Per un istante vorresti scordare che hai bisogno di allegria, e quanto hai sofferto lo sa solo Dio

dicembre 23rd, 2017

È finalmente finito, questo 2017. Lungo, lunghissimo, a tratti estenuante. Così estenuante che più di una volta ho seriamente pensato di lasciar perdere tutto, rifugiarmi altrove, pensare ad altro: come uno dei personaggi de “Il giro degli ormoni”, Luca, ho tenuto in debita considerazione l’ipotesi del faro sperduto in mezzo al nulla come soluzione risolutiva ai casini in cui mi dibattevo.

Ho imparato tante cose, in questo 2017, e di altre ho avuto conferma. Tra le tante, conferma che la mia strada deve, per qualche inconoscibile motivo, e non ci sono santi, deve essere sempre lastricata di abominevoli difficoltà. Qualcuno, guardandomi con la superficialità tipica della distanza o dell’anonimato, vede solo la punta dell’iceberg che scintilla al sole. Io invece sento il peso di tutto il ghiaccio rimasto sotto il pelo dell’acqua, e la fatica omerica di trascinarlo in giro per il mare.

Ho imparato, per esempio, che quando qualcuno cerca di convincerti a non intraprendere una certa impresa quasi mai lo fa nel tuo interesse. È più probabile, invece, che questo qualcuno sia più atterrito dal tuo possibile successo di quanto sia disposto ad ammettere, in privato e in pubblico. Perché le persone sono così: confuse, spaventate perché confuse, rabbiose perché spaventate, e talora meschine perché rabbiose. E ho imparato che quando non ti si riesce a convincere con le buone, in nessun modo, alla fine si prova a intimidirti: sempre affinché tu decida di fermarti, di non perseverare, di arrenderti. Senza comprendere che il dramma delle donne e degli uomini di ogni tempo è sempre lo stesso: desiderare la rovina altrui per sentirsi meno inadeguati, e per poi non riuscirci.

Ho imparato che esiste il rispetto ma anche il suo contrario: che non è il disprezzo, come qualcuno potrebbe supporre, ma la presunzione. La quale non è mai diretta, mai limpida e mai amichevole, ma cerca scorciatoie di basso livello. A volte, però, senza trovarle.

Ho imparato che si fanno sbagli, e grandi anche, ed errori di valutazione altrettanto enormi. Ho imparato che a volte è difficile spiegarsi in modo comprensibile, e che nei momenti duri non c’è molto da dire se non allargare le braccia, essere il primo a rimboccarsi le maniche e afferrare il piccone in mano. Che non bisogna intristirsi per il singolo caso andato male, ma gioire per tutti gli altri che invece vanno a buon fine. Che bisogna parlare a cuore aperto, talvolta, ammettere i propri errori e se è possibile provare a spiegarli. Che non basta essere stato un buon soldato per essere poi un buon capo, ma a volte aiuta. Che il bello di certe strade è che poi si separano.

Ho imparato che chi ti vuole bene, ma veramente bene, tace, aspetta, coltiva una dolorosa pazienza che è quanto di più prossimo all’amore del Padreterno, qualora Lui esista davvero, e quando arriva la buona notizia fa la cosa più semplice e antica del mondo: piange di gioia. Piange e sente moltiplicarsi il suo amore per te, l’orgoglio di chioccia, la soddisfazione silenziosa di chi è rimasto in seconda linea per permettere a te di volare alto e poi, arrivato il momento, di atterrare morbido.

Ho imparato che gli amici veri fanno il tifo vero, ti osservano da lontano senza mai perderti d’occhio, e quando tutto è compiuto vogliono essere i primi a festeggiare con te.

Ho imparato che anche i sogni più assurdi e sconclusionati possono essere realizzati. Che questo luogo malandato in cui viviamo, e che si chiama Italia, forse ha ancora qualche speranza. Che ci sono in giro donne e uomini coraggiosi, visionari, capaci di scelte difficili e capaci soprattutto di portarle a compimento, costi quel che costi. Che i desideri espressi poi si realizzano, tutti, senza eccezione: l’unico problema, il più grande di tutti, è il prezzo da pagare per averli realizzati.

E ho imparato, anche se già lo sapevo, che nella vita ci vuole fortuna. Nessun talento può fruttare senza una considerevole dose di buona sorte; e a sua volta nessun talento può generare, lasciato a sé stesso, buona sorte. La fortuna è anche trovarsi al posto giusto nel momento giusto, trovare persone che ti accolgono con entusiasmo, riescono a scorgere il piano folle che hai in testa o comunque, quando le cose si mettono male, decidono di non abbandonare la nave ma di navigare con te in mezzo alla tempesta.

E, credetemi sulla parola: siamo tutti bravi e buoni e straordinari quando le cose vanno al meglio. Ma nulla dice più di una persona del modo in cui si comporta in mezzo alla tempesta, quando le cose cominciano a andare da schifo.

Buon Natale a tutti.

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La canzone della clip è “Alleria”, di Pino Daniele, tratta dall’album “Nero a metà” del 1980. Come tutte le canzoni del primo Pino, per me più che canzoni sono manifesti programmatici e pezzi di memoria.

Ehi mamma, guardami, sono sulla mia strada per la terra promessa

dicembre 3rd, 2017

Ve lo giuro su quanto ho di più caro al mondo: io, da bambino, mica lo sapevo che il tempo di una singola giornata potesse restringersi così vertiginosamente.

Così, la mattina mi sveglio, mi faccio la barba, preparo la colazione al resto della famiglia, indosso i vestiti, scendo in strada, entro in macchina e mi sciroppo i miei chilometri per arrivare all’Ospedale del Fiume: dove quest’anno la fatica pura, di ogni genere e grado, è stata all’ordine del giorno. Quindi lavoro sparato a mille fino alla pausa mensa, quando riesco a farla, per poi riprendere il pomeriggio, dopo un caffè da solo o in compagnia, con l’intermezzo di qualche riunione ufficiale a cui non è lecito mancare; e quando riesco a uscire dall’ospedale l’aria è così profumata, qualunque sia la stagione dell’anno, che a volte mi commuovo. Ma non è finita: devo rifare la strada a ritroso, sperando che sul ponte non ci sia troppo casino di traffico, correre a prendere uno dei miei figli e a volte tutti e due, che ovviamente fanno sport diversi in luoghi diversi, e nel mentre se riesco faccio la spesa o almeno, tornato a casa, devo sistemare quello che di mattina non si è riuscito a sistemare, letti, colazione da sparecchiare e altre amenità del genere. A questo punto c’è la cena, preceduta dai compiti dei bimbi, e la battaglia epica per riuscire a metterli a letto entro un tempo ragionevole, o comunque prima che mi trasformi nel dottor Jeckill e le mie urla coinvolgano nel mènage familiare anche l’intero quartiere.

Per cui, capitemi, il momento in cui mi infilo sotto il piumone e spengo la luce, la maggior parte delle volte dopo aver letto qualche pagina del romanzo di turno ma a volte senza nemmeno farcela, è il mio momento, è l’apice della giornata, è lo zuccherino che si dà al cavallo, quando è a fine corsa e ha fatto il suo dovere.

Non ci metto molto ad addormentarmi: il tempo di immaginarmi in una minuscola capsula spaziale, diretto verso il pianeta Marte, in algida solitudine, separato dall’immensità dell’universo da cinque centimetri di alluminio anodizzato, e ho già preso sonno. Un altro secondo dopo ancora eccomi sbarcato nella mia città dei sogni, sempre la stessa da decenni, a esplorare vie che ancora, incredibilmente, non conoscevo.

E a quel punto, sapete com’è: all’inferno tutti i problemi. E per qualcuno di loro sono disposto anche a fornire un’autostrada a quattro corsie per senso di marcia, affinché ci arrivino per direttissima.


La canzone della clip è “Highway to hell”, degli ACDC, tratta dall’album omonimo del 1979. Non so voi, ma ogni volta che la ascolto rimango estasiato dal ritmo di quella batteria e di quella chitarra: essenziali, primitivi, l’essenza stessa del rock. Persino l’assolo di chitarra elettrica, alla fine, è così essenziale da sembrare quasi scolastico, o suonato da un bambino. Eppure l’effetto è, come ogni volta, dirompente.

Forse il vero amore vuol restare grande (fenomenologia spicciola di Gianpiero Ventura)

novembre 21st, 2017

Lo so, ci piace vincere facile. E lo so, il perdente è sempre comodo da attaccare e demolire: e infatti ho atteso qualche giorno prima di dire la mia, e soprattutto ho atteso che tutti si sfogassero, invocassero le sue dimissioni, lo criticassero per i soldi che continua a rubare percepire alle spalle dei contribuenti italiani e, se possibile, gli murassero un cesso davanti ala porta di casa come facevamo da goliardi universitari con i nemici del nostro Ordine di appartenenza.

Ventura, diciamocelo, fa quasi tenerezza perché è uno di noi. È l’alfiere nel mondo calcistico internazionale della nostra aurea mediocritas. Ventura è l’uomo scelto per una posizione di comando senza mai aver fatto nulla per meritarselo: uno scudetto, una coppa europea, uno schema di gioco meritevole di memoria. È l’uomo scelto, forse, perché proprio in virtù del fatto di non aver mai vinto nulla è comodo da manovrare, duttile alle imposizioni dall’alto, malleabile alle pretese dei cosiddetti senatori dello spogliatoio. Ma il vero problema non è questo.

Il problema è invece il seguente: perché Ventura ha accettato una sfida così complessa? Per soldi, direte voi. Ma ne aveva davvero così tanto bisogno? L’impressione è che per un allenatore di calcio italiano, per quanto degenerati siano i tempi in cui viviamo, affrontare l’impresa della Nazionale non abbia prezzo. Forse il nostro Gianpiero avrebbe accettato anche per metà dei soldi dati al suo più illustre predecessore. Forse per Gianpiero Ventura la sfida nazionale era la scorciatoia per sdoganarsi, passare alla storia, accreditarsi come allenatore di rango mondiale senza aver mai posseduto le credenziali giuste.

E il mondo, credetemi, è pieno zeppo di gente come lui. Forse conscia dei propri limiti, ma pronta a fregarsene perché arrivare in cima è comodo e remunerativo. O forse nemmeno conscia di tutto questo, solo animata da una presunzione senza fine che non gli fa tenere in conto la fatica che hanno fatto altri, prima di loro, per raggiungere un risultato importante. O da un smania di riscatto che li rende ciechi e sordi alle evidenze: e cioè che la vita è una competizione difficile nella quale non basta dire la propria con il ditino alzato e la voce alta, ma bisogna essere più veloci e talentuosi degli altri per avere l’opportunità di opporre qualche resistenza alla strada facile delle conoscenze, delle affiliazioni e delle parentele di vario genere e grado.

Ecco, secondo me il problema di Ventura non è che qualcuno, altrettanto scalcagnato di lui, lo abbia posto a capo di una impresa più grande delle sue possibilità tecniche e del suo carisma. Il problema è che Gianpiero abbia accettato la sfida pur, in cuor suo, sapendo di non essere all’altezza. O, peggio ancora, convinto di esserlo.

Senza dimenticare mai che la vita è strana assai: e che sarebbe bastato un colpo di culo, una carambola fortunosa in area di rigore, un cross in meno di Candreva, un Insigne a sgattaiolare rapidissimo sotto le gambe dei legnosi difensori svedesi, un rigore non negato a inizio partita, e adesso staremmo tutti qui a tessere le lodi del grande allenatore e a ricordare Bonucci che getta la maschera a bordo campo come il gesto nobile di un eroe sprezzante del pericolo, e non come il lancio della spugna di una squadra che si arrende. Poi saremmo andati ai mondiali e le avremmo prese abbestia, spostando il problema solo di pochi mesi: ma almeno io avrei potuto guardare il primo e forse ultimo mondiale della mia vita con mio figlio. Che il prossimo giro avrà quindici anni e figuriamoci se lo guarderà insieme al vecchio padre.


La canzone della clip è “Nuovo swing”, di Enrico Ruggeri, tratta dall’album “Presente” del 1984. Un’altra di quelle canzoni che ascoltavo a quindici anni, senza capirla minimamente, rapito solo dal ritmo, e lungi dall’immaginare che il testo, e in particolare l’incipit, mi sarebbero stati chiari solo molti decenni dopo. Ma è così che va la vita, pavento.

Benvenuto figlio di nessuno in questo paese

novembre 14th, 2017

Succedono cose tremende, lo sapete, perché questo è un mondo difficile. Così, può accadere che un povero cristo di netturbino, rovistando nella spazzatura accatastata nella discarica di un paesino del veneziano, trovi un sacchetto di plastica con dentro non l’umido di casa, non le batterie smaltite nel posto sbagliato, non carta e cartone, ma un neonato. Un bimbo appena nato, con ancora il cordone ombelicale attaccato. Buttato lì, morto, nell’immondizia.

Intendiamoci: io non sono in grado di esprimere giudizi su persone che non conosco e su fatti che non ho accertato personalmente, e non lo farò nemmeno in questa circostanza. Vi racconterò invece il misero punto di vista del radiologo. Vi racconterò di quando l’autorità giudiziaria lo contatta per l’esame radiografico di rito, per capire se ci sono fratture, se il piccolo è stato malmenato prima di essere depositato nel peggiore dei posti possibili. E vi dirò una sola cosa: il primo pensiero che viene in mente, di fronte alla radiografia triste di quel corpicino straziato, non riguarda la morte ma la vita. Ti chiedi solo: cosa sarebbe diventato quel bimbo da grande? Un benefattore o un criminale? Lo scienziato che avrebbe scoperto la cura del cancro o un antivaccinista della prima ora? L’ingegnere che avrebbe costruito l’astronave in grado di portare l’uomo su Marte e sottrarlo al proprio destino suicida o l’industriale senza scrupoli che avrebbe inquinato definitivamente gli oceani? Un premio Nobel per la letteratura o un uomo distrutto dal peso dei suoi fallimenti?

Ecco: a questo si pensa in quei momenti, con gli occhi chiusi. Si pensa al potenziale destinato a non avverarsi mai più, alla ricchezza smarrita del possibile, sebbene difficoltoso, in luogo delle certezze disperanti di chi si è arreso. Si pensa alle occasioni perdute, alla sfiducia cronica che abbiamo nel mondo e in chi lo abita. Si pensa a quanta paura abbiamo, a quanto poco i millenni di evoluzione abbiano lavorato affinché smettessimo di essere, in ultima analisi, nient’altro che bestie spaventate.

Poi si riaprono gli occhi e si guardano un ultima volta le ossa fragili di quello scheletrino.

E firmare il referto diventa quasi un sollievo.


La canzone della clip è “Raggio di sole”, di Francesco De Gregori, dall’album che porta il suo stesso nome edito nel 1978.

Sono circondato da un milione di persone, ma io mi sento ancora solo (un post di Alfredo)

novembre 7th, 2017

Essere invitati alla presentazione di un libro, di sabato sera, a 50 km da Napoli, non fa fare salti di gioia.

Non potevo dire di no e allora, rassegnato, sono andato. Arrivato stranamente puntuale, mi sono trovato in un bel complesso sportivo nel cui interno c’era una sala pronta per la presentazione con poca gente in attesa.

Salutato l’autore, la moglie, i figli, i genitori, con estrema meraviglia ho assistito al progressivo riempimento della sala, posti in piedi, da parte di parenti e amici che, felici di esserci, trasmettevano una contagiosa, serena allegria.

La mia vecchia abitudine di non sedermi in prima fila mi ha permesso di vedere la felicità della mamma che, con gli occhi che le brillavano, si ciaciava* a vedere il figlio che rispondeva, quasi imbarazzato, alle domande dell’editore più imbarazzato di lui.

Non vi parlerò della grazia del balletto che ha introdotto la prima lettura, né della passione che hanno messo tutti i lettori di alcuni capitoli del libro, ma dell’affetto che si respirava nell’aria e che tutti volevano far sentire all’emigrante che aveva avuto successo nel profondo nord.

Alla fine tutti a comprare il libro con la dedica dell’autore e a bere un buon prosecco rigorosamente trevigiano.

Complimenti Gaddo e grazie per avermi fatto passare una bella serata con te e con i tuoi amici!!!

PS Grazie per la dedica che mi hai scritto, ma forse hai esagerato!

(Alfredo)

* ciaciare: verbo napoletano che indica l’atto di bearsi, godere di una certa situazione. 


Alfredo Siani, lo sapete, mi onora da anni della sua preziosa amicizia. Come ha annotato nel suo resoconto (molto ironico, come è nel suo stile) della serata, si è sciroppato un bel po’ di strada, di sabato sera, ed è venuto a farmi compagnia in uno dei momenti più intensi della mia vita. È arrivato, elegantissimo, ha mandato in brodo di giuggiole mia madre con due complimenti molto ammodo, ha seguito la presentazione e poi, dopo il prosecco, si è congedato. Lasciandomi, tra le righe, uno spunto di riflessione su cui ho passato buona parte delle poche ore insonni trascorse tra il saluto all’ultimo ospite e la partenza all’alba dell’aereo: cos’è davvero un emigrante?
Io non mi sono mai sentito un emigrante: ho sempre considerato le frontiere una fregatura a uso e consumo dei pochi furboni che governano il mondo. Però, in qualche modo, Alfredo ha ragione. E ha ancora più ragione se ripenso ad altre parole, quelle che mi ha detto durante una lunga telefonata che ci siamo fatti l’altro ieri: Tu hai una visione riduttiva della cosa. L’emigrante è quello che porta in altri luoghi la propria cultura e le proprie esperienze di vita. È l’ambasciatore all’estero della sua terra.
E lì ho capito. Ho capito il senso di tutta la mia fatica degli ultimi anni. Ho compreso il genere di responsabilità che mi porto sulle spalle quando conduco a termine, tra incredibili difficoltà, qualunque progetto lavorativo. O quando coltivo amicizie, abbraccio persone, mi perdo in dialoghi bizantini con persone che hanno una storia completamente diversa dalla mia e lascio che queste diversità, invece di separarci, ci arricchiscano.
Su una cosa però nutro ancora dubbi forti. Cos’è un uomo di successo? Io, se ripenso alla mia vita, non trovo motivi per sentirmi tale: non ho compiuto nessuna azione che passerà alla storia, non ho mai avuto idee che cambieranno il mondo. Un’amica su facebook mi ha scritto, pochi giorni fa: adesso che sei un uomo di successo, cos’altro desideri? Beh, in quel momento ho pensato solo una cosa: se fosse possibile vedere quanto sono basici i miei desideri, quanto elementari, e quanto sarei disposto a rinunciare della mia vita attuale per poterli realizzare, resteresti senza parole.
Ah, dimenticavo: Alfredo, la dedica sulla tua copia del romanzo non è esagerata. E tu lo sai.

La canzone della clip è la celeberrima “Home”, di Michael Bublè, dall’album “Westlife” (2003). L’interpretazione è di Mimmo De Pasquale: eravamo alla fine della presentazione del mio romanzo, a Sparanise.