Odio gli artisti e i narcisisti ma sono pazzo di me

Al quarto anno di medicina frequentai per qualche mese il reparto di clinica medica: era ancora il periodo in cui identificavo il mestiere che avrei fatto da grande con il concetto platonico dell’internista, cioè quell’essere ultraumano algido e distaccato a cui era sufficiente poggiare una mano sull’addome del malato, o percepire un esile soffio valvolare, per produrre una brillantissima diagnosi. Al confronto, il chirurgo aveva le fattezze del barbaro appena disceso dalle foreste teutoniche e giunto ai piedi dei colli di Roma, armato di copricapi cornuti, spadoni pesanti una tonnellata e soprattutto privo di ogni forma di umana sensibilità (ebbene si, mi sbagliavo).

Ricordo ancora il cognome del responsabile di quelle stanze di degenza: il dottor Bariani. Essenziale, di poche parole, gli davo del lei con molta compunzione. Efficacissimo anche nel suo educato cinismo, quando durante il giro dava mandato all’infermiera di praticare terapia idropinica ai pazienti meno profumati. Non ricordo invece il nome del medico più giovane che io e il mio amico Fulvio seguivamo più da vicino: all’incirca sulla quarantina, alto, magro, castano e ricciuto, gli occhiali dalla montatura d’osso e una penna stilografica verde smeraldo con la quale compilava, in bella calligrafia, la cartella clinica dei pazienti. Mi affascinava molto la sua sicurezza, la tranquillità con cui aggiustava di un millesimo di grammo alla volta le terapie ai suoi assistiti; la cortesia gratuita con cui mi diceva che il soffio cardiaco che avevo sentito era proprio di 1/6, e che continuando così da grande avrei potuto tranquillamente fare il cardiologo.

In un soffio sono passati trenta e rotti anni. Non so se qualcuno dei pazienti ai quali facevo l’anamnesi in quei giorni, o auscultavo i cuori come se fosse una questione di vita o di morte, sia ancora vivo: probabilmente no, erano già anziani all’epoca e piuttosto malandati. E il medico che io e Fulvio seguivamo con così tanta attenzione, presumendo che all’epoca avesse davvero una quarantina d’anni, adesso lo immagino con un certa fatica settantenne, in pensione già da qualche anno, sempre alto e magro, elegante, magari con la fronte stempiata e gli stessi occhiali di allora. Forse, e dico forse, conserva ancora quella penna stilografica color smeraldo e la usa per scrivere lunghe lettere ai figli lontani con la stessa calligrafia ordinata con cui compilava le cartelle cliniche.

Per inciso, anche Fulvio da 12 anni non c’è più e il buco che mi ha lasciato dentro non si è ancora riempito.

E così adesso, a fine giornata, prima di mettere il punto finale a questo post, mi viene in mente solo un’intervista televisiva di Gassman padre. Che il buon Vittorio, già senescente e probabilmente alle prese con la sua depressione, concluse dicendo, molto asciutto: “L’unica cosa di cattivo gusto della vita è dover morire”.


La canzone della clip è “La vita veramente”, di Fulminacci, tratta dall’album omonimo, di esordio, del 2019. Filippo è stata una inattesa scoperta odierna: ascoltare le sue canzoni (in cui è possibile trovare Silvestri e un po’ di Jovanotti, ma soprattutto del gran Battisti), oltre che piacevole, mi ha ricordato i tempi in cui avevo la sua età e scrivevo canzoni che in qualche misura mi ricordano le sue. Riportandomi per direttissima al pensiero di Gasmann circa il cattivo gusto della vita: in fondo anche invecchiare, per adesso, non sembra tutto sto granché.

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