in medicina e poi, semplicemente, imparare a parlare con chi abbiamo di fronte. L’altro ieri è mancata una signora colpita da un male fulminante che non le ha lasciato scampo e se l’è portata via in due mesi. Mi ha sorpreso davvero molto trovare il mio nome tra i sanitari ringraziati, sull’ordinato e triste necrologio del manifesto mortuario affisso in ospedale. In fin dei conti, pensavo leggendo quelle poche righe, ho fatto solo il mio lavoro: ho seguito i suoi esami, ascoltato i parenti, trovato qualche minuto per fare due chiacchiere con lei e confortarla, darle un minimo di speranza per il futuro. Ma forse è proprio questo che voleva dire Gaetano nel suo post: e accidenti se ha ragione.
La canzone della clip è Like a star, di Corinne Bailey Rae, tratto dall’album del 2006 che porta il suo nome. Sperando che la mia signora adesso sia in viaggio lassù, se un lassù davvero esiste, insieme a tutte le altre stelle.

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