Che per stare in pace con te stesso e col mondo devi avere sognato almeno per un secondo

febbraio 25th, 2018

Partirò dal particolare, questa volta, e cercherò di arrivare all’universale. O, quantomeno, a ciò che in questo periodo temo essere l’universale.

Mi arriva una mail. Lunga, piena di calore, di fuoco che arde. Si tratta di Giulio, specializzando del sud Italia, che mi racconta per filo e per segno le vicissitudini della sua Scuola. Mi parla nel dettaglio dei problemi di didattica, dei rapporti problematici con gli strutturati e con i colleghi di specialità. Mi mette a parte dei dubbi atroci che, in funzione dello stato delle cose, lo hanno portato vicino a lasciare la Radiologia e addirittura cambiare indirizzo di studio.

Poi Giulio, una mattina, si è svegliato e invece che trascinarsi in istituto con la morte nel cuore si è chiesto se poteva fare qualcosa per il suo futuro invece che fuggire via o restare e continuare a lamentarsi dello stato delle cose. Ha scoperto di avere delle idee, e buone anche, per far ripartire la didattica, per coinvolgere strutturati e colleghi di specialità. Ha messo insieme una piccola task force, coagulato intorno a sé un piccolo gruppo di specializzandi che a quanto pare la vedono come lui. Ha messo a punto un programma dettagliato, diviso in sezioni, su come venir fuori dalla stagnazione. E per un po’ la cosa ha funzionato. Fino a che qualcuno ha tirato fuori i paletti.

Adesso, se i paletti vengono fuori da strutturati vecchi e/o svogliati e/o che mai avrebbero dovuto lavorare in università, perché per insegnare un mestiere a qualcuno 1) devi saperlo fare e 2) devi essere in grado di insegnarlo, concetto che poco ha a che vedere con il saperlo fare, potrei capire e farmene una ragione. Ma quando a tirarli fuori sono gli specializzandi più anziani, quelli del terzo o quarto anno, la mia capacità di comprensione vacilla. Tra le varie cose che non riesco più a tollerare c’è la frase: si è sempre fatto così. Oppure la sua variante: a noi, quando eravamo al vostro posto, è toccato mangiare merda, dunque la mangerete anche voi.

Non ci riesco perché ho sempre meno pietà per chi decide di vivere, e quindi lavorare, trascinandosi senza entusiasmi in un mestiere che non gli piace o dal quale non riesce a trarre stimoli sufficienti a creare una visione del futuro differente da quella che gli hanno inculcato nelle pupille fin dalla nascita. Ho sempre meno spirito caritatevole verso chi abbozza, svicola, si irrigidisce, si nasconde, fugge, per chi preferisce aspettare piuttosto che agire, attendere istruzioni piuttosto che proporle, serrare gli occhi invece che comprendere nella loro interezza i propri limiti, accettarli e tirare oltre.

Fosse per me, darei asilo politico a Giulio nel mio reparto; ma purtroppo non è possibile e poi Giulio è così lontano dalle terre in cui vivo, la cosa sarebbe difficile. Rimane soltanto l’amaro in bocca per situazioni che non cambiano mai, che rimangono immutabili nel corso delle generazioni perché qualcuno si rifiuta di vedere che da qualche parte, e con piccolo sforzo, è possibile cambiare lo stato delle cose.

E poi penso a mia moglie, a quando mi dice con amarezza che con gli anni sto peggiorando e non permetto più a nessuno di avvicinarsi a me: avvicinarsi per davvero, intendo, oltrepassare quella linea rossa che ognuno di noi ha posto a difesa dei propri sentimenti e della propria felice intimità. Ma un motivo c’è e Giulio, con la sua lettera, me l’ha ricordato. La verità dei fatti è che preferisco sempre più evitare di grattare la superficie delle persone: perché così posso continuare a illudermi che l’oro che gli vedo addosso sia la sostanza di cui sono fatti e non una pellicola che viene via al primo colpo, lasciando intravedere la merda che c’è sotto. E, al tempo stesso, illudermi che anche gli altri continuino a vedere di me solo la patina d’oro, e non quello che essa nasconde.


La canzone della clip é “Il ballo delle incertezze”, cantata all’ultimo festival di Sanremo da Ultimo. Piace molti ai miei bimbi e, devo dire, mi intenerisce parecchio lo sguardo di questo ragazzino imbronciato che ha scritto una canzone da quarantenne e l’ha cantata con la foga di un ventenne. Dandosi un nome d’arte, Ultimo, che dovrebbe insegnare parecchio a chi ha una presunzione di sé che non corrisponde nemmeno da lontano alla realtà dei fatti.

C’è schizofrenia nell’aria, ve lo dico

febbraio 13th, 2018

C’è schizofrenia nell’aria, ve lo dico.

Quotidianosanità.it del 13 febbraio 2018: di nuovo alla carico Enrico Rossi, presidente della regione Toscana, con la sua mirabolante ricetta per guarire i mali cronici della sanità pubblica: prima tra tutte, la “graduale riduzione dell’intramoenia”. Ora, senza tornare sull’argomento (di cui ho già parlato, e abbastanza per definirne la bestialità politica, qui), mi piace parlare degli altri punti: assunzione di 40mila giovani medici e infermieri, rinnovare i contratti, superare la carenza di di servizi sanitari diffusi sul territorio, ridurre il ricorso ad appalti esterni, destinare 5 miliardi di euro in 5 anni per il rinnovamento tecnologico e dell’edilizia sanitaria. Tutto bello, tutto bellissimo. Il sol dell’avvenire è lì, davanti ai nostri occhi, e ci chiama a raccolta.

Ma.

Ma: su repubblica.it del 10 febbraio 2018 è possibile leggere che la regione Toscana (sic) chiede di eliminare spese per 45 milioni sul capitolo dedicato ai dipendenti, decurtando al solo ospedale careggi 6 milioni. Certo, dice l’articolo con grande cautela, l’operazione non parte dalla Toscana ma da Roma. Però, però, però. Proprio la Toscana, accidenti. E povero Rossi, che non ne sapeva niente.

E ancora ma: ancora su quotidianosanità.it (del 13 febbraio 2018) campeggia il titolone secondo il quale tra 5 anni mancheranno all’appello 45mila medici, tra specialisti e medici di famiglia, e la bellezza di 14 milioni di italiani rischiano di restare senza medico curante. Non è tutto: tra 10 anni i medici mancanti, perché raggiunta la sacrosanta età della pensione, saranno 80mila. Inutile dire che, mentre tutti i politici di grido si stracciavano le vesti per la maledetta intramoenia e per i medici ospedalieri disonesti che a pagamento eseguono il giorno dopo prestazioni per le quali in lista di attesa passano almeno cinquant’anni, nessuno si è preoccupato, che so, di progettare l’aumento del numero di accessi alla medicina di base o di borse di studio per le specialità che già adesso sono carenti di medici, figuriamoci tra cinque o dieci anni. Senza contare che ci si è messa anche la Fornero a dargli una mano: perché senza la sua riforma delle pensioni, per la quale la signora sarà maledetta in eterno sui libri di storia d’Italia, la gobba pensionistica sarebbe arrivata anche prima (ne parlavo già qui, ed era appena il 2011) e adesso staremo importando medici dall’India o dal Marocco, oppure praticando outsourcing selvaggio verso chissà quale luogo sperduto del mondo. Con una qualità di refertazione, si immagina facilmente, e con un’ironia che sfocia facilmente nel sarcasmo, non meno che eccezionale.

Insomma, qui non si tratta solo di posizioni politiche scellerate. La questione è molto più complessa e ha a che fare con il dubbio, crescente, che ci stiano perculando alla grande e che l’obiettivo sia un graduale smantellamento della sanità universalistica per far posto al modello USA in cui chi ha soldi si cura, e chi non ne ha si fotte. La fonte, quantomai attendibile, è il Sole 24 ore del 1 febbraio 2018, dove campeggia il seguente titolo: “Sanità, le imprese guardano al modello USA” e si afferma che le imprese sono pronte al nuovo modello. Camminate raso ai muri, insomma, che l’aria sta per diventare irrespirabile e il cittadino italiano rimpiangerà amaramente i tempi in cui si lamentava a voce alta nella sale d’attesa per il ritardo di mezz’ora per fare la sua TC, e ancora di più quelli in cui poteva mettere l’indice teso sotto il naso del medico di turno e dirgli, con grande strafottenza, sono io che le pago lo stipendio, a lei.

Per cui, delle due l’una. O politici come Rossi non hanno capito nulla di come sta girando il mondo, e allora è meglio che cambino mestiere alla svelta, oppure sono conniventi a un sistema infame che non potendo abbattere in un solo colpo la sanità pubblica la sta erodendo un po’ per volta, fino a che rimarrà solo il suo scheletro. E a quel punto si inventeranno qualcosa, una nuova crisi strutturale, il figlio di Monti, l’Europa che lo vuole, la bomba atomica nord-coreana, Putin che manda gli aerei in Siria, lo sbarco di altri mila clandestini, e sarà la goccia che colmerà il vaso.

In bocca al lupo, insomma. Ne avrete bisogno.


Questa volta proprio non mi viene, la canzone di accompagnamento al post. Scusate.

Si, io la conosco la mia strada, ma non è dove mi hai portato tu

febbraio 4th, 2018

Citando il Maestro, cioè David Foster Wallace, ecco la breve narrazione di una cosa divertente che davvero non farò mai più: la Casparetha.

La Casparetha o ciaspolata, cito dal sito omonimo, è una camminata competitiva e non, di circa 6 chilometri, che segue una pista innevata in mezzo al bosco. Si pratica con racchette da neve o sci d’alpinismo, è aperta a 700 iscritti e si ti tiene a inizio febbraio a Canale d’Agordo. Non c’è un tempo massimo di percorrenza, il che vuole dire che chi non ha intenzione di competere per la vittoria può prendersela comoda sapendo che una motoslitta chiudipista assicurerà l’arrivo di tutti i partecipanti. Questa è la versione ufficiale. La versione reale parte invece dalla sede della Pro Loco di Canale, alle ore 12 della data fatidica in cui si terrà la competizione.

Una gentile signorina ci informa che le ciaspole a noleggio sono terminate e che dovremo procurarcele altrove. Terrorizzato dall’idea di dover indossare per svariate ore quella specie di strumento di tortura medioevale per piedi di eretici, provo a chiedere se sono davvero necessarie: la ragazza scuote la testa con una punta di disprezzo e dice, no che non sono necessarie. Io abbocco: sono più furbo degli altri, questo è noto da tempo. Il resto dei partecipanti arrancherà con le barche di metallo ai piedi, io invece risalirò il sentiero agile come una gazzella e scattante come un go-kart. Un’altra ragazza, subito dietro di me, commenta soddisfatta: credo anche io di non metterle, dove sono passate settecento persone il sentiero sarà battuto come una pista da sci. Non ha idea del dramma che si consumerà nel bosco, quella stessa notte.

Mentre terminiamo l’iscrizione entra nella Pro Loco una famiglia: padre e madre, non di primo pelo, e due bambini, di cui il più piccolo in carrozzina. La gentile ragazza di cui sopra, alla richiesta di informazioni su come trasportare il piccolo, risponde: Potreste trascinarlo con uno slittino. Tenete a mente queste parole, ci torneremo dopo.

Alle 20 siamo in piazza, gremita all’inverosimile. Cerco di attaccare il pettorale numerato al resto della famiglia ma fa freddo e ho la punta delle dita praticamente insensibili. Comincio a preoccuparmi quando mi rendo conto che saremo davvero in sei-settecento a trascinarci lungo la camminata e, ancora di più, alla vista di un numero consistente di runners che per riscaldarsi corrono avanti e indietro per la strada principale, vestiti con tessuti tecnici sottilissimi e in testa il cappellino con luce incorporata: ognuno di loro, con quella corsettina di riscaldamento, ha già bruciato più calorie di quante ne bruci io in un anno solare standard. Hanno tutti in viso quell’espressione metà concentrata e metà paranoide, la stessa che immagino abbia avuto negli occhi il dottor Barnard entrando in sala operatoria per il suo primo trapianto di cuore, che ogni volta mi spaventa a morte. Lo so, mi rendo conto che ognuno di noi coltiva il suo bravo profilo psichiatrico e che bisogna avere per quello altrui la stessa indulgenza che si desidererebbe il prossimo nutrisse per il nostro; ma sappiate che dopo alcune esperienze nefaste, che mi hanno visto correre in spiaggia, all’alba, con le scarpe tecniche ai piedi o gettarmi in piscina, a gennaio, con la pelle d’oca alta due dita, sono finalmente giunto alla conclusione che qualsiasi tipo di sport, praticato dopo i venticinque anni, sia dannoso per la salute. L’uomo non è strutturato per correre, saltare, nuotare o volare: il nostro fisico ci rivela chiaramente che la vocazione umana è il camminare. Volete restare in forma senza devastarvi le articolazioni? Camminate. Oppure, al massimo, fate l’amore con frequenza quotidiana, che peraltro migliora anche il tono dell’umore. Il resto minerà il vostro fisico, vi ridurrà a sessant’anni a rimpiangere di non esservi rivoltolati nell’ozio per gli ultimi venti e getterà ampie luci sul vostro personale profilo psichiatrico e sul perché abbiate avuto bisogno di endorfine da sforzo fisico che evidentemente non siete stati in grado di produrre in altro modo. Ma adesso basta, scusate la divagazione e continuiamo il racconto della notte della Casparetha.

A un certo punto il presentatore della manifestazione, che parla a raffica come se stesse commentando per radio una partita della nazionale ed è inarrestabile come un deejay che abbia appena sniffato una pista di coca lunga venti centimetri, dà il via alla gara. I runner schizzano via alla velocità del fotone, faccio giusto in tempo a vedere la polvere di nevischio sollevata dalle loro ciaspole che già sono lontanissimi. Qualcuno mi dice che il record della competizione è di 30 minuti, ma io faccio finta di niente e mi accingo a seguire il serpentone di gente che si avvia pigramente verso il bosco. Scoprendo, fin dai primi cento metri, che non soltanto non sono più furbo degli altri ma anche parecchio più coglione: la neve è fresca e senza ciaspole si affonda anche fino a mezza gamba. Immaginatevi quindi una passeggiata notturna di sei chilometri nella quale, invece di godere dei pini innevati e della luce della luna, sono dovuto andare alla ricerca dei punti della pista in cui la neve fosse più compatta. Il mio ginocchio destro ancora ringrazia per l’attenzione.

C’è un primo punto ristoro a 800 metri dalla partenza. Mi faccio di brutto di vin brulè, assistendo nel contempo alla scena di autentici professionisti del settore che danno fondo alle scorte dell’intera Casparetha, e rifiuto il brodino caldo servito in bicchieri di plastica perché a tutto c’è un limite. Declino anche l’invito per le sarde in saor, di cui normalmente sono molto ghiotto, perché temo che la cipolla mi si riproporrebbe per tutto il resto della ciaspolata. Sarà l’unica buona idea che avrò per il resto della serata.

Il bello è che i bambini resistono con un coraggio e uno stoicismo che mi fanno finalmente comprendere, con un certo orgoglio da chioccia, quanto siano cresciuti. Peraltro, è pure il compleanno del grande: credo che questo compleanno non se lo scorderà mai più, dovesse campare cent’anni. Il tratto intermedio è infatti terribile: lungo, con la strada difficile, illuminato solo da piccole torce messe a bordo sentiero e che lui tenta ogni volta di spegnere buttandoci sopra la neve fresca. Dopo un’ora e rotti i bambini ogni tanto emettono qualche singulto di stanchezza concentratissima. Io, che praticamente non mi muovo dalla posizione di seduta da quando opero presso i vari ospedali del mare e dei fiumi, e che negli ultimi due anni ho solo lavorato di piede sinistro per la frizione dell’auto e di gomito destro per cambiare le marce, vorrei gettarmi come corpo morto nella neve fresca impetrando di essere lasciato lì a morire di una morte dolcissima, quella dell’assideramento. Considerate anche che la mattina e il pomeriggio avevo sciato, e non sciavo da due anni, e che le le mie gambe alla fine dell’ultima pista già facevano giacomo-giacomo. Inizio insomma a pensare che la ciaspolata sia la peggiore idea della mia vita, e non intravedo soluzioni alternative anche perché Runtastic, che ancora conservo tra le app del mio iPhone per rammentarmi dei periodi in cui sono stato fieramente coglione, mi comunica che la media tenuta dal mio gruppo è di appena mezz’ora a chilometro.

Dopo un periodo di tempo che a tutti sembra infinito raggiungiamo il secondo punto di ristoro. I nostri compagni di ventura si abboffano di gulasch, minestrine ai cereali e pasta e fagioli, io invece mangio solo due biscotti al burro e continuo la terapia a base di vin brulè, che almeno dà sollievo al sudore gelato che quando mi fermo corre sulla schiena dandomi i brividi. I bambini si sono gettati nella neve, pallidi come morticini, e qualcuno di loro rifiuta persino il cibo. Una delle compagne di viaggio suggerisce di scavare una buca nella neve, come gli eschimesi, e passarci la notte. Io vado alla ricerca di una possibile via di fuga, sarei disposto a pagare qualsiasi cifra affinché qualcuno ci riporti a valle. E invece niente da fare, non sono previsti per il secondo punto di ristoro i pullman che invece ci attendono all’arrivo per ritornare a Canale. Mentre un deejay particolarmente illuminato ci fa grazia della migliore musica degli anni ’80, compresa la cara “Moonlight shadow” (anno del Signore 1983, ricordi dolcissimi), un pensiero va alla famigliola con i due bimbi piccoli incontrata nella sede della Pro Loco a mezzogiorno, quando tutto era ancora da accadere. Spero con tutto il cuore che il papà abbia desistito, che abbia deciso saggiamente di non trascinare il figlio piccolo con uno slittino su salite la cui pendenza non è  inferiore al 10% e la neve fresca sotto le ciaspole; oppure, nel caso malaugurato che alla fine abbia sul serio trascinato la famigliola in quella follia collettiva, si sia astenuto dallo squadrare al cielo le fiche. Ma temo che l’abbia fatto: il tasso di bestemmie, nel gruppo dei viandanti, sta crescendo simmetricamente al tasso alcolico e alla stanchezza.

Il montanaro che serve i cereali ci comunica che non siamo a metà pista, come si era paventato con un certo sgomento, ma almeno a due terzi: il che vuol dire ancora un chilometro e mezzo di agonia. Dopo esserci ristorati ci mettiamo di nuovo in cammino: due salitine, ci informa il montanaro, e sarete arrivati. Intanto due salitine un cavolo: la seconda, soprattutto, piegherebbe i quadricipiti anche a un ciclista in forma mondiale. Ma alla fine ecco il traguardo: un gruppo di giovani ubriachi e scalmanati si lancia in una corsa che, immagino, ha lo scopo di stabilire la gerarchia del branco, e scaraventa a terra una delle compagne di viaggio. Io passo il traguardo e scopro di aver percorso la Casparetha in 2 ore e 38 minuti: il che, anche considerando le frequenti fermate e soprattutto la mezz’ora al secondo ristoro, è comunque un risultato vergognoso. I bambini agonizzano al suolo ma hanno ancora la forza di recarsi al terzo punto di ristoro, dove incredibilmente c’è gente che balla in sale gremite all’inverosimile, e dove riusciamo a mangiare un piatto di penne al ragù che ha almeno il pregio di rimettermi al mondo (forse a rimettermi al mondo è la birra fredda, ma tant’è). All’uscita, prima di sgomitare per l’autobus che ci riporterà a casa, ho la tentazione di aggregarmi a un gruppo di ragazzi che cantano canzoni sconce di chiara matrice goliardica; ma alla fine decido che l’autobus ha la priorità su qualsiasi altra attività ludica, e poi non vedo l’ora di farmi la doccia e perdere i sensi.

La mattina dopo, come immaginate, il vostro blogger deve fare i conti salati con i cinquant’anni incipienti: ma è la scusa buona per declinare la sciata quotidiana e dedicarsi al silenzio del paese deserto, al divano, a sane letture, al fuoco del caminetto e alla stesura di questo post. Per il quale i Canalesi, o Canalini, spero non me ne vogliano: perché io questo luogo lo adoro, prima o poi ci comprerò casa, e vi giuro che è proprio qui che vorrei morire, prima o poi, quando sarà tempo.


La canzone consigliata per la lettura del post è “Yes i know my why”, di Pino Daniele, tratta dall’album “Vai mò” del 1981. Recentemente, in una bellissima festa di compleanno con musica dal vivo, mentre ballavo o bevevo o entrambe le cose insieme, ho sentito il bravo cantante veneto intonarla inventandosi le parole di sana pianta. E ho pensato che il mondo, davvero, è pieno di inconsapevoli eroi.

Portami indietro, al posto che conosco

gennaio 19th, 2018

Credo che lo abbiate capito tutti: il mio parco lavorativo si è espanso all’improvviso. Adesso non ci sono più soltanto l’Ospedale del Fiume e quello del Mare ma è entrato a far parte della mia vita lavorativa anche un’Ospedale che sorge nella periferia di una cittadina lambita da un altro fiume. E adesso, siccome il Limena è un corso d’acqua più modesto del Piave, nelle nostre narrazioni da blog impareremo a distinguere l’Ospedale del Fiume Piccolo dall’Ospedale del Fiume Grande. E che Iddio ce la mandi buona.

Questo per orientarci geograficamente, è ovvio: perché per il resto si continua a navigare a vista in attesa che la nebbia si diradi. E, sempre per dire, era tale la mia tensione prima di fare ingresso nel nuovo reparto (anche se a dire il vero non l’avevo avvertita in pieno, ma si vede che il subconscio lavora sempre più attivamente di quanto ci si aspetti), che la notte prima ho fatto un sogno strano. Ho sognato che arrivavo nella città del Fiume Piccolo, raggiungevo l’Ospedale, entravo in Radiologia e lì ad accogliermi c’era il Capotecnico: la quale, sorridente come suo solito, recava nelle mani una enorme chiave d’oro, tutta intarsiata, che nel sogno si presumeva essere quella d’ingresso al reparto. Ecco: era pesante come la chiave di San Pietro.

Ma c’è stata una sorpresa pazzesca e inattesa. A parte l’essere accolti come se avessi sempre fatto parte della famiglia, a parte lo studio tinteggiato di fresco, con quell’odore di vernice che spero duri il più a lungo possibile, a parte gli spazi dilatati e i ritmi propri del nuovo reparto, sono rimasto folgorato, letteralmente folgorato dalla cittadina. Mia moglie, che per un periodo di tempo ci ha saltuariamente lavorato, me lo aveva detto: ma la realtà dei fatti è che la cittadina del Fiume Piccolo è assolutamente, inconfutabilmente me-ra-viglio-sa. Arrivo in treno la mattina presto e mi svito il collo per guardarmi in giro: le case, le strade, gli angoli suggestivi, la torre un po’ pendente del campanile. Rifaccio la strada al contrario, di sera, intorno al tramonto, e di angoli incantevoli ne scopro altri. Insomma, una goduria.

Così, adesso, eccomi in treno, di ritorno a casa. A pensare che la vita continua a riservarmi sorprese incredibili, e a sperare di esserne all’altezza. E a ripensare al film Gattaca e al suo protagonista Vincent: nulla di tutto questo avrebbe dovuto accadere, se mi fossi basato sul viatico con cui ho cominciato il viaggio; e invece, guarda un po’, sta accadendo per davvero.

A dimostrazione ultima del fatto che, come dice Nathan Never, nulla è scritto. E se qualcosa è scritto, siamo sempre in tempo a cambiarlo.

 


La canzone della clip è “On the beach”, di Chris Rea, tratta dall’album omonimo del 1986. La foto è stata scattata in un angolo suggestivo della Città del Fiume Piccolo, dove i pilastri di una cancellata sono stati rivestiti nientepopodimeno che da tessuti di lana colorata. Roba da non crederci.

Ho avuto le mie soddisfazioni e la mia dose di sconfitte

gennaio 14th, 2018

E così, l’altra sera, si è consumato l’ultimo atto.

Un collega, con cui ho lavorato gli ultimi due anni gomito a gomito, ha concluso la sua carriera lavorativa. E l’ha fatto con una festa grandiosa, piena di affetto, nella quale per la prima volta i due reparti di Radiologia, quello dell’Ospedale del fiume piccolo e quello dell’Ospedale del fiume grande, sono stati insieme.

Lo dico senza pudore e senza piaggeria: devo molto a questo collega. Gli devo molto per la fiducia, l’onestà intellettuale, la correttezza speciale che ha sempre avuto nei miei confronti. Glielo devo per l’aiuto che mi ha dato nei momenti difficili e per le parole che ha saputo dirmi nei momenti peggiori, quando l’aiuto materiale non bastava più. Gli devo gratitudine per il sostegno, la comprensione, la capacità di rimettersi in discussione a fine carriera, quando gli è arrivato tra i piedi questo sconosciuto pieno di buoni propositi. E anche, soprattutto, per la capacità di resilienza che ha dimostrato nel corso degli ultimi anni, prima che io arrivassi al suo fianco: perché la vita ci sottopone a prove dure, lo sapete. E anche se probabilmente lo fa affinché noi si impari qualche lezione importante, i momenti in cui le affrontiamo a volte ci mettono quasi in ginocchio.

Ma è in ginocchio che si imparano le lezioni più importanti: da quella posizione scomoda e umiliante si guarda il mondo da una prospettiva nuova e a volte si scorge una possibile soluzione ai nostri guai. E, soprattutto, è solo quando sei in ginocchio che capisci come ci si sente a stare così, e se hai un minimo di sale in zucca ti rendi conto che nessuno dovrebbe mai provare quell’umiliazione.

Ecco perché qualcuno esce bene e qualcun esce male. Quelli che amano metterti in ginocchio escono da soli. Gli altri escono tra gli abbracci. E scusate se è poco.

(E quindi, Paolo, grazie e a presto)


La canzone della clip è “My way”, cantata da Frank Sinatra e tratta dall’album omonimo del 1969. Inutile, credo, qualsiasi commento alla scelta.