Dio ti prego salvaci da questi giorni, tieni da parte un posto e segnati sti nomi

giugno 1st, 2019

Questo post è la recensione ragionata di un articolo assai interessante che potete trovare sull’ultimo numero della rivista italiana di categoria, a firma di quattro radiologi molto prestigiosi tra cui l’attuale Presidente SIRM (Grassi R, Miele V, Neri E, Giovagnoni A. L’intelligenza artificiale in diagnostica per immagini: radiologo intelligente o radiologo artificiale? G Italiano Radiologia Med 2019; 6:109-11).

Ho trovato il filo conduttore del post molto interessante, senza però condividerne interamente le conclusioni. Provo a spiegarmi. Gli Autori, nel testo, pongono al lettore radiologo una serie di scenari legati all’uso ormai inevitabile, nella nostra disciplina, dell’intelligenza artificiale (AI). Se ci pensate bene, è da qualche anno che siamo abituati ad avere a che fare con AI nella nostra attività quotidiana: ogni volta che usiamo il CAD per contare il numero di noduli polmonari dopo un esame TC, per esempio, o che misuriamo il volume del nodulo polmonare che ci sembra più sospetto, noi stiamo già di fatto creando un’interfaccia stabile con la nostra AI di riferimento.

È chiaro, quindi, che il problema principale del rapporto tra radiologo e AI non è eludibile: dove ci porterà questa strada? Per citare gli Autori, che pongono la questione in modo giustamente molto crudo: L’AI sostituirà il medico radiologo? Questa è la paura principale, il cardine intorno al quale gira tutta la discussione. Tutte le rimanenti questioni passano in second’ordine: che gli algoritmi di calcolo di AI siano di buona qualità, accessibili a tutti, utilizzabili nell’ambito di linee guida condivise e tutelati legalmente (per esempio, a livello di tutela del diritto d’autore) è pacifico e condivisibile. Ma la questione nodale rimane insoluta: questa dannata macchina, prima o poi, prenderà il nostro posto? Per usare un’analogia automobilistica, da piloti ci tramuteremo in semplici passeggeri di una vettura alla quale basterà comunicare qual è la meta finale del viaggio? In fin dei conti, con la Tesla ci stiamo già andando parecchio vicini. Capite quindi bene come per una categoria sventurata come i radiologi, già da anni sotto l’assedio di specialisti di varia natura che hanno cercato di erodere i loro spazi di competenza senza mai accettare che l’erosione potesse essere bidirezionale, tutto questo possa rappresentare un problema abbastanza grave.

Io non credo che, come sostengono gli Autori, diagnosi e terapia “richiedano creatività ed empatia che un’intelligenza artificiale non avrà mai”. Quando si parla di tecnologia, e in questo caso di AI, il problema non è qualitativo (nessuna macchina potrà mai simulare il funzionamento complesso della mente umana, dunque sostituirla in toto) ma quantitativo. Parlando di algoritmi diagnostici, la questione riguarda essenzialmente a) la complessità dei medesimi, che a sua volta è funzione della completezza delle informazioni fornite ad AI, e b) la potenza di calcolo, nuda e cruda, dei processori. Una volta superato l’ipotetico confine di complessità tecnologica e contenimento di informazioni di AI che, ripeto, è un confine meramente  fisico e assolutamente non metafisico, la nostra empatia di esseri umani compassionevoli e fantasiosi potrà ben poco contro la sua potenza di tiro. Immettendo al suo interno svariati bilioni di scansioni TC polmonari, per esempio, insieme a altrettanti bilioni di referti radiologici e anatomo-patologici, altrettanti-altrettanti bilioni di dati clinico-laboratoristici di ambito pneumologico e tutta la letteratura scientifica sull’argomento, credete che sarà davvero così difficile insegnare al nostro Pinocchietto digitale a distinguere un pattern alveolare da uno fibrosante, a correlare il pattern con la clinica e a impostare in automatico la terapia migliore? Avendo a disposizione abbastanza informazioni e processori sufficientemente performanti, paradossalmente, la mancanza di empatia di AI e la noiosa ripetibilità dei suoi algoritmi di calcolo potrebbero rappresentare non una limitazione, ma un vantaggio diagnostico. Quantomeno, AI non si recherà mai al lavoro la mattina con le palle girate perché la sera prima ha avuto da dire con sua moglie.

Ma c’è un altra implicazione, se possibile ancora più inquietante, a cui gli Autori non fanno cenno. In un periodo storico quantomai confuso e critico, nel quale le strategie nazionali e sovranazionali circa le sorti nefaste della nostra sanità pubblica cominciano a essere palesate senza nessun ritegno, e il cui segno principale (e finora sottovalutato) è la carenza improvvisa di medici su tutto il territorio nazionale, l’avvento di una AI competitiva dal punto di vista della potenza di calcolo suona quanto mai provvidenziale da un lato, e inquietante dall’altro. Respinto o quantomeno rimandato a data da destinarsi l’armageddon con figure lavorative paramediche alle quali si è ripetutamente cercato senza nessuna programmazione né raziocinio di affidare responsabilità eminentemente mediche, l’avvento di una AI abbastanza evoluta da ottenere risultati diagnostici sovrapponibili se non migliori di quelli umani suona come specie di soluzione a bassissimo prezzo dei problemi di sostenibilità del sistema sanitario.

Salvo che la tanto paventata tempesta solare raggiunga finalmente il nostro piccolo pianeta, e un provvidenziale flair tolga qualsiasi velleità non solo a AI, ma anche alla nostra bella Radiologia digitale e a tutto il resto della nostra civiltà tecnologica.


La canzone della clip è “Rolls Royce”, di Achille Lauro, presentata all’ultimo Festival di Sanremo (2019). L’ho scelta perché parla di una fine, e quella fine il nostro Lauro la vuole bellissima, scintillante, drammatica, in linea con personaggi che hanno bruciato in fretta il fiammifero toccato loro in sorte. Come forse presto accadrà alla nostra disciplina, sostituita da un’entità immaginifica incapace di empatia ma anche di errore, e alla quale non sarà possibile chiedere alcun risarcimento per l’errore compiuto; e al nostro servizio sanitario pubblico, immolato sull’altare di un’Europa che lo vuole. Se vi viene qualche dubbio su quanto da me paventato circa le attuali potenzialità dell’AI, provate a buttare un occhio su “Origin”, ultimo romanzo dell’ineffabile Dan Brown, che ho letto da poco perché avevo un disperato bisogno di una fetta di nulla in mezzo a due opere parecchio più impegnative: quello che ci racconta sulle AI è già presente, e non c’è niente che noialtri possiamo fare.

Non vedi le mie mani, le mie mani chiuse a chiave nelle tasche

maggio 22nd, 2019

Il signore nordafricano di mezza età, forse marocchino, forse egiziano, ha i baffetti che gli fremono da quanto è agitato per gli esiti dell’ecografia a cui si sta sottoponendo. È molto preoccupato, si vede chiaramente, mentre cerca di spiegarmi dove ha male barcamenandosi malamente coi costrutti di una lingua che ancora non conosce bene e forse non conoscerà mai come si deve.

Alla fine provo a rassicurarlo: tutto bene, non ci sono grossi problemi. Dovessi dire la mia fino in fondo, quel dolore costante alla bocca dello stomaco è dovuto a una gastrite da stress: ma non lo dico, tanto dopo due giorni dovrà sottoporsi a una gastroscopia e lì sapremo tutto.

Dopo essersi cambiato ritorna ancora una volta in sala ecografica.

“Dottore, sto bene?” mi chiede per l’ennesima volta.

“Si, certo, va tutto bene”.

A quel punto, l’uomo mima un inchino deferente, afferra con la punta delle dita il lembo del camice e me lo bacia. Io sono imbarazzatissimo, provo a dirgli che nessun medico al mondo merita un atto di devozione simile ma non ci riesco, lui di italiano capisce solo due parole in croce.

Quando finalmente esce, un pensiero mi passa rapido per la testa. Dovrà pur esistere per i medici, da qualche parte, una via intermedia tra i due estremi: essere considerati divinità salvifiche o una manica di coglioni allo sbando.

Ma in questo momento della mia vita, credetemi, non ho nessuna voglia di cercarla.


La canzone della clip è “Stasera devo andare via”, di Antonello Venditti, tratta dall’album “Buona Domenica” del 1979. Ho riascoltato i primi due terzi della discografia del buon Antonello, nelle ultime settimane: dopo un avvio difficile e molto (troppo) anni settanta all’italiana, e dopo  il trittico spettacolare di “Buona Domenica”, “Sotto il segno dei pesci” e Sotto la pioggia”, il Nostro si è un po’ perso tra diavoletti nel cuore e segreti da non (dover) rivelare. Una volta avrei stigmatizzato questo cambio di paradigma come una sconfitta culturale: oggi penso che se cambiando registro Venditti è riuscito in quegli anni a sentirsi più felice, beh, allora ha fatto bene.

In questa decadenza le persone non hanno chance

febbraio 24th, 2019

 

Il bambino-portiere avrà 11, 12 anni.

Ha un completo da calcio molto nuovo, molto nero, con i calzini molto abbinati alla maglietta e i guanti verdi e molto fluorescenti.

Sta in porta e e tra i pali si muove come un vero portiere di serie A: i saltelli giusti, il rimprovero giusto al difensore che lascia smarcato l’attaccante. Rinvia la palla nel modo giusto, calibrando l’apertura del braccio e compiacendosi alquanto della bella parabola prodotta. Quando abbranca il pallone lo stringe al petto nel modo giusto, studia con lo sguardo giusto la posizione di compagni e avversari e poi lo fa rimbalzare due o tre volte nel modo giusto, prima di rinviarlo.

Il bambino-portiere, insomma, fa tutto nel modo giusto tranne una cosa: il portiere.

Non ha nessun controllo dello spazio dentro e fuori dalla porta, nessuno glielo ha insegnato e lui, ovviamente, non si è mai posto da solo il problema. Non blocca mai la palla, e quando la respinge lo fa con le mani aperte esponendosi a slogature dei polsi che ricorderà per sempre con grande pianto e stridor di denti. Ferma i rasoterra con  le gambe divaricate, piegandosi a novanta gradi. Si accartoccia sui palloni quando non c’è motivo e al tempo stesso non è capace di tuffarsi, è del tutto privo degli istinti elementari che sono il nerbo del portiere di razza.

Il bambino-portiere però è una metafora perfetta di come gira il mondo: ha imparato alla perfezione la forma, magari guardando su Sky le partite della serie A o i tutorial su YouTube, ma non ha alcuna idea della sostanza di cui è fatto un vero portiere.

Insomma, ha compreso bene i fondamentali dell’Italia-ai-tempi-della-crisi: apparire è più vantaggioso che essere, tanto più che oggi come oggi quasi nessuno, in virtù del crescente analfabetismo funzionale, è in grado di accorgersi della differenza. E coltiva la certezza naturale che, nel caso in cui le cose dovessero mettersi veramente male, per esempio prendendo qualche gol di troppo, saprà trovare una valida giustificazione: il tifo contro, l’allenatore incapace, i compagni di squadra che hanno giocato male, magari dicendo peste e corna di lui, sicuramente invidiosi di quanto sia bravo come portiere.

Anche perché, a conti fatti, in un mondo calcistico nazionale in cui non si formano più portieri e quindi si è costretti a importarli dall’estero, sa che non farà nessuna fatica a trovare una nuova squadra che gli paghi lo stipendio.


La canzone consigliata per la lettura del post è “La decadenza”, di Ivano Fossati, tratta dall’album “Decadancing” del 2011. Nemmeno a farlo apposta la stavo proprio ascoltando mentre mio figlio, in un campo parrocchiale, ammazzava il pomeriggio giocando a pallone; e il portiere della squadra avversaria era proprio quel ragazzino di cui, assai stronzamente, lo ammetto, tesso le laudi nel mio racconto.

C’era una volta il west

febbraio 19th, 2019

 

 

 

 

 

 

 

 

Al funerale di Akira Kurosawa, nel 1998, ognuna delle migliaia di persone presenti condusse con sé 1200 yen, il prezzo di un biglietto del cinema: lo scopo era restituire al grande regista, simbolicamente, i soldi spesi per l’emozione indimenticabile di aver visto uno dei suoi film.

A me basteranno i 43 euro del ticket, grazie.


La musica consigliata per la lettura del piccolo post è il tema di “C’era una volta in west”, di Ennio Morricone. Sergio Leone, per questo film, ebbe i suoi problemi con l’erede degli antichi samurai: perse la causa per plagio e dovette pagare al regista giapponese parte dei ricavi del film.

Una catastrofe psicocosmica mi sbatte contro le mura del tempo

febbraio 18th, 2019

Ho assistito, in occasione di un corso della Fondazione SSP, a un suggestivo intervento di Luciano Ziarelli, teorico italiano dell’intelligenza emotiva, sul tema della leadership. Ziarelli ha usato come imperituro esempio di leadership Ernest Shackleton, esploratore britannico di inizio secolo scorso, che nel tentativo di attraversare a piedi per primo il continente antartico finì per perdere la nave, la leggendaria  Endurance, schiacciata dal ghiaccio del pack, rimase per quasi due anni in mezzo al nulla più gelato che possa esistere e alla fine riuscì a riportare a casa i suoi uomini, tutti e 28, quando ormai il mondo intero li dava per morti e sepolti.

Non importa conoscere i particolari della vicenda (chi è interessato può godersi, cliccando qui, la puntata di Quark dedicata a Shackleton e alla missione dell’Endurance): il succo della questione è che l’impavido esploratore, a detta di Ziarelli e di tutti coloro che ne hanno fatto a ragione il simbolo mondiale della leadership, riuscì a tenere unita una squadra di uomini ormai condannati alla morte peggiore che mente umana possa concepire e a condurli a una salvezza del tutto insperata, attraverso pericoli straordinari e in un territorio inospitale come potete immaginare l’Antartide nella stagione invernale, quando la temperatura può scendere, ma scendere è un termine riduttivo, fino a 70° sotto zero.

Ziarelli è un fantastico affabulatore: ha parlato per tre ore incantandoci tutti con uno spettacolo che avrebbe potuto tranquillamente portare in un teatro. Eppure, mentre narrava la storia dell’Endurance, sentivo che qualcosa non mi tornava. All’inizio avevo pensato che il punto fosse la fortuna, l’incredibile e sfacciata fortuna di un uomo coraggioso a cui tutto andava liscio: per esempio, quando con altri quattro uomini si era deciso a partire dallo scoglio sul quale erano approdati e percorrere la bellezza di 1600 chilometri lungo un tratto di mare battuto da venti a 200 chilometri orari e con onde alte fino a 40 metri, e il tutto su una semplice scialuppa di legno (peraltro, avesse atteso ancora qualche ora non sarebbe potuto partire: la mattina dopo il ghiaccio avrebbe invaso il mare dell’isolotto, e addio prendere il largo in scialuppa). O quando, approdato in Georgia del Sud allo scopo di convincere i pescatori locali a recuperare i suoi compagni di viaggio con una baleniera, era riuscito in 36 ore ad attraversare 30 miglia di montagne e ghiacciai inesplorati: impresa mai riuscita a nessuno prima di lui.

Ma no, il punto non era quello. Shackleton in effetti merita per intero la sua fama perché nessun genere di fortuna assiste l’uomo privo di iniziativa, e lui aveva coraggio da vendere e risorse mentali praticamente illimitate che in qualche modo doveva aver trasmesso ai suoi uomini. Il punto, mi sembra, è il seguente: Ziarelli, nella sua affascinante narrazione, rende l’idea di un gruppo coeso fino all’inverosimile in cui nessuno ha mai un cenno di dissenso, una nota di sfiducia nelle virtù del capo. Di una squadra così fedele al suo capitano da non mettere mai in discussione, appunto, la sua leggendaria capacità di leadership.

E invece il film per la televisione, in cui il personaggio di Shackleton è interpretato da un Kenneth Branagh incredibilmente convincente e somigliante all’esploratore, mostra proprio quello che non mi tornava. I suoi uomini avevano mostrato eccome, segni di malcontento e sfiducia nel loro leader. Quando Shackleton diede l’ordine di uccidere i 70 cani da slitta, gesto doloroso ma compassionevole perché in alternativa le povere bestie sarebbero andate incontro a una morte molto più terribile, gli diedero alle spalle dello stronzo privo di pietà. Quando chiese al fotografo di scegliere solo un centinaio di lastre fotografiche, e di sacrificare le altre perché non avrebbero potuto trasportarle sul pack, l’altro rispose sprezzante che in buona sostanza si erano persi chissà dove e senza nemmeno sapere in che modo: altro che riconoscimento della leadership, quello era incazzato nero e aveva la fiducia nel suo capo spedizione letteralmente sotto i piedi.

Questo è solo per dire che si fa presto, troppo presto a dire leadership. Che per governare un gruppo di persone ci vuole, come per tutto il resto, grande capacità ma anche una fortuna sfacciata: la maggiore delle quali riguarda proprio gli uomini che ti toccano in sorte per la spedizione. Perché, e questo secondo me è il vero punto chiave dell’intera vicenda, sapete qual era il testo dell’inserzione di giornale con la quale Shackleton aveva reclutato i 28 uomini della spedizione? Il seguente: “Cercasi uomini per spedizione rischiosa. Paga bassa, freddo estremo, lunghi mesi nella più completa oscurità, pericolo costante, nessuna garanzia di ritorno. Onori e riconoscimenti in caso di successo”.

Eccolo il vero segreto del successo impossibile di Shackleton, altro che chiacchiere: i suoi erano uomini senza paura, e così motivati da avere il coraggio di rispondere a un’inserzione di quel genere. Perché nella vita reale è quello l’elemento chiave: il coraggio, che a sua volta determina la capacità di abnegazione e di sacrificio, che a loro volta determinano l’endurance, la perseveranza, la resistenza. Cioè la possibilità di tornare a casa, vivi.

Il resto, e sono sicuro che anche Shackleton ne fosse fieramente convinto, sono tutte balle.


La canzone della clip è “Shackleton”, tratto dall’album “Gommalacca” (1998), in cui Franco Battiato narra da par suo le avventure del grande esploratore.