Dai finestrini passa odor di mare, diesel, merda, morte e vita

maggio 6th, 2017

Che ci crediate o no, siamo arrivati alla quinta edizione del congresso sull’Rx torace standard (la prima si tenne a Treviso, nel lontano 2013): che ormai, come dice il mio amico Luciano Cardinale, è diventato un corso itinerante nella miglior tradizione della Sezione SIRM di Radiologia Toracica. Questa volta siamo stati di stanza a Chieti, culla del torace radiologico da 40 anni, che notoriamente è il luogo al mondo meno facilmente raggiungibile con i mezzi di locomozione convenzionali: e siccome la sera del congresso avevo un impegno di importanza fondamentale ho deciso di andare in auto.

Va premesso che prima di trasferirmi all’ospedale del fiume avevo praticamente smesso di guidare, abitando a meno di dieci minuti dall’ospedale in cui lavoravo prima e muovendomi per lo più in treno o in scooter per il resto, e che comunque erano anni che non mi cimentavo in tratte così lunghe. Pazienza, mi sono detto, ascolterò musica e penserò alle mie cose, il tempo in qualche modo passerà.

Il tempo è passato, infatti, ma non come mi aspettavo. Non si è trattato di un viaggio nello spazio, no, ma quasi di un viaggio nel tempo: l’autostrada A14, mirabilmente cantata da Ligabue nella celeberrima canzone che accompagna il post, è per me un luogo di rimembranze e il viaggio di ritorno, in particolare, si è svolto in una luce limpida, dentro colori così luminosi da far sospettare che il Padreterno li avesse ipersaturati con un programma di fotoritocco. Ho viaggiato a fianco alle linee spezzate dei colli abruzzesi, all’inizio, nei luoghi in cui ho passato molte estati della mia infanzia; poi accanto al mare, che era bellissimo e sterminato come solo l’Adriatico può fingere di essere in primavera, prima che le spiagge diventino meta di turismo incontrollato; quindi dentro la campagna della bassissima padana, quella dei luoghi in cui ho studiato, passando raso a campi arati da pigri trattori rossi e cattedrali post-industriali la cui bellezza è intuibile solo di notte, quando hanno le luci accese, varcando fiumi enormi e altrettanto pigri.

A fine viaggio, quando ho letto sul cruscotto i 1077 chilometri percorsi in 24 ore, mi è quasi dispiaciuto di essere arrivato a destinazione. Non c’è nulla di meglio, se hai bisogno di riflettere sulla tua vita, di un lungo viaggio in solitaria: dopo qualche centinaio di chilometri, quando affiora la prima stanchezza, tutto appare più chiaro ed è facile comprendere che non tutto il male viene per nuocere, anche se ti fa tanto male, e non tutto il bene è davvero bene per te, quando bisogna fare i conti della serva e pagare il conto finale. E poi viaggiando ci si rende conto di quanto si è piccoli, di quanto le nostre vicende siano misere e transitorie, rispetto allo sfondo enorme del teatro in cui si svolgono, e ancora una volta si impara che non bisogna mai lambiccarsi il cervello su questioni delle quali, tra qualche anno, nemmeno più ci si ricorderà. Io sono un medico, e so benissimo che il miglior medico di tutti è il tempo. Dategli tempo, al tempo, e tutto si sistemerà. In qualche modo, piuttosto contorto, che magari prima nemmeno immaginavate.

Quanto al congresso, beh, chi di voi fa per mestiere il radiologo sa di cosa parlo: il gruppo della toracica è unico, vederci per un congresso non è più solo una questione accademica ma una gioia personale. E quanto all’arrivo a casa, beh, lì ho trovato degli amici che solo pochi mesi fa non avrei mai immaginato di incontrare. Perché la vita toglie, ma poi in cambio ti restituisce un compenso. E magari il compenso è doppio, perché di quello che ti ha tolto forse non avevi nemmeno così tanto bisogno.


La canzone della clip è “Urlando contro il cielo”, di Ligabue, dall’album “Lambrusco, coltelli, rose & pop corn” del 1991. Un particolare ringraziamento va anche, in ordine sparso, a: Fabrizio Moro per “Portami via”, Jovanotti per “Innamorato”, De Gregori per la più bella canzone italiana di tutti i tempi, “Atlantide”, Fiorella Mannoia per la versione live de “La cura”, Franco Battiato per tutto quello che ha scritto in tutti questi anni, Mario Venuti per “Lasciati amare”, Gino Paoli per “Senza fine”, Carmen Consoli per il fatto stesso di esistere e altri che al momento non mi sovvengono. Spotify durante il viaggio mi ha suggerito un daily mix eccezionale e non ho fatto che cantare a squarciagola per tutto il tempo. Salvo ritrovarmi con poca voce (corde vocali già sinistrate di loro dal solito reflusso gastro-esofageo) sia al congresso che, la sera stessa, nel luogo in cui dovevo suonare e cantare. Ma pazienza, in qualche modo l’ho sfangata sia a Chieti che a Treviso.

Sei un sole che illumina la notte e io un uomo caduto dalle stelle

aprile 26th, 2017

Primavera avanzata del 1973. Allora come oggi, stesso luogo e stesso periodo dell’anno.

Mi ricordo tutto: la stanza grande e piena di luce, la maglietta verde a maniche corte che mi piaceva tanto, il pittore famoso che si innervosiva perché non stavo in posa, l’odore buono dei colori a olio, i miei genitori un po’ imbarazzati da questo bambino che a stare fermo e seduto, a differenza di suo fratello grande, proprio non ci riusciva.

Ricordo anche di aver frignato un po’ perché non avevo voglia di restare chiuso in quella stanza: fuori c’era il sole e io avevo solo 5 anni. Per ingannare il tempo mi misi a inventare una delle mie storie fantastiche, ambientate nello spazio profondo o dentro caverne sotterranee dove erano sopravvissuti i dinosauri più terribili che la paleontologia dell’epoca ricordasse. Le stesse che, pochi anni dopo, sarei finalmente riuscito a scrivere sui quaderni a righe e il mio maestro avrebbe letto ai compagni di classe delle elementari, facendomi gonfiare di orgoglio.

Gli occhi, nel ritratto, sono lucidi. Perché avevo appena frignato, forse, o perché il pittore famoso volle punirmi per averlo fatto dannare. O forse, ma questa è solo la mia personale illusione di uomo fatto, perché aveva guardato dentro quegli occhi ed era riuscito a cogliere l’essenziale del bambino, il carattere che si sarebbe manifestato solo molto anni dopo.

Un fondo di tristezza che non mi abbandona mai, nemmeno nei momenti più felici: perché la vita è così, ti dà e ti toglie, nulla ha veramente senso e tutto dura solo un attimo. Allora rimangono solo i sorrisi per difendersi, e con quelli puoi fregare un bel po’ di gente.

Ma i pittori bravi, quelli no. Quelli non puoi fregarli.


La canzone della clip è “Caduto dalle stelle”, di mario Venuti, tratto dall’album appena pubblicato “Motore di vita”. Questo ultimo lavoro di Mario mi sembra un po’ sottotono rispetto agli ultimi, ma la quarta canzone, “Lasciati amare”, vale da sola il prezzo del cd o dello streaming.

 

Perche’ volevo dire cio’ che penso, volevo andare avanti ad occhi aperti

aprile 18th, 2017

Non temete, non tornerò ancora sulla questione della libera professione medica né vi avvilirò con riflessioni, che ho già fatto innumerevoli altre volte, sui perché e i percome dell’accanimento tutto italiano verso la categoria dei medici ospedalieri. Non lo farò perché ai vari governatori di regione, si chiamino Rossi o Zingaretti o con qualunque altro cognome, che continuano a parlare di sanità come se vivessero su un altro pianeta e a dare la colpa ai medici della lunghezza epocale delle liste di attesa, basterebbe leggere questa lettera aperta di Carlo Palermo, vice segretario nazionale vicario di Anaao Assomed. Per capire che delle due l’una: o sono consigliati da persone incapaci o sono in assoluta, perfetta malafede. Per capirci, in breve, l’attività intramoenia dei medici ospedalieri ammonta all’8% del totale, e i ricoveri con la stessa modalità allo 0.32%. E allora di cosa stiamo parlando?

Appunto, stiamo parlando d’altro. Quando, parecchi anni fa e anche sulle pagine di questo blog, cominciai a farmi qualche domanda sull’andazzo generale delle cose sanitarie e non, puntai l’attenzione sull’atteggiamento sprezzante che il potere costituito cominciava ad avere sulle professioni cosiddette intellettuali: ne parlai, tra l’altro, qui. La situazione, in questi anni, si è talmente aggravata che non si può più parlare di tendenze generali, ma di un dato di fatto acquisito. Da cui l’ulteriore domanda: cui prodest, a chi giova tutto questo?

Come dico sempre, fino a nausearmi da solo, il problema è sempre di tipo culturale. Aver smantellato la scuola italiana sottraendole risorse e capacità, e aver riempito questo paese di analfabeti funzionali che trovano sui social casse di risonanza alle quali solo pochi anni addietro mai avrebbero potuto ambire per una banale questione di selezione naturale, ha creato un danno irreparabile:  l’imbecille prima taceva perché il confronto diretto con l’uomo di cultura lo faceva vergognare; adesso invece parla da dietro un vetro blindato, come il casellante autostradale, e si sente in diritto di sostenere una tesi senza nemmeno avere gli strumenti intellettuali e culturali per crearsene una. La conseguenza naturale di questa involuzione culturale è il progetto politico che abbiamo sotto gli occhi: siamo diventati tutti uguali, ognuno vale uno, la casalinga di Voghera può diventare ministro dell’economia perché ha tenuto bene i conti di casa e qualsiasi ragazzotto con la faccia pulita e la lingua sciolta, sebbene in evidente difficoltà con i congiuntivi, si può candidare a prossimo presidente del consiglio dei ministri.

Quindi le scelte strategiche in ambito sanitario e  l’atteggiamento dei politici verso la classe medica non sono più dettate da ragionamenti politici: l’impressione, forte, è che il politico si faccia portatore del senso di frustrazione che il popolino ignorante avverte verso chi ha studiato, dell’invidia sociale che permea tutti quelli che si sentono uguali agli altri sui social, ma non possono ignorare che quando si parla di vaccini, per esempio, e al di là dell’idea che ciascuno può avere sulla questione, il parere di un immunologo vale parecchi punti in più rispetto a quello della soubrette televisiva, e che un economista di professione, se in buonafede (ma questo capita sempre più di rado), ha dell’euro una visione più precisa rispetto alla casalinga di Voghera che pure finirà per diventare il prossimo ministro dell’economia. Il politico ha compreso che in questo periodo tormentato i voti li sposta proprio questo genere di invidia sociale, e infatti la sta cavalcando senza scrupoli: altrimenti non si spiegherebbe lo spreco di energia nel compiere scelte sanitarie stupide e controproducenti. Quando un direttore generale si insedia in un’azienda e rilascia un’intervista pubblica nella quale afferma: Adesso li metterò io in riga, questi medici, sta veicolando un messaggio destruente e populistico mutuato proprio dalla politica che lo ha voluto in quel ruolo.

Ma c’è un’altra cosa da dire. Il recente cambio del mio ruolo lavorativo mi ha portato a interagire a tempo pieno con figure dirigenziali delle quali, fino a quel momento, avevo solo stigmatizzato i limiti e gli scarsi risultati. Dopo un anno e mezzo di questa vita riesco a guardare le cose anche da un altro punto di vista: e mi sono reso conto che la pressione politica su queste figure professionali è talmente e intollerabilmente pesante che spesso, troppo spesso, sono costretti a scelte strategiche che con ogni probabilità nemmeno condividono in pieno. Per cui l’attività principale di tutti gli attori che governano il sistema sanitario, in questo momento storico, è come rendere coerenti le richieste della politica con le esigenze di chi lavora sul campo, cioè medici e paramedici, in un momento in cui vengono contati anche i centesimi spesi per la dotazione base di un moderno reparto ospedaliero. E, come ho detto recentemente al mio direttore generale, tutto vorrei fare in questo momento fuorché il suo mestiere, dilaniato com’è tra richieste della regione, cittadini e associazioni che si mobilitano per contestare scelte strategiche quasi obbligate, altrimenti il sistema salta per aria, e medici sempre più incarogniti perché oltre al modo in cui vengono trattati hanno il contratto bloccato dal 2009 e gli si minaccia pure di bloccare la loro (misera, credetemi) libera professione.

Allora: che abbia ragione il mio amico Gianni, quando mi scrive quanto segue?

“Il disegno è chiaro: tolgo l’intramoenia, i medici bravi ma stufi di essere presi a calci in culo mollano e vanno nel privato…. gli ospedali pubblici non sono più in grado di soddisfare le necessità… la politica demanda ai privati sempre più prestazioni fino a che… la sanità viene tutta privatizzata”.

Forse è il caso di meditarci un po’ su e comprendere, da pazienti, perché i politici già lo sanno, che tutto ciò che adesso vi sembra scontato e vi fa pure incazzare se l’orario di esecuzione del vostro esame tarda di un quarto d’ora, tra pochi anni potrebbe essere storia: e voi potreste essere costretti a rivolgervi a un privato fuori da ogni controllo di qualità perché del pubblico non sarà rimasto più nulla. E allora della vostra invidia sociale sarà rimasta solo la possibilità di scrivere boiate su facebook, senza che nessuno abbia più voglia di replicare.


La canzone della clip è “A muso duro”, di Pierangelo Bertoli, tratta dall’album omonimo del 1979. Una specie di inno per chi non riesce a immaginarsi nessun altro modo, per vivere, se non quello narrato nella canzone.

E invece adesso non ne vale più la pena nemmeno di capire

aprile 6th, 2017

Lo capisci subito, quando sono di razza superiore.

Hanno gli occhi che illuminano la stanza, questi pazienti, anche se lo sguardo è sofferente. Si muovono con la naturale autorevolezza di chi è abituato, suo malgrado, a non passare inosservato. Ti fanno sulla loro malattia domande più intelligenti della maggioranza degli addetti ai lavori. Non si limitano a fare i pazienti, no: ti studiano, ti misurano, cercano di capire con chi hanno a che fare.

Uno di loro prende confidenza e inizia a parlare: ce lo possiamo permettere, siamo a fine lista, al massimo farò qualche minuto di ritardo a casa. Sa esattamente cosa lo aspetta, al di là della porta di uscita della Radiologia. Sa esattamente quanto tempo lo aspetta e comincia a fare due conti, un bilancio essenziale della propria vita.

Poi, a un certo punto, dopo avermi raccontato particolari della sua vita che chiaramente rimarranno cosa privata, mi chiede a bruciapelo: E a lei, dottore, cos’è che dà veramente fastidio?

Gli ho risposto che avrei dovuto pensarci su, che la domanda era troppo importante per rispondere la prima cosa che mi veniva in mente. Ora, dopo qualche giorno, ho finalmente la risposta.

La cosa che mi dà veramente fastidio, più di ogni altra, è essere giudicato da chi non mi conosce, non ha mai avuto a che fare con me se non per il tramite di altre persone, o di quello che scrivo e dico in occasioni pubbliche. Mi infastidisce la protervia bovina di chi ha tutte le verità in tasca senza averne verificata di persona nemmeno una, di chi ritiene che aver letto qualche libro, nella vita, sia viatico sufficiente a puntare il dito e dire la propria su questioni che nemmeno lo riguardano. Per uno come me, che sospende o tace il giudizio sul prossimo fino a che esprimerlo, in un modo o nell’altro, diventa un obbligo, certo che può essere fastidioso.

Però poi si raggiunge un’età nella quale, bene o male, il tempo a disposizione per soffermarsi su tutto ciò diventa sempre di meno: e là dove una volta ci si incazzava spesso basta una scrollata di spalle per togliersi il pensiero. Ma c’è sempre dietro l’angolo il rischio, enorme, di cui mi ha parlato il Paziente prima di congedarsi: Stia attento a non diventare cinico, dottore, perché il rischio per lei è quello.

Può essere, certo che può essere: in quei casi, quando sento che il rischio è prossimo, metto su la mia musica e penso ad altro. In fondo l’unica cosa che conta, nella vita, è essere bravi a respirare.


La canzone della clip è “Carnival”, di Roberto Vecchioni, tratta dall’album “Il grande sogno” del 1984. La ascoltavo molti e molti anni fa, in preda a turbamenti amorosi, senza nemmeno capire che il vero carnival lo puoi comprendere solo da adulto. Da ragazzini è diverso: è da adulti che diventa difficile.

Mentre lotto a denti stretti nascondendo l’amarezza dentro a una bugia

aprile 2nd, 2017

Io non mi riesco più a vedere vecchio. Non riesco più a immaginarmi rugoso come una tartaruga, piegato in due dall’artrosi, sveglio alle cinque di mattina e incapace di riaddormentarmi, non mi ci vedo a prendere una quindicina di pastiglie al giorno per il cuore e la pressione e il colesterolo e tutto il resto, a non riuscire a suonare la chitarra perché le dita mi tremano o a leggere un romanzo con troppa pena perché, semplicemente, non ci vedo più abbastanza. Deve essere insomma successo qualcosa, nella mia vita, che ha reso miope la mia visione del futuro e mi lascia mettere a fuoco solo un tempo piccolo davanti al mio rapido presente.

Tutto il contrario di Tullio, 85 anni, capelli candidi e occhi chiari come il cielo: che entra in diagnostica ecografica e comincia a infilare una battuta dopo l’altra con l’energia di un comico di Zelig, lasciando me e l’infermiera a bocca aperta e senza fiato per le risate.

Non vi riproporrò tutto lo spettacolo, sarebbe troppo lungo; mi limiterò all’ultima folgorante battuta di Tullio. Il quale a fine esame si alza dal lettino con l’agilità di un anziano in buona salute, gira il collo a destra e sinistra, mi guarda e dice: Dottore, io qualche anno fa mi sono rotto la seconda vertebra cervicale e adesso sono rimasto un po’ duro.

Poi, rivolto all’infermiera con lo sguardo ammiccante: Peccato che sia rimasto duro nel posto sbagliato.

E io, ridendo sotto i baffi, ho pensato che deve pur esserci un motivo, se il nostro è il paese che ha dato i natali a Lino Banfi, Alvaro Vitali e Renzo Montagnani, pace all’anima sua.


La canzone della clip è “Portami via”, di Fabrizio Moro, tratta dall’album, appena pubblicato, “Pace”. La associo al post per due motivi: 1) se c’era una canzone meritevole di vincere il festival 2017, bene, è questa; 2) l’album è bellissimo, tutto, e merita davvero di essere ascoltato.