Da qualche parte sopra l’arcobaleno proprio lassù, ci sono i sogni che hai fatto

Dicembre 18th, 2020

La vita è curiosa.

Ci sono anni in cui sulla carta tutto dovrebbe andar bene perché ci sono le premesse, la voglia, l’entusiasmo: e invece la situazione sfugge di mano e finisce a carte quarantotto.

Ci sono invece altri anni, come il 2020, in cui tutte le premesse ti dicono che andrà a finire male: l’affanno dell’anno precedente, le incertezze sul futuro, persino una pandemia senza precedenti da circa un secolo a questa parte. E invece, miracolosamente, gli ingranaggi ricominciano a girare, i pezzi del mosaico pian piano vanno a posto e ricomincia il viaggio.

Avevano ragione quelli che nei tempi cupi mi dicevano di non preoccuparmi e non desistere, e che non tutto può andar bene al primo colpo. Avevano così ragione che oggi posso permettermi di ringraziare pubblicamente i miei collaboratori, tutti, anche quelli che da pochi giorni o settimane sono tornati vicino alle loro famiglie. E ringraziarli non tanto per il lavoro svolto, che è stato tanto e buono, ma per avermi fatto tornare la gioia di varcare la soglia del mio reparto, la mattina presto, quando fuori è ancora buio e l’unica cosa che conta è sapere che c’è ancora tanto da costruire insieme. Se possibile, e sarebbe davvero il massimo, divertendosi insieme.

E così, anche per quest’anno, posso dire che il mio regalo di Natale l’ho già ricevuto.

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La canzone della clip è la celeberrima “Over the rainbow”, nella bella versione di Chiara Galliazzo. Proprio quello che ci vuole, in questo momento di somma difficoltà collettiva.

Cronache del virus fetente #28 – Houston, abbiamo un problema

Dicembre 4th, 2020

Abbiamo un problema. Grave.

Mi scrive stamattina Rebecca, giovane neolaureata e vincitrice di concorso per la Scuola di Specialità. Ancora in fervida attesa che succeda qualcosa. Passo a lei la parola.

(…) Dopo due mesi e più di attesa… Siamo ancora in attesa! Infatti mentre voi in ospedale lavoravate e lavorate destreggiandovi fra mille difficoltà, a volte sotto organico, in un clima ben diverso dall’ “andrà tutto bene” “siete i nostri eroi” della prima ondata, noi grazie alla disorganizzazione del MUR e all’azione di alcuni colleghi (più o meno giustificata) siamo rimasti impantanati in una pioggia di ricorsi con annesso blocco della graduatoria. Non solo: con una presa di servizio ad oggi confermata al 30 dicembre, abbiamo appreso in serata che per l’ennesima volta l’assegnazione è stata rimandata, cito testualmente “temporaneamente di qualche giorno”. 
Dato che stiamo aspettando una decisione del consiglio di Stato che si riunirà il 15 dicembre, sicuramente nella migliore delle ipotesi verremo assegnati dal 16/12 in poi. Lascio a lei immaginare a quanti problemi andremo incontro: il maggiore è sicuramente il doversi trasferire, in poco più di 10 giorni, magari a centinaia di km di distanza cercando casa in un periodo in cui gli spostamenti non sono esattamente semplici. A questo aggiungiamo che, dati i tempi stretti, i normali scorrimenti non potranno essere fatti prima della presa di servizio e, giusto per aggiungere un po’ di brio, da bando se un candidato lavora anche un solo giorno non potrà partecipare ai suddetti scorrimenti: questo temo creerà un caos enorme, con gente che non accetterà la prima borsa sperando di essere riassegnato in scelte migliori, e specializzandi che andranno di qua e di là come trottole. 

(…) Non c’è molto che possiamo fare: siamo quasi 24000 ma ci sembra che nessuno ci ascolti. L’unica cosa che stiamo cercando di fare è dare alla situazione la risonanza mediatica che pensiamo meriti. Perciò se avesse voglia di contribuire a far sentire la nostra voce nel modo in cui lo ritiene più oppurtuno, le lascio qualche link in cui troverà informazioni più precise su questa situazione: a prescindere da ciò che si sentirà di fare, grazie anche soltanto per avermi ascoltata (…). 

Per chi voglia approfondire, questi sono i link:

  1. Il Messaggero
  2. Facebook (1)
  3. Facebook (2, quello importante)
  4. MIUR (quello imbarazzante)

Adesso, io capisco tutte le difficoltà. La difficoltà del momento storico. Di immaginare il futuro anche sulla breve distanza. Di mettere insieme idee e posizioni in una coalizione di governo a tratti imbarazzante.

Quello che non capisco, però, è che non si riesca a finire un lavoro semplice semplice, di quelli che un bravo segretario ti organizza in mezza giornata. Un lavoro, peraltro, di fondamentale importanza: non so se ve ne rendete conto ma disinvestire sulla sanità, o dimenticarsi della sua esistenza, in questo momento storico non è un buon affare. Altrimenti poi finite per dare ragione ai complottisti dell’ultima ora, e questo sinceramente mi sembrerebbe troppo anche per dilettanti allo sbaraglio come voi.

Muovete il culo. Mettete a lavorare questi ragazzi. Subito. Adesso.

Cronache del virus fetente #27 – Senza parole

Dicembre 4th, 2020

Caro Adinolfi,

io ho 52 anni, godo di buona salute eppure con il Covid fino a ieri me la sono vista brutta.

Non so come altro dirtelo, ma secondo me a Natale la “presunta” circolazione del virus ai nostri anziani farà parecchio più male della solitudine.

Siete degli irresponsabili, per non dire altro.

Se io avessi previsto tutto questo, dati causa e pretesto

Novembre 24th, 2020

Mi chiedo spesso dove e quando sia nata la passione dei politici nostrani per le cifre. Poi ci penso su e mi rispondo: forse a cominciare fu proprio il Berlusca, quando nei suoi scontri all’ultimo sangue con Prodi snocciolava con la disinvoltura di un commerciante al dettaglio vagonate di cifre con la virgola. A volte si faceva prendere la mano, certo, come quando con grande faccia di bronzo sostenne che durante la sua presidenza gli sbarchi dei migranti si erano ridotti del 247%: i matematici ebbero materiale per sganasciarsi dalle risate, perché la cifra era impossibile, ma il popolo no, purtroppo, il popolo ne rimase fortemente impressionato. Alla fine, l’insegnamento del Grande Venditore fu che l’importante non è dire la verità o essere precisi, ma veicolare il messaggio vincente. E lui, quelle elezioni, le vinse. A fare invece una figura barbina, qualche anno più tardi, durante un’intervista televisiva, fu Renzi: che invece i numeri, e forse anche qualche risposta a quesiti molto specifici, li leggeva sullo schermo del Mac, inviati in tempo reale da qualche solerte e più preparato collaboratore. Gli italiani non gliel’hanno mai perdonata: puoi farla passare liscia al cialtrone, che magari ti strappa pure un sorriso di simpatia, ma di certo non al disonesto.

I numeri, è chiaro, si possono usare in modo molto differente. Per esempio, dire che l’intento di governo è creare un milione di posti di lavoro non va preso alla lettera. È una cifra tonda che esprime la volontà generica di dare alla gente quello di cui ha bisogno: promesse che non si possono mantenere, ma che rassicurano nel profondo. Dire invece che il numero di contagiati del giorno è quarantacinquemilatrecentodiciassette non veicola né promesse né certezze, ma dà la gradevole la sensazione di avere a che fare con una persona estremamente competente, sul pezzo, uno che siccome le sa tutte e ha il polso della situazione di sicuro risolverà il problema. Basta solo dargli abbastanza tempo.

Da militare (anno domini 1997) ebbi a che fare con un capitano dell’Esercito di cui, per ovvi motivi, taccio il nome. La sua caratteristica, oltre alla completa inettitudine alla vita marziale, era la sicurezza con cui forniva date e cifre su qualsiasi, e dico qualsiasi, argomento dello scibile umano. Era capace, se gli girava, di citarti a memoria la tal pagina del tal libro e con tanto di virgolettato: ovvio che tutti ne fossero intimiditi. Fu il suo collega, capitano medico, a svelare l’arcano: “Guardate che quello è ignorante come una capra” disse una volta. “Il suo è un trucco, snocciola cifre precise perché è sicuro che nella stragrande maggioranza dei casi nessuno andrà a controllare, e così fa sempre bella figura”. Ancora una volta un venditore sfidava l’uditorio fidandosi non della propria fortuna, come potrebbe sembrare a una prima analisi, ma delle leggi della statistica: la probabilità di essere sbugiardato, in qualsiasi situazione, è comunque infinitamente minore di quella di passare per un fenomeno.

Ecco perché suggerisco sempre di usare grande cautela nei confronti di chi adopera i numeri con pochi scrupoli, in un caso o nell’altro. Come dicevo sempre agli specializzandi che frequentavano il mio vecchio reparto, e ai colleghi giovani con cui lavoro adesso: non è importante, per dire, che conosciate a memoria la percentuale dell’accuratezza diagnostica della risonanza magnetica nel riconoscimento dell’infiltrazione neoplastica della cartilagine tiroidea. L’importante, in tempi di totale libertà di accesso ai dati, paradossalmente non sono più i dati stessi ma la capacità di elaborarli, distinguendo quelli attendibili da quelli che non lo sono.

In definitiva: da un medico radiologo mi aspetto non l’erudizione ma la capacità di scrivere in un tempo ragionevole un referto valido e conclusivo. E da un politico non mi aspetto i numeri con la virgola ma la capacità di immaginare il mio futuro tra dieci anni. Per i numeri, quelli nudi e crudi, bastano e avanzano ragionieri e burocrati.

Quando questo concetto basilare sarà finalmente metabolizzato, e il rispetto per gli interlocutori tornato a livelli accettabili, forse riusciremo ad avere medici e soprattutto politici migliori.

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La canzone della clip è “L’avvelenata”, di Francesco Guccini, nella versione di Agnelli-Pagani tratta dall’album “Note di viaggio vol. 1”. Omaggio di vari artisti al grande Francesco.

Cronache del virus fetente #26 – Eccomi con il mio amore eterno

Novembre 7th, 2020

APOLOGIA DEL BUROCRATE: COME E PERCHÉ I BUROCRATI CI SALVERANNO DAL COMPLOTTISMO.

Insomma, non abbiatecela a morte con i burocrati.

I burocrati salvarono l’Europa dalla rovina durante gli anni bui delle invasioni barbariche: se siamo rimasti un po’ latini, in quei tempi, e adesso non parliamo una lingua impronunciabile derivante da un sottodialetto gotico, lo dobbiamo all’abnegazione dei burocrati dell’epoca. Pensate: senza di loro era così impensabile gestire un regno, piccolo o grande che fosse, che persino i re barbari li lasciarono al loro posto assumendo la loro lingua e le leggi che facevano applicare da generazioni. Il re barbaro regnava formalmente, ma il regno continuava a funzionare solo grazie ai burocrati.

Oggi non è diverso da allora. Vi siete chiesti perché la macchina statale continua a funzionare anche quando il monocolore democristiano confluisce nel pentapartito, e questo si sfascia per dar via al governo di centrodestra, di colore blu-nero, poi a quello di centrosinistra, bianco-rosso, quindi al governo delle larghe intese, grigio come pochi altri, e per finire a quello giallo-verde o giallo-rosso, che poi in questo caso la bicromia è una mera illusione? Perché gli uomini di governo cambiano, ma l’ossatura dello stato sono loro, i burocrati.

I burocrati governano nell’ombra seguendo leggi non scritte ma adattate perfettamente a quelle ufficiali in millenni di silenziosa evoluzione, tramandate oralmente da capufficio a capufficio in notti di plenilunio, più sacre ancora delle religioni di stato. I burocrati hanno abitato sottoscala polverosi così come attici vista fiume, eppure la loro natura essenziale non è mai cambiata: esseri umani dall’incarnato grigiastro, che passano inosservati, in gonna e camicetta o in giacca e cravatta d’ordinanza, sepolti da tonnellate di scartoffie o connessi al loro PC vecchio ma perfettamente funzionante, che gira ancora con windows 98 eppure miracolosamente contiene nel proprio disco rigido tutto lo scibile burocratico.

I burocrati vergavano le pergamene sigillate con la ceralacca, i rotoli archiviati nelle segrete del castello o nelle pievi più remote. I burocrati prosperarono se possibile ancor di più grazie a Gutenberg e alla sua invenzione della stampa, che riempì il mondo di inutile cartaccia a scapito delle foreste che all’epoca ricoprivano il mondo. E così, adattamento dopo adattamento, archetipo perfetto delle teorie darwiniane, si tramutarono in tempi più recenti negli autori delle lettere dattiloscritte in quadruplice copia, con la carta carbone, e adesso delle mail con ricevuta di ritorno o delle PEC: perché deve essere ben chiaro che la responsabilità non è loro, nel caso in cui il destinatario non abbia letto il contenuto delle missive elettroniche. I burocrati conoscono tutti i sotterfugi, le scappatoie, i percorsi alternativi; sanno a memoria i commi e gli articoli, hanno intessuto nei secoli una rete di connivenze che permette loro di arrivare al risultato attraverso strade tortuose o, se è necessario far fallire un progetto, di imboccare le strade senza uscita che conducono a stanze di stagnazione in cui qualsiasi progetto non desiderato può decantare e macerare fino a spegnersi per consunzione.

Ma c’è una cosa che il burocrate, per sua stessa natura, non farà mai: assumersi una responsabilità. Il burocrate prepara lettere che qualcun altro dovrà firmare. Assegna numeri di protocollo a progetti o lagnanze altrui, e li archivia diligentemente. Realizza l’impalcatura delle idee dei capi ma il suo nome, alla fine, non risulta da nessuna parte. Ogni burocrate cura un pezzo del percorso ma non ne è responsabile in alcun modo: e meriti e soprattutto le colpe ricadono sempre sui capi, da che mondo è mondo. Finché esisterà una firma che non è la sua in calce a un documento qualsiasi, il burocrate sarà salvo.

Ecco perché, in epoca di sfrenati complottismi, dovete essere tutti molto grati al burocrate. Il burocrate, per la sua inerzia naturale, rallenta i passaggi, si dimentica deliberatamente di oliare ruote dentate, tiene gli pneumatici volutamente sgonfi, crea attrito continuo. Esempio paradigmatico: non è possibile che un’ambulanza giri per la città, vuota, a sirene spiegate, al solo scopo di terrorizzare i cittadini, perché l’uscita di un’ambulanza necessita di una serie di atti burocratici così lunghi e laboriosi, e di conseguenti assunzioni di responsabilità, che nessun burocrate ne permetterebbe l’uscita a vuoto. Il segreto della longevità dei burocrati sta nel rispetto assoluto delle norme non scritte che regolano il loro lavoro, si diceva. Fingere collaborazione a un progetto inutile o dannoso, e in realtà piegarlo ai propri scopi attraverso una impercettibile ma persistente sabotazione del progetto stesso.

Il burocrate che vi rovina la giornata, quando allo sportello si impunta sulla mancanza di quel tale documento o del ritardo di due giorni sulla sua data di consegna, in realtà vi sta proteggendo: dall’alba dei tempi. Qualsiasi complotto, nazionale o mondiale, necessita della connivenza di un numero troppo esoso di burocrati: ecco perché i colpi di stato per lo più falliscono in fretta, e quando riescono a tradursi in regimi hanno durata breve. I burocrati fanno resistenza passiva, si adattano alle circostanze ma poi finiscono per assorbire tutti: il barbaro ignorante, il francese effeminato, lo spagnolo spietato, l’austriaco ottuso, il tedesco nazista, e li trasformano in esseri composti della stessa sostanza, cioè il nulla. Li disinnescano, per così dire, e nel contempo riconducono il sistema allo stato di inerzia iniziale.

Per cui state tranquilli. Io non sostengo che non esista alcun complotto, intendiamoci: il mondo è sempre stato strapieno di gente impazzita che è convinta della bontà della propria follia. Però state tranquilli: nell’ombra opera un esercito infaticabile e silenzioso di burocrati, i quali prima o poi riporteranno il sistema alla normalità.

Perché, come mi disse il primo giorno da primario il decano dei primari dell’Azienda: “C’è una sola cosa che devi sapere, se vuoi sopravvivere in questo ruolo. Loro passano, noi restiamo”.


La canzone della clip è “Everlasting love”, nella versione di James Cullum (dall’album “The sweetest love” del 2017). La canzone originale, facilmente rintracciabile su YouTube, è di Robert Knight (1967).