I nostri progetti di libertà si dispiegano come gabbiani che si alzano in volo sul mare

gennaio 29th, 2017

(Vi chiedo venia in anticipo: questo è solo un divertissement domenicale, per passare il tempo, mentre navigo ai confini di un esaurimento da insonnia dopo aver ripulito per tutta la notte il vomito di due creature che credevo fossero i miei figli, e invece erano i protagonisti di un moderno esorcismo da virus intestinale).

Durante il mio ultimo turno di urgenza referto le radiografie di un bacino. Le righe scritte sullo schermo del piccì, nella sezione dedicata alle note anamnestiche dei pazienti che afferiscono in Radiologia dal Pronto Soccorso, parlano chiaro: la paziente in questione “mentre scendeva le scale, scivolava e cadeva fino al ballatoio”.

Il problema, è chiaro, qui è della povera signora che si è fatta l’intera rampa di scala fratturandosi il femore. Però, in piccola parte, consentitemelo, anche del lessico usato dal collega del PS. Il quale apre una simpatica parentesi grammaticale: ma perché proprio l’imperfetto? Perché la paziente “scivolava” e non “è scivolata”, visto che l’azione si è svolta in un passato abbastanza prossimo e sono passate solo due ore dal fattaccio? Perché mai il medico di PS (ma anche, nel loro rispettivo campo, l’impiegato del comune, il carabiniere, eccetera) vede la caduta dalle scale all’imperfetto e non al passato prossimo?

Italo Calvino aveva già intuito la natura del problema e denominato questo strano modo di esprimersi “antilingua”. In un articolo pubblicato su “Il giorno” del 3 febbraio 1965, il Nostro si espresse così: «Ogni giorno, soprattutto da cent’anni a questa parte, per un processo ormai automatico, centinaia di migliaia di nostri concittadini traducono mentalmente con la velocità di macchine elettroniche la lingua italiana in un’antilingua inesistente. Avvocati e funzionari, gabinetti ministeriali e consigli d’amministrazione, redazioni di giornali e di telegiornali scrivono parlano pensano nell’antilingua. Caratteristica principale dell’antilingua è quella che definirei il “terrore semantico”, cioè la fuga di fronte a ogni vocabolo che abbia di per se stesso un significato, come se “fiasco” “stufa” “carbone” fossero parole oscene, come se “andare” “trovare” “sapere” indicassero azioni turpi. Nell’antilingua i significati sono costantemente allontanati, relegati in fondo a una prospettiva di vocaboli che di per se stessi non vogliono dire niente o vogliono dire qualcosa di vago e sfuggente».

Adesso, io non so se anche il medico di PS di cui sopra sia affetto dal terrore semantico di cui parla Calvino, ma una cosa è certa: i medici (i carabinieri, i magistrati, i politici) alle prese con un verbale slittano spesso e volentieri verso quel genere di imperfetto “narrativo” o “pittoresco” che sembra rifuggire qualunque genere di specificazione. In tempi di medicina difensiva, forse, l’imperfetto fornisce all’evento un alone di indeterminatezza che, come avrebbe detto Calvino, libera il medico dalla responsabilità finale dell’evento stesso. Ma perché vi racconto questo?

Come si può leggere su wikibooks.org, per capire meglio l’applicazione dei tempi verbali bisogna ricordare che qualsiasi tempo dà sempre due tipi di informazioni: a) quando succede l’azione (il momento dell’azione) e b) come succede l’azione (l’aspetto dell’azione, il modo in cui si svolge). A differenze dei passati prossimo (“la signora è caduta dalle scale”) o remoto (“la signora cadde dalle scale”), in cui chi legge ha la sensazione precisa che l’azione (in questo caso il cadere dalle scale) sia conclusa rispettivamente da poco o molto tempo, l’imperfetto non specifica il momento del passato in cui è avvenuta l’azione e, soprattutto, non specifica se l’azione è terminata o meno ma si concentra sull’azione in sé: come se la povera paziente fosse ruzzolata per un tempo infinito e/o stesse ancora ruzzolando nel momento in cui l’azione viene raccontata.

Infatti, come sintetizzo dal sito della Treccani, l’imperfetto indicativo indica la simultaneità nel passato rispetto a un momento nel passato, e proprio per questo nella tradizione grammaticale è considerato tempo relativo per eccellenza. Ciò significa che un enunciato con l’imperfetto raramente può star da solo senza riferirsi a un ancoraggio temporale, implicito o no. E sempre per Wikibooks.org, “il ricorso al passato remoto passato prossimo crea insomma nel lettore ascoltatore un’aspettativa per gli scenari precedenti e successivi all’azione espressa; l’imperfetto, invece, la mette a tacere e concentra l’attenzione di chi legge o ascolta sull’azione in sé, colta nella sua durata”.

Il che ha pure senso, se applicato alla comune attività di Pronto Soccorso: il collega urgentista (neologismo tremendo ma tant’è, piace anche a loro) con l’uso dell’imperfetto cerca di concentrare l’attenzione del radiologo sull’azione in sé, anche se in questo modo talora si astiene dal fornire ulteriori informazioni cruciali per il radiologo (per esempio: quanto tempo è trascorso dall’incidente delle scale? Dove ha male la signora?). Insomma, l’antilingua in questo caso fa sorridere come il verbale di un appuntato dei carabinieri ma funziona egregiamente come esempio inconscio di medicina difensiva e, forse, anche per favorire la concentrazione del radiologo, che è notoriamente fugace e parecchio disturbata da internet e dai vari social network con i quali il tapino riempie i buchi della sua giornata di guardia attiva.

Quanto al radiologo, lui non ha bisogno dell’antilingua per pararsi il sedere perché, per definizione, quando il paziente arriva sul tavolo radiologico l’azione del farsi male è sicuramente giunta al termine: quando il tecnico urla il fatidico “ferma senza respirare!”, prima di schiacciare il pulsante dell’erogazione dei raggi X o della Tac, siamo tutti certi che la signora abbia finito di ruzzolare per le scale di casa perché in quel preciso istante ce l’abbiamo lì, agonizzante, sul lettino del telecomandato. Ecco il motivo per cui nei referti radiologici non è previsto l’uso dell’imperfetto ma c’è invece gran ridondanza di avverbi e aggettivi: i vari “verosimilmente”, “discretamente”, “grossolano” e compagnia bella servono appunto a produrre un principio di indeterminatezza laddove il radiologo sarebbe chiamato a misure precise e, se possibile, a fornire una diagnosi che guidi il clinico fuori dall’imperfetto e lo conduca nel mondo iperuranico del presente indicativo. Dove, se esiste, una frattura del femore alla fine va curata: con placca e viti, chiodi endomidollari, protesi d’anca o qualunque altra diavoleria possa inventarsi alla bisogna un ortopedico. Perché, qualunque sia la branca in cui operano, una cosa va onestamente ammessa: gli unici a vivere nel presente indicativo, in ambito medico, sono i chirurghi. Infatti nei referti dei loro atti operatori non troverete fumosi imperfetti ma solo spietati presenti indicativi.

Con qualche errore di ortografia, forse, ma solo presenti indicativi.


La canzone della clip è “Song for the North Star”, di Jorma Kaukonen, tratta dal suo primo album solista “Quah” (1974).

Ho visto imbecilli che pensano in grande

gennaio 22nd, 2017

C’è una nuova frontiera del webete sanitario, e voi dovete esserne a conoscenza.

Il webete sanitario è colui che accede in ospedale per problemi di salute non tanto propri, nel qual caso manterrebbe la proverbiale pazienza dei sofferenti veri, quanto di un parente più o meno stretto. Il webete sanitario se ne sta in agguato come una lince, cronometra i ritardi del pronto soccorso, è fieramente convinto che l’urgenza non la determini la condizione clinica dei pazienti ma l’orario di arrivo in ospedale e ritiene che tutto gli sia dovuto in tempo reale: attenzioni dell’intero corpo sanitario e disponibilità delle apparecchiature medicali. Perché per il webete sanitario non esistono le valutazioni cliniche dei medici ma solo la percezione della propria urgenza. Vera o presunta che sia.

Il webete sanitario è quello che co duce il figlio in ospedale e, nonostante tutti prendano a cuore la faccenda, ha sempre l’impressione sgradevole che il caso umano venga trascurato con grave detrimento della creatura. Lui non lo sa che il pediatra, per dire, si sbatte giorno e notte per venire a capo del problema, anche perché si è reso conto che ha a che fare con uno spostato di genitore, e che il radiologo e il chirurgo e il laboratorista partecipano agli sbattimenti in tempo reale dando disponibilità totale anche quando la faccenda sembra loro clinicamente risibile. E, quando gli tocca aspettare qualche ora per un esame o per il colloquio con il clinico, il webete sbrocca e comincia a impestare i social di invettive a senso unico contro la sanità malata, gli ospedali in degrado, i dirigenti incompetenti cui erogano stipendi d’oro, i medici interessati solo al portafogli, gli infermieri maleducati. Il webete è afflitto dalla nota sindrome della logorrea da Facebook, per capirci, e quando posta l’interminabile invettiva con nomi e cognomi dei sanitari infami e indirizzo dei reparti incriminati si compiace del numero abnorme di like che accumula. Hai visto quanta gente la pensa come me, sembra pensare tutto tronfio e incazzato al cubo.

Quello che il webete sanitario ignora è che, dopo la sentenza della Cassazione Penale Sez. V del 1 marzo 2016, il suo post ha tutte le caratteristiche di una diffamazione aggravata che, in quanto tale, può essere perseguita a termini di legge. Quando qualcuno più assennato di lui glielo fa notare il webete sbianca e si affanna a cancellare il post: ma l’internet ha la memoria lunga e di certo qualcuno tra i diffamati possiede già uno screen shot del suo post, cioè l’ha banalmente fotografato rendendolo tracciabile in eterno. Una persona di banale buon senso, a questo punto, potrebbe ancora risolvere la questione con poco sforzo: chiedendo scusa personalmente al sanitario, per esempio, adducendo come giustificazione la tensione nervosa del momento e le legittime preoccupazioni di genitore. Oppure, meglio ancora, postando su Facebook una smentita tipo: mi dispiace di aver scritto quelle boiate, in realtà il mio bambino è seguito meglio del figlio di Donald Trump e sono io, semmai, a essere un po’ nervosello. Il sanitario, si sa, da una parte è comprensivo e dall’altra è abituato a essere maltrattato, e le scuse sono sempre bene accette. Ma il webete, in genere, è pure inutilmente orgoglioso e a queste conclusioni proprio non ci arriva.

Per cui datemi retta, webeti sanitari di tutto il globo terraqueo: Facebook non è il salotto di casa vostra e non potete scrivere sulla bacheca, nel momento esatto in cui lo pensate, tutto ciò di cui vi punge vaghezza. Prima di prendere in mano il vostro cellulare contate fino a dieci, e se non basta fino a cento: perché vi assicuro che c’è in giro un numero ponderoso di medici sacramente incazzati che non aspettano altro che la vostra diffamazione per scatenarsi come Massimo Decimo Meridio alle prese con i barbari nelle foreste teutoniche.


La canzone della clip è “Gli occhi della luna”, di Ex-Otago, dall’album “Marassi” del 2016. Bella canzone.

Perché è tutto a posto, credo che ce la faremo

gennaio 15th, 2017

Qualcuno mi ha scritto chiedendomi perché mai la frequenza dei post, nell’ultimo periodo, sia calata così drasticamente.

Beh, qualcuno di coloro che hanno affermato (più o meno scherzosamente) che se scrivo così tanto ho evidentemente molto tempo libero a disposizione sono serviti: il mio attuale periodo lavorativo è talmente pieno di avvenimenti che gestirli tutti insieme talora è davvero complicato. In un anno solare il numero dei radiologi del mio reparto è più che raddoppiato, è partita la guardia attiva ed è stata installata una nuova risonanza magnetica da 1.5 tesla. Dite che non è abbastanza?

Però, accanto alla scarsità di tempo a disposizione per varie ed eventuali, ci sono alcune piccole soddisfazioni che non posso non condividere con voi. Per esempio, la nuova risonanza magnetica: la meraviglia di vederla montare, giorno dopo giorno, da muratori e tecnici così bravi che a momenti non mi sono nemmeno accorto di averli in reparto; la meraviglia ancora più grande di accenderla e capire come ragiona, perché ogni casa costruttrice ha una filosofia che va molto al di là del nome dato alle diverse sequenze; l’inaugurazione, le emozioni forti di quella giornata, l’entusiasmo di avere davanti una strada da percorrere con persone entusiaste e, si spera, pronte ad accompagnarti fino in capo al mondo.

Già, persone entusiaste. Nel mio blog, ovviamente, io parlo più spesso dell’aspetto medico del mio mestiere: d’altronde è quello che faccio per vivere. Ma non dovete dimenticare che quello radiologico è un lavoro di squadra, e che accanto al medico radiologo lavorano i tecnici: quelli che eseguono fisicamente l’esame, quelli del “fermo non respiri”, quelli che abbiamo sempre accanto in qualunque momento, specialmente quelli difficili dell’urgenza improvvisa o dell’esame complicato.

In questi giorni tre dei miei tecnici stanno imparando a usare la nuova risonanza magnetica. Io vorrei che voi poteste vedere i loro occhi illuminarsi mentre capiscono dove mettere le mani, quali parametri modificare per ottenere il miglior risultato possibile, o la gioia che traggono dal veder comparire sullo schermo le immagini belle che questa nuova apparecchiatura è in grado di produrre. Vorrei che li ascoltaste mentre parlano tra loro e con il loro collega che gli sta insegnando il mestiere, mentre si scambiano pareri e aiuto quando uno di loro dimentica un passaggio cruciale. Vorrei che poteste ascoltare le loro risate: perché non sta scritto da nessuna parte che si lavora bene solo nel silenzio, nella gravità dell’animo, nella paura di sbagliare ed essere cazziati.

L’ho già detto una volta: io voglio che i pazienti, ogni tanto, ci sentano ridere. Voglio che, mentre attendono il loro turno in sala d’aspetto, possano intuire che una squadra vincente è quella in cui il lavoro è divertente, stimolante, condiviso. Voglio che tutti sappiano che nel mio reparto si lavora bene e con il sorriso sulle labbra, tutte le volte in cui è possibile; e che quando metteranno piede nella sezione diagnostica che li attende troveranno comunque personale attento e competente.

Perché il nostro è un mestiere maledettamente serio. Così serio che per affrontarlo e farlo affrontare ai pazienti ci vuole sempre, e dico sempre, un bel sorriso che non sia di circostanza.


La canzone della clip è “All right”, di Christopher Cross, tratta dall’album “Another page” (1983). In questo periodo mi sto ammazzando del buon Christopher come quando ero adolescente: ottimo autore che poi è svanito nella nebbia di quelli che, in qualche modo, non ce l’hanno fatta a diventare immortali nonostante invidiabili canzoni che sono rimaste nella storia. Vi propongo la versione live dell’album “A night in Paris” (2013) perché è più ritmata e meno leziosa della versione originale, e perché mi piace da matti la faccia scazzata con cui il nostro Cris canta la sua canzone per, immagino, la miliardesima volta.

Le autostrade sono piene di eroi distrutti alla guida della loro ultima possibilità

gennaio 1st, 2017

Scusatemi se comincio l’anno con una polemica; ma tant’è e poi ogni anno, da qualche tempo, di questi tempi mi vengono sempre gli stessi brutti pensieri.

Come ogni fine anno, anche nel 2016 il bravo radiologo deve pensare all’assicurazione professionale per l’anno a venire: quella che dovrebbe salvargli il sedere nel caso malaugurato in cui commetta un errore grave, il paziente denunci lui e/o l’Azienda per cui lavora e l’Azienda decida di rivalersi sul medico stesso. Si chiama RC, responsabilità civile, per ricordarci che l’Italia è il solo paese al mondo, insieme al Messico e alla Polonia, nel quale il medico è soggetto anche alla RP, cioè la responsabilità penale legata ai suoi errori.

E no, oggi non voglio parlare del medico come figura infallibile e al di sopra di ogni sospetto: perché i medici sono persone comuni e sbagliano come tutti gli altri lavoratori, fanno errori anche grossolani di cui a volte essi stessi si accorgono perché si tratta di sbagli che in altri 99 casi su 100, davanti allo stesso identico esame, non commetterebbero. Ma sapete com’è, anche un medico può avere brutti periodi, essere stanco, avere maretta in famiglia, un figlio ammalato, una moglie con la sclerosi multipla o un tumore al cervello, problemi di soldi, un primario stronzo, eccetera. Quindi non farò riferimenti alla qualità degli errori né sosterrò che non dobbiamo rispondere degli stessi; sebbene uno possa chiedersi, legittimamente, perché altre categorie professionali non ne rispondano o debbano risponderne in misura molto minore. Ma questo è un altro discorso, e lo faremo un’altra volta.

Oggi voglio solo informare i nostri pazienti, proprio loro, di uno straordinario paradosso della mia professione. Io sono un medico radiologo che, in virtù di un contratto collettivo nazionale, guadagna sempre la stessa cifra (peraltro ferma dal 2009, data dell’ultimo rinnovo del contratto stesso): che si limiti a refertare la fratturina dello sciatore in Val Zoldana o che posizioni in urgenza protesi aortiche a pazienti che altrimenti renderebbero l’anima al creatore in poche ore. Ma fin lì ci siamo: l’Italia è quel paese cattocomunista in cui, come mi ricordava di recente il mio amico Giancarlo, la meritocrazia è ancora un concetto classista.

Il paradosso è un altro. Quando a fine anno mi iscrivo alla mia società scientifica, la SIRM, e contemporaneamente stipulo il contratto assicurativo per la responsabilità civile, mi viene chiesto: tu fai attività radiologica normale o anche senologia e attività interventistica? Perché nel primo caso pagherai un tot e nell’altro, siccome di tratta di prestazioni a rischio elevato, pagherai un tot più altri 300 euro. In buona sostanza mi si sta dicendo che la mia attività lavorativa “speciale”, quella che mi caratterizza come professionista di livello elevato, non soltanto vale nulla dal punto di vista dello stipendio di fine mese, ma addirittura mi penalizza economicamente perché sono costretto a spendere di più per assicurarmi contro gli eventuali eventi avversi connessi alle mie prestazioni.

Cioè, capite, se io come medico mi sbatto per imparare a pungere una lesione polmonare che altrimenti potrebbe essere caratterizzata solo chirurgicamente, con un rischio assai maggiore per il paziente, o salvo la vita a persone con l’aorta scoppiata, o metto a disposizione le mie competenze per diagnosticare un cancro della mammella a una donna giovane, bisogna che io paghi in prima persona, dal punto di vista assicurativo, questa mia competenza aggiuntiva. Insomma, come radiologo io devo assicurarmi a un prezzo maggiore solo perché un paziente possa avere accesso a una prestazione più sofisticata che altrimenti non sarebbe erogata. Lo vedete il paradosso, che nulla ha a che fare con l’errore umano che comunque è sempre dietro l’angolo?

Allora la questione, al principio di questo 2017 dal quale francamente non mi aspetto rivoluzioni se non in senso negativo, è semplicemente questa: visto che si parla in continuazione di umanizzazione delle cure, che ne diciamo di metterci a tavolino e riflettere su questi gloriosi paradossi che stanno rendendo difficile, se non impossibile, la vita del medico? Pensate che sarebbe migliore un mondo in cui i medici sbagliano meno perché, semplicemente, smettono di erogare prestazioni complesse? Credete che sarebbe più sicura la vita della vostra prole in un mondo in cui il medico sbaglia la diagnosi della rara frattura orbitaria di vostro figlio ma si rifiuta di operarlo perché la procedura è troppo rischiosa? Pensate davvero che una sanità gestita da tiraossi e cerusici sia migliore di quella moderna, in cui gli uomini possono anche sbagliare nel singolo caso specifico, ma negli altri 99 risolvono i vostri problemi e vi consentono di campare fino a novant’anni? E siete davvero convinti che denunciare un ospedale, un’Azienda ospedaliera, un gruppo di professionisti, comporti un miglioramento reale delle diagnosi e delle cure e preservi altri pazienti da danni analoghi? O l’unica motivazione che vi spinge a far casino è il rancore accumulato, lo stesso che vi fa odiare il resto del mondo ogni giorno che il Padreterno manda in terra, o che tutto sommato va bene lo stesso perché ci si guadagna qualcosa di soldi?

Ecco, questo è il mio invito per il 2017. Va benissimo l’umanizzazione delle cure ma ogni tanto, per amor di Dio, umanizzatevi un poco anche voi. Scendete sulla terra e guardateci per quello che siamo, noi medici: persone comuni che fanno un lavoro difficile, in condizioni a volte critiche, sottraendo tempo ai propri interessi personali e alle proprie famiglie, regalando centinaia ore di lavoro all’anno che non saranno mai pagate, ritornando a casa con la schiena spezzata e il cervello in pappa, correndo in ospedale alle straore per aiutare colleghi in difficoltà, spendendo ore e ore a parlare con pazienti incattiviti o collaboratori incazzati al solo fine di garantire un servizio pubblico migliore. Persone che possono sbagliare, come tutti, ma che si portano dietro il peso degli errori fatti come una condanna inappellabile, per anni, per tutta la vita, e che ancora oggi si sorprendono quando un paziente torna in ospedale per ringraziare della diagnosi azzeccata e dire, incredulo: Lei mi ha salvato la vita.

Perché poi è questo che succede, ogni fine anno. Quando in tempi di crisi dobbiamo devolvere i nostri 1000 euro annui all’assicurazione di turno il pensiero, spontaneo, è il seguente: ma chi me lo fa fare? E se tirassi i remi in barca? Se mi limitassi al mio, che tanto non cambia nulla per il mio portafogli? Però poi, chiusa la transazione bancaria, la nostra preoccupazione corre di nuovo lì, all’ospedale, a tutte le cose nuove da cominciare e le vecchie da migliorare in questo lungo 2017 che ci attende; ed è proprio lì che ci troverete, con i nostri camici bianchi stazzonati e le borse sotto gli occhi, a qualunque ora del giorno e della notte, con la schiena spezzata e un sorriso stanco che quasi mai vi verrà negato.


La canzone della clip è “Born to run”, dall’analogo album di Bruce Sprigsteen (1975). Dove risuona in terno l’unico vero sassofono che riconosciamo come degno di memoria sempiterna, quello di Clarence Clemmons. Dello stesso album, per averne un’idea più precisa, ascoltate anche “Jungleland”, canzone di chiusura, e poi sappiatemi dire.

E il vento ingarbuglierà I tuoi pensieri, l’amore e i tuoi capelli, e ti cambierà

dicembre 28th, 2016

Tra le poche certezze che non sono venute meno, quest’anno, c’è la lettura: ho cercato di leggere ancora di più di prima, se è possibile, anche se parecchie sere mi sono addormentato con il libro in mano perché la stanchezza accumulata durante il giorno era obiettivamente troppa.

Ho letto libri di storia e di economia per cercare di capire cosa sta accadendo nel mondo, e per discriminare quella sottile linea rossa oltre la quale i buontemponi urlano al “gombloddo” perché si rifiutano di guardare in faccia la realtà (oppure la realtà stessa li terrorizza).

Ho letto biografie di personaggi famosi per cercare nelle vite illustri qualche elemento che illuminasse la mia, ma vi avviso che non ci sono riuscito.

Ho letto romanzi, al solito, molti; e riletto lunghi pezzi della Divina Commedia, che quella non annoia mai.

E poi, questa sera, tornando a casa in auto, ho ricordato uno degli uomini che mi ha aiutato maggiormente ad affrontare questa lunga storia d’amore con la letteratura, l’unica che dura da una vita senza tradimenti o meschinità di vario tipo.

Era il padre della moglie di mio zio: un uomo imponente, o forse a me sembrava così dal basso dei miei quattordici o quindici anni, stempiato, elegante. Aveva una libreria fornitissima, o forse a me così sembrava perché di librerie personali non ne avevo mai avute e quella di mio padre era piena zeppa per lo più di classici latini e greci, ma di narrativa ce n’era ben poca. Venne a sapere della mia passione per la letteratura e mi invitò a casa sua. Lo ricordo seduto su una poltrona di pelle scura, nel suo studio: gli scaffali traboccavano libri, c’erano libri anche sulla scrivania e forse, ma ho l’impressione che la memoria stia ingigantendo i particolari, anche a terra, in pile ordinate.

Mi chiedeva di scegliere quattro o cinque libri per volta: io mi aggiravo titubante per la stanza, con il viso sollevato per arrivare con lo sguardo alle ultime file in alto, e ogni tanto buttavo lì qualche titolo che mi aveva impressionato. Lui non commentava le mie scelte, si limitava a chiedere in cambio del prestito che io avessi cura dei libri (ossessione che mi è rimasta ancora, e non solo per i libri prestati) e, all’atto della restituzione, fossi disposto a discutere con lui i contenuti. Ecco, forse era proprio quella la parte migliore: quando ci sedevamo, uno di fronte all’altro, e parlavamo del romanzo appena letto. Lui cercava punti di vista alternativi, immagino, non inquinati dagli smaronamenti della senescenza; io cercavo un punto di vista adulto, mi sforzavo di intuire le trame che avrebbero caratterizzato la mia vita da grande senza nemmeno immaginare quanto di quei romanzi già raccontavano del mio futuro.

A volte, quando gli chiedevo libri di certi autori, diventava per un istante perplesso e nicchiava, roso dal dubbio che non fossero romanzi adatti alla mia età. In particolare, prima di avere accesso all’opera di Moravia dovetti sudare parecchio: ma è lui che devo ringraziare per aver colmato una lacuna letteraria che, probabilmente, da grande avrei trascurato. Ed è a lui che devo anche le prime riflessioni mature sul sesso, perché aver letto quei romanzi mi pose fin da subito di fronte al dilemma che sconvolge le menti degli uomini: è tutta qui la faccenda del sesso, è solo una questione di scambio di fluidi corporei o c’è qualcosa in più, e dietro quei sofisticati cerimoniali di accoppiamento si nasconde dell’altro?

Comunque sia, un giorno diventai abbastanza grande per infilare la porta di casa e prendere il largo. Prima di partire andai a salutarlo e lui si accomiatò da me con una frase che adesso vorrei tanto ricordare, ma che si è persa nelle nebbie della memoria. Il che mi riporta a un’altra frase, letta per caso mentre ero su Twitter (tweet di @PArgoneto): Se proprio non vi piace leggere state vicino a chi lo fa. Al contrario del fumo, la lettura passiva fa benissimo.

E mi riporta a dirgli ancora grazie, ora per allora, nel caso piuttosto probabile che i miei ringraziamenti dell’epoca non siano stati sufficientemente esaustivi.


La canzone della clip è “Canzone da lontano”, di Roberto Vecchioni, tratta dall’album “Montecristo” (1980). Per una serie di disavventure legali questo album è l’unico non disponibile in CD: io conservo ancora gelosamente una vecchia C90 su cui era registrata, peraltro da schifo, la traccia del vinile.