Oppure sono io che non capisco più un cazzo (cronache del virus fetente #11)

Ripartiamo, finalmente.
 
Gli ospedali sono aperti, anche se con qualche cautela e limitazioni per chi accompagna i pazienti. C’è un signore in divisa, all’ingresso, che misura la temperatura prima di entrare e ci invita con grande cortesia a usare il disinfettante per le mani.
 
Il tramestio tra uffici è grande: telefonate, mail, ogni tanto fugaci incontri senza imprudenti strette di mano. Ognuno cerca di capire come strutturare la ripartenza, in che modo tenere in sicurezza il sistema e tenere a bada il senso di colpa perché, con tutta la buona volontà, non è proprio possibile portare il motore in breve tempo, da freddo che era, al massimo dei giri.
 
Ogni tanto, certo, qualche ingranaggio si inceppa: perché siamo uomini, ragioniamo in modi diversi, abbiamo priorità differenti. E perché, anche se non ce ne rendiamo ancora conto, noi abbiamo vissuto, e stiamo ancora vivendo, un momento storico eccezionale. Siamo in mezzo a uno di quei cambiamenti epocali che segnerà un prima e un dopo: pensate allo sbarco in Normandia, al crollo del muro di Berlino, all’abbattimento delle Torri Gemelle. Come in tutte le analoghe situazioni del passato, abbiamo scoperto che dopo un po’ ci si adatta a tutto e la paura, se non passa del tutto, almeno si riduce a livelli accettabili. E così si ricomincia a parlare d’altro: delle prossime elezioni, della ripresa ipotetica di un campionato, delle vacanze estive che rischiano di saltare.
 
Da un certo punto di vista, quasi mi dispiace che si riparta: forse avevamo bisogno di più tempo per pensarci su, per capire, per realizzare cosa hanno rappresentato per noi tutti questi due mesi di silenzio e solitudine coatta. Adesso che il traffico è tornato a invadere le strade ci metteremo pochissimo a rientrare nei ritmi frenetici di prima della pandemia. Ci dimenticheremo in fretta dei morti e degli eroi, perché è così che va il mondo, e assisteremo inermi allo scorrere di due lunghe file di persone: quelli sui quali verranno scaricate tutte le colpe, più o meno onestamente, e quelli che si accalcheranno a prendersi meriti che non hanno mai accumulato.
 
Ci sono volte che non vorrei avere 50 anni e aver assistito a mezzo secolo di avvenimenti, di storie e di spettacoli, gloriosi o indecorosi, di tutte le persone in cui mi sono imbattuto. In questi momenti mi viene sempre in mente il Gaber monumentale di “Polli d’allevamento”, che concludeva la canzone “Timide variazioni” con questi versi definitivi:
 
Non c’è niente da fare

il mondo è noioso e si sta ripetendo 

o sono io che son distratto

sarà che sono anziano o forse presuntuoso 

ma ho l’impressione di avere già capito tutto.
 
Eppure effettivamente ogni giorno succede qualcosa

ci sono cose molto appariscenti
 e anche fastidiose

e sono cose veramente gravi
e c’è un gran casino
di sconvolgimenti non si può ignorare.
 
Sì ma io volevo dire la mia vita la tua vita 
insomma la vita

ho il sospetto che rimanga sempre uguale

e qualsiasi cambiamento 
che sembrava così enorme e sconvolgente

riguardato alla distanza non è altro che esteriore ed apparente

e va a finire che in sostanza 
è davvero tutto uguale.
 
Oppure sono io che non capisco più un cazzo.
 
In conclusione, al momento io nutro un solo desiderio: che il rallentamento coatto indotto dal virus possa durare ancora un poco. Durare ancora un poco dentro le persone e non fuori di loro, non so se riesco a spiegarmi, dando a tutti il tempo di capire e metabolizzare e di non farsi sfuggire l’insegnamento micidiale di questi due mesi: in questa crisi sanitaria, senza precedenti nell’era moderna, qualcuno ha capito che star zitti o ponderare le parole è cosa buona e giusta, mentre qualcun altro le ha sparate grosse e ciononostante si accomoderà alla cassa per cercare di afferrare la sua brava medaglietta.
 
In effetti però l’insegnamento micidiale forse sfugge anche a me. Che non riesco mai a decidere, nemmeno sopra i 50 anni, se l’impressione di avere già capito tutto sia reale o se sia vera l’alternativa più semplice: cioè che non capisco più un cazzo.

2 Responses to “Oppure sono io che non capisco più un cazzo (cronache del virus fetente #11)”

  1. aura ha detto:

    Ci si dibatte proprio in questo terribile dilemma esistenziale,
    da sempre ..
    E a me viene pure voglia di lasciare tutto sto circo, tutti i nani, gli scienziati, i ballerini e soprattutto me stessa.
    Perche’ questo virus ha tolto il velo delle chiacchiere e delle bufale , di un mondo che non e’ a misura nostra e che forse non ci vuole piu’ neanche.
    Sara’ dura tornare all’entusiasmo, tornare a costruire un mondo per tutti.
    Con affetto e dispiacere, Aura

  2. Gaddo ha detto:

    Può essere che tu abbia ragione, Aura. Però questa volta voglio una controprova. Voglio essere certo che la causa del mio malumore non siano due stronzi tra mille buone persone, pochi ma rumorosi assai. La certezza ragionevole l’avrò solo dopo un’analisi lunga e faticosa, della quale tuttavia non voglio privarmi. Il destino, la natura, il dolo dei potenti del mondo, il padreterno per chi ci crede, ci hanno fornito un elemento di riflessione senza precedenti: sta a noi, adesso, capire cosa fare delle nostre riflessioni. Certo, sarà dura. Ma è stata dura anche dopo la prima guerra mondiale, dopo la spagnola, dopo la seconda guerra mondiale. Guarda che mondo abbiamo avuto dall’ultimo dopoguerra fino alla fine degli anni sessanta, che crescita culturali e dei diritti umani, che giganti del pensiero e della politica (peraltro tutti più o meno finiti male). Io non ho perso del tutto la speranza, ma sono certo che bisognerà lottare all’ultimo sangue.

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