#nonditeloaigrandi

Per i motivi che mi appresto a esporre, e conoscendomi ormai bene, capirete che mi sia impossibile non aderire all’hastag #nonditeloaigrandi, relativo alla Settimana del Libro e della Cultura per Ragazzi di Bologna, e all’invito di numerosi blogger amici che nei loro rispettivi salotti virtuali ne hanno ampiamente trattato.

Insomma, dovete sapere che da piccolo, quando gattonavo, finivo sempre per sbattere la capoccia contro librerie stracolme di libri. Ricordo il pavimento di mattonelle dello studio di mio padre, bianco e viola, freddo gelato sia d’inverno che d’estate; i mobili color legno caldo, forse ciliegio, la scrivania su cui erano appoggiati i suoi compiti in classe da correggere; e le librerie, enormi, traboccanti di libri (va detto, per amore di cronaca, che raramente ho visto mio padre alle prese con un romanzo: immagino, conoscendolo, che abbia sempre avuto la sensazione che leggere fosse un po’ come vivere vite altrui. Lui voleva vivere la propria, di vita, punto).

Lo scomparto inferiore della libreria più grande era destinato ai libri di testo scolastici. Ho il nitido ricordo di me a cinque anni che leggo i libri di scienza di mio zio (non meravigliatevi, i miei ebbero l’idea brillantissima di insegnarmi a leggere e scrivere ancora prima dei cinque anni, scatenando il mostro letterario che forse giaceva silenzioso in me) e rimango incantato di fronte alla scoperta che l’uomo è fatto di piccolissime cellule, minuscoli universi miracolosi, allo stesso modo in cui un muro è composto di mattoni. Mi sono sempre chiesto se sia stato questo esordio metafisico-scientifico nel mondo della lettura a fare di me, molti anni dopo, e nonostante la mia evidente inclinazione scolastica per le materie letterarie, un medico; nel qual caso mio zio avrebbe una precisa responsabilità in merito, se non altro per aver abbandonato il vecchio libro di scienze a casa di sua sorella.

Poi, so di essere banale, ma fu il momento di Pinocchio: il libro vero, quello di Collodi, non le riduzioni imprecise e mal scritte che ho dovuto tenere a forza lontane dai miei figli perché non si contaminassero fin da piccoli con la cattiva scrittura. Vi confesso che Pinocchio, il burattino, non mi è mai stato simpatico: fin da allora avevo una repulsione istintiva per chi si lasciava trascinare dalle situazioni del momento e cercava le vie più facili per raggiungere i propri obiettivi. Ero un bambino molto serio: sapevo già che la mia vita non sarebbe stata una passeggiata di salute e non avevo tempo per i Lucignolo di turno: i quali forse sono pure arrivati da qualche parte, in qualche modo, ma sempre asini son rimasti.

E poi Il Giornalino di Gian Burrasca di Vamba, con le alterne vicende di questo bambino scavezzacollo che avrebbe meritato qualche sculacciata ma soprattutto parecchi abbracci affettuosi in più: il quale segnò un’altra svolta cruciale della mia vita perché fu da quel preciso momento che iniziai a coltivare l’idea di scrivere un diario e mi tramutai di colpo in un grafomane compulsivo. Insomma, se un giorno dovessi decidere di pubblicare le mie memorie 1981-2004, dettagliate per giorno e ora, già sapete con la memoria di chi ve la dovrete prendere.

Poi ho ricordi nitidi di un vecchio libro di fantascienza dimenticato dai più: Gli Ufo vengono da Cipango, a firma di tal Domenico Volpi. Un incontro ravvicinato tra umani e omini verdi venuti dallo spazio, talmente bravi a imparare le comuni attività terrestri che quando giocano a calcio le partite finiscono sempre 0-0 perché come attaccanti sono perfetti, ma purtroppo anche come portieri. Fu in quella circostanza, intorno agli 8 anni, che mi vennero le prime ansie da prestazione; sebbene, inconsciamente, temo di aver sempre desiderato di esser nato anche io a Cipango.

A 11 anni la svolta definitiva: trovai nella solita libreria paterna l’Inferno di Dante e lo lessi tutto d’un fiato nell’arco del solo mese di agosto, affondato nel divano del salotto mentre fuori la canicola sterminava qualunque forma di vita. Un amore che non solo non è mai finito ma che dura tutt’oggi, con annessi e connessi: perché in quel libro c’è davvero tutto quello che occorre nella vita, basta solo saperlo cercare.

In ultimo, il romanzo memorabile grazie al quale (o per colpa di, a seconda di come volete guardare la questione) ho smesso di essere bambino e ho iniziato a maturare dubbi a raffica sul mondo da un lato, e insofferenze esistenziali dall’altro: 1984, di George Orwell. Ricordo perfettamente il magone terribile che avevo in gola quella notte estiva, nella mansardina in cui all’epoca dormivo da solo, quando lessi le ultime amare righe e poi richiusi le pagine del libro. Da quel momento più nulla della mia percezione del mondo sarebbe stato come prima: un po’ come perdere la verginità, credo, ma senza nessun tipo di divertimento e di ottimismo per il futuro. Che poi, per la cronaca, 1984 lo lessi proprio nel 1984: a quindici anni, insomma, il momento giusto per fare il proprio trionfale ingresso nella vita reale.

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