Ommo

Sai, forse presto andrò via.

Sarà una pia illusione, come d’altronde tante altre, ma a volte mi sembra di leggere negli sguardi degli interlocutori rammarico e a volte persino un po’ di sincero dispiacere personale. E sinceramente non credo, pur dall’alto dell’innaturale ma connaturato egocentrismo che mi contraddistingue, che la cosa dipenda unicamente dalla mia presunta perizia professionale: non sono così presuntuoso e poi, come è universalmente noto, morto un papa se ne fa subito un altro, a volte anche prima che il vecchio sia morto o ne sia al corrente, e il nuovo di rado fa rimpiangere il precedente. Almeno all’inizio, perché i casini arrivano sempre a scoppio ritardato e quando è troppo tardi per metterci rimedio.

Così durante le notti di guardia cammino in corridoi vuoti, a notte fonda, entro in stanze altrettanto vuote ma talmente piene di ricordi che il cuore mi si stringe e mi manca il respiro: e in quel momento le mie migliori intenzioni, per un istante, vacillano. Poi però mi dico che tutti gli armadietti prima o poi vanno svuotati, sebbene il loro contenuto al momento non possa che accrescere la stretta al cuore, e che quando giunge il momento di decidere cosa fare della propria vita non c’è molto tempo per i ripensamenti. Mio padre mi direbbe, come sempre asciutto fino al limite del cinismo: E mo ‘e a fa’ l’ommo.

Perciò, caro babbo, ecco cosa farò adesso. Cercherò di essere finalmente ommo, come avresti fatto tu al posto mio, e che il cielo me la mandi buona.

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