Il mio cuore è a cavallo delle tue ali

settembre 3rd, 2017

Questo sarà un post controcorrente, vi avviso.

Nel fiorire di questioni epocali, tutte tese a dimostrare che viviamo in un mondo di merda e in compagnia di gente composta del medesimo materiale, nel grande mare di melma in cui è possibile trovare politici degenerati, migranti che minacciano di prendere il nostro posto, uomini che stuprano donne, donne che postano selfie con la bocca a culo di gallina, odiatori di professione su internet che non sanno coniugare correttamente un verbo e se vedessero di persona la Boldrini non avrebbero nemmeno il coraggio di farle buh, furboni che mandano lettere dell’avvocato per un ritardo diagnostico di due giorni, io vi dimostrerò che là fuori esiste gente normale. Non eccezionale, non straordinaria: normale.

Là fuori, sappiatelo, c’è gente alla guida di automobili che lascia passare i pedoni sulle strisce senza provare a investirli per distorte questioni di principio. Gente che non cerca di rubarti a tutti i costi l’unico parcheggio libero. Che arriva allo sportello della Radiologia e accetta con stoica rassegnazione l’idea che un problema tecnico o medico possa aver causato un’ora di ritardo nello svolgimento della lista di lavoro. Gente che entra in sezione e, udite bene, sorride e saluta. Che alla fine ringrazia per aver ricevuto il referto ecografico in tempo reale e talora ti fa trovare ordinatamente ripiegato in quattro, sul bordo del lettino, il telino usato per asciugare il gel.

Là fuori, sappiatelo, c’è gente che prova gratitudine e riesce a esprimerla in modi urbani, recando in reparto un vassoio di brioche o un sacchetto di caramelle al solo scopo di ringraziare per la cortesia e la professionalità ricevuta, e senza che ciò comporti in futuro trattamenti di favore. Gente che prima di andar via tende la mano e stringe la tua, nella più antica e rispettabile manifestazione di confidenza e stima; oppure, anatema, che persino ti abbraccia. Gente, al limite dell’incredibile, in grado di riconoscere che la competenza di un medico su un problema medico è superiore a quella di una soubrette televisiva o di un dj, e non mette in discussione i dati della letteratura scientifica sulla base dei matti che scrivono su Facebook le boiate ascoltate dal loro cuggino o condivise dal sito di quelli che ce l’hanno a morte con i complotti di Big Pharma e poi lanciano il sacchetto dell’umido dal finestrino della loro auto, in piena tangenziale, o fumano quaranta sigarette al giorno scagliando con noncuranza le cicche a terra.

Per cui non fatevi fregare. State attenti alla strategia terribile e tuttora in atto, mediata da una stampa disonesta e asservita al miglior offerente, che mira ad assuefarvi al peggio: in modo che perdiate gradualmente l’abitudine a riconoscere le bellezze del mondo e della gente che vi circonda.

Mia figlia, di quasi dieci anni, quando in tivù compaiono le immagini del telegiornale si tappa le orecchie e chiede di cambiare canale: trovo che non sia un atteggiamento a priori sbagliato. Fate anche voi la stessa cosa e provate finalmente a guardare il mondo con i vostri occhi. È’ un esercizio doloroso: all’inizio fa male ma poi vi svela il trucco, nessuno potrà più fregarvi e la gente tornerà a esservi simpatica.

Quantomeno, quella simpatica davvero.


La canzone della clip è la celeberrima “Skylark” (autori: Mercer-Carmichael), nella versione di Ella Fitzgerald (1963). Per chi fosse abbonato a Spotify o ad altre analoghe piattaforme streaming, consiglio la versione più attuale di Jacintha, straordinaria interprete jazz, che purtroppo non sono riuscito a reperire in rete.

Sono in strada per vedere se c’è qualcosa che aspetta proprio me

agosto 28th, 2017

E poi è finita.

Ci sono riuscito, ho finalmente spento l’interruttore generale. Ogni tanto è arrivata qualche scarica elettrica, giusto per farmi ritornare all’opera bello tonico, ma niente di grave. Per me, almeno.

Cosa hai fatto in questi giorni? Me l’hanno chiesto privatamente in molti, forse colti di sorpresa dal prolungato silenzio estivo.

Bene: ho letto. Cinque romanzi di Silverberg, eccellente autore di fantascienza: in particolare, “Mutazioni” è proprio il romanzo che avrei voluto scrivere io, ben congegnato, profondo, costruito da dio, con un finale stratosferico.

Poi ho letto per la seconda volta “Il castello dei destini incrociati”, di Calvino, e per la seconda volta la lettura mi ha lasciato insoddisfatto. Come se Calvino avesse inseguito come traguardo non la scrittura in sé, al suo solito, ma la costruzione di un giocattolone personale: per capirci, usando un ardito paragone cinematografico, la stessa sensazione che provai uscendo dalla sala cinematografica dopo “Salvate il soldato Ryan”. In poche parole, la certezza matematica che Spielberg non avesse girato un film memorabile, come da molti vaticinato, ma si fosse costruito in studio la battaglia di soldatini, quella definitiva, che aveva sognato fin da bambino.

Quindi ho letto un libro di Enzo Biagi e come al solito sono rimasto con il groppo in gola. Il grande vecchio aveva capito tutto, solo che il suo cinismo era stemperato da una educazione di qualità superiore (che gli ha evitato la fine indecorosa di tanti suoi colleghi, anche quelli ancora in attività).

Infine, ma in realtà è stato il primo della serie, una Storia d’Italia da Mussolini ai giorni nostri, di Bruno Vespa. Viste le querele che girano come se piovesse, di questi tempi, non ne dirò alcunché salvo che sono un po’ stufo di libri storici in cui viene chiamato come testimone dei fatti il defunto Andreotti e lui, o chi per lui, cerca di farsi passare per uno che si trovava nei pressi degli eventi più importanti della storia per puro caso. Va bene tenere in tasca i fatidici due schei di mona, come dicono dalle mie parti, ma quando gli schei diventano il deposito di Zio Paperone è davvero troppo.

Tuttavia, la lettura non è stata tutto. Ho finalmente trovato i due personaggi principali del mio prossimo romanzo, e incredibilmente li ho trovati in spiaggia (il solleone, è noto, aguzza gli esausti ingegni). In più ho visto amici carissimi, altri ne ho ritrovati e altri ancora conosciuti con grande piacere: il potere aggregativo del prosecco è fuori scala, sappiatelo. E se è vero che il destino canaglia a volte ci mette alla prova in modi vigliacchi, mediante clonazioni traditrici, le bollicine del prosecco sono più potenti di qualsiasi maleficio.


La canzone consigliata per la lettura del post è “The long way there”, dei “Little river band (1976). Ottima colonna sonora del mese di agosto, direi, insieme all’album che la contiene.

Ama gli armadi dove hai messo a tacere paure e fantasmi

agosto 2nd, 2017

Piscina.
 
Due bambini di quattro, cinque anni si avvicinano. Uno ha in mano un barattolo di vetro. Dentro il barattolo c’è una piccola lucertolina spaventata.
 
Uno dei due, quello che ha in mano il barattolo, mi dice: Hai visto cosa ho qui?
 
Io: Che bella lucertolina! Adesso perché non la liberate in un cespuglio, così nessuno la uccide?
 
Il bimbo con il barattolo tace e si allontana lentamente, con lo sguardo interdetto.
 
L’altro va via più veloce e voltandomi le spalle dice stizzito: No! La lucertola è mia e ci faccio quello che voglio! È mia, la lucertola, mica tua!
 
Perfetto, ho pensato, non importa, fai quello che vuoi. Tanto, un giorno più o meno lontano, i tuoi neuroni a specchio si sveglieranno e ti scapperà una lacrima a ricordare le code di lucertola mozzate, i formicai bruciati, i nidi di rondine tirati giù a colpi di pietre, i gatti randagi presi a calci senza alcun apparente motivo.
 
Ma la cosa peggiore è che un giorno nel barattolo di vetro ci sarai tu, e qualcuno farà di te quello che vorrà. Non si tratterà di nulla di personale: ti diranno che è la vita, che così vanno le cose.
 
Ed è proprio così: è la vita, nient’altro che la vita, e non c’è niente di personale.
 
Ma voglio dirti solo una cosa, bambino mio, una cosa che tuo padre non avrà mai il coraggio di anticiparti: la tua piccola lucertola ha più speranze di cavarsela, oggi, nel tuo barattolo di vetro, di quante tu ne avrai mai in futuro.

La canzone della clip è “Abbi cura di te” di Maldestro, dall’album “I muri di Berlino” (2017). Maldestro è un giovane cantautore con grande talento e una storia incredibile alle spalle che, so per certo, si è stancato di raccontare. Dunque non la racconterò nemmeno io, e buon ascolto.

Sono lontani quei momenti, quando uno sguardo provocava turbamenti

luglio 13th, 2017

Lo premetto: questo è un post estivo, è scritto per puro divertimento in cinque minuti di bambini-zitti-a-fare-compiti, panni-già-stesi e letti-già-rifatti, alla faccia di chi osi insinuare che il maschio non è buono a svolgere due o tre azioni contemporaneamente. E trae origine dalla considerazione che una delle cose che rende il matrimonio (o la convivenza) degno di essere vissuto è che ci si prende in giro per la musica che l’altro ascolta e, indirettamente, influenza anche i gusti musicali dei figli.

Essendomi toccata in sorte una fanciulla patita di Vasco Rossi, voi capite benissimo la natura del mio dramma quotidiano; il quale è seriamente aggravato dall’evidenza che anche alcuni dei miei migliori amici sono grandi ammiratori dell’inossidabile rocker. E allora occorre un’analisi approfondita dei motivi che sottendono il mio atteggiamento di critica verso le sue canzoni: la quale, prometto solennemente, non avrà niente a che fare con il ricordo amaro degli stolti che da ragazzino vidi prendere la strada della perdizione sotto l’egida del suo fegato spappolato. E’ un’obiezione poco logica, l’equivalente di chi sosteneva che i fumetti di Dylan Dog potevano spingere i suoi lettori a compiere le peggio nefandezze. Dunque non sosterrò questa tesi, limitandomi all’analisi semantica di uno dei capolavori assoluti di Vasco: “Sally”.

Premessa obbligatoria: c’è stato questo megaconcerto da duecentocinquantamila spettatori a Modena e tutti ne parlavano, ancora prima che si svolgesse, come l’evento definitivo della storia del rock, quello di fronte al quale anche Woodstock sarebbe sembrato un raduno annuale di boy scout. Ovviamente io non c’ero: però, segno che sto invecchiando, mi hanno fatto molto sorridere le riprese delle ragazze a cavalcioni sulle spalle dei morosi o di sconosciuti astanti, a dimenarsi con le tette di fuori durante una delle canzoni di rito. Cosa non si farebbe per il famoso quarto d’ora di celebrità, direbbe l’altrettanto sopravvalutato e defunto Andy Warhol; che poi nel tempo, grazie ai tempi televisivi, si è contratto a miseri tre o quattro minuti. Ma torniamo a noi: siamo in automobile, direzione mare, e Spotify spara fuori, appunto, Sally.

Mia moglie sgrana gli occhi e dice: Dai, alza! Questa è bellissima!

E io: Ma scusa, di che cavolo parla questa canzone, che non l’ho mai capito?

Lei, con aria saputella: E’ perché non l’hai mai ascoltata. Parla di una prostituta.

Per convincervi della bontà dei miei dubbi, vi propongo subito il testo della canzone:

Sally cammina per la strada senza nemmeno guardare per terra
Sally è una donna che non ha più voglia di fare la guerra
Sally ha patito troppo
Sally ha già visto che cosa ti può crollare addosso
Sally è già stata punita per ogni sua distrazione, debolezza,
per ogni candida carezza, tanto per non sentire l’amarezza
Senti che fuori piove, senti che bel rumore
Sally cammina per la strada sicura, senza pensare a niente
ormai guarda la gente con aria indifferente,
sono lontani quei momenti quando uno sguardo provocava turbamenti
quando la vita era più facile e si potevano mangiare anche le fragole
perché la vita è un brivido che vola via è tutto un equilibrio sopra la follia, sopra la follia
Senti che fuori piove, senti che bel rumore
Ma forse Sally è proprio questo il senso, il senso del tuo vagare
forse davvero ci si deve sentire alla fine un po’ male
forse alla fine di questa triste storia qualcuno troverà il coraggio
per affrontare i sensi di colpa e cancellarli da questo viaggio
per vivere davvero ogni momento con ogni suo turbamento e come se fosse l’ultimo
Sally cammina per la strada leggera ormai è sera
si accendono le luci dei lampioni, tutta la gente corre a casa davanti alle televisioni
ed un pensiero le passa per la testa, forse la vita non è stata tutta persa
forse qualcosa s’è salvato, forse davvero non è stato poi tutto sbagliato
forse era giusto così, forse ma forse ma si
Cosa vuoi che ti dica io? Senti che bel rumore
 Converrete che, con tutta la buona volontà, dopo aver letto il testo è difficile pensare a Sally come a una prostituta che ritorna a casa dopo aver svolto il proprio turno di lavoro. E non bastano le luci dei lampioni, che si accendono mentre passa, a dare manforte a questa interpretazione: al contrario, essendo il lavoro del meretricio quasi esclusivamente notturno, e in genere svolto proprio sotto i lampioni affinché la merce sia in bella mostra, diventa difficile immaginarsi Sally come una prostituta che rincasa al tramonto, quando “tutta la gente corre a casa davanti alle televisioni” ma nel contempo comincia il traffico inesorabile dei puttanieri sulla provinciale. Secondo me Sally, qualunque sia il suo lavoro, sta semplicemente ritornando a casa dopo il tramonto; ed è incazzata, o stanca, o delusa, come d’altronde la stragrande maggioranza di noi quando la giornata è andata male. In più notate che Sally è ancora in strada mentre, recita il testo, “fuori piove” e la pioggia fa un bel rumore: come quando la guardi da dietro i vetri della finestra, al riparo, con in mano una bella tazza di tisana bollente. Invece di Sally si dice che è scazzata, stanca di fare la guerra e che manco guarda in faccia le persone che incrocia: forse è solo perché è stata una brutta giornata, piove e lei vuole arrivare in fretta a casa. Ci avete mai pensato?

Ma il delirio delle interpretazioni mette alle corde persino quello di mia moglie. Una di esse, almeno in apparenza, all’inizio sembra darle ragione. E certo: perché Sally, secondo la versione 2.0 di quella della santa donna, è una drogata che si prostituisce per pagarsi la droga. Chiarissimo all’uopo il riferimento alle fragole che, come nella canzone di Luca Carboni, sono metafora poetica dell’eroina. Anche se viene francamente difficile giustificare il perché una tizia messa complessivamente così male abbia voglia di comminare “candide carezze” a clienti che come minimo, in nove casi si dieci, la ripugnano.

Oppure non è vero nulla di tutto questo e Sally è invece una donna non più giovane, segretaria e amante di un imprecisato amico, che il rocker incontra per la prima volta su una barca, dopo una serata in discoteca a Saint Tropez, e che lo colpisce per l’espressione amara che ha in volto mentre prende la via dell’uscita. Sulla barca c’è una festa, gente che balla e si diverte: ma Vasco, invece di ubriacarsi come al solito mentre si infratta con la squinzia di turno, registra con la coda dell’occhio la scena triste dell’amante che, non si sa per quale motivo, abbandona la festa con aria triste. Sarà arrivata la moglie dell’amico? L’amico avrà toccato il culo di un’altra? Non lo sapremo mai. Quello che sappiamo, stando a questa versione, è che Vasco Rossi si chiude in cabina con una chitarra spuntata fuori dal nulla e scrive “Sally” mentre sul ponte della barca è ormai probabilmente in atto un’orgia.

E invece, perbacco, vi sbagliate tutti: Sally è una povera crista che ha subito violenze sessuali, in un imprecisato passato, ed è ancora devastata dai sensi di colpa. Una poverina che ha sofferto così tanto da aver perso interesse nella vita, fiducia negli uomini e speranza nel futuro. Nessuno sguardo è in grado di provocarle turbamenti, perché la sua corazza è talmente indurita da essere diventata impenetrabile. Certo, però, che in tutto il testo non si trova nessun accenno al bruto violentatore che le ha segnato la vita. E dire che sarebbe bastato così poco per permetterci di identificarlo.

Ultima possibilità, la più strabiliante di tutte: “Sally” è una canzone autobiografica, Vasco Rossi sta parlando di sé e d’altronde chi non sa che lui è allergico alle fragole e da ragazzino le mangiava di nascosto dai genitori? Certo, così invece di spappolarsi il fegato si sarebbe provocato un sacrosanto edema della glottide e allora addio bel canto, ammesso e non concesso che Vasco Rossi ci sia mai riuscito (infatti mia figlia, quando sente le sue canzone, chiede invariabilmente: “Ma questo è il tizio che scatarra?”).

Alla fin fine, se volete sapere la mia, “Sally” ha un elemento comune alla stragrande maggioranza delle canzoni di Rossi: sono tutte composte da un’accozzaglia di parole buttate lì quasi a caso, come in un generatore automatico di frasi musicali. I versi di “Sally” sono buoni per tutti gli usi, come dimostra la pletora di possibili interpretazioni del testo: chi le ascolta può farle proprie proprio perché non sono indirizzate a nessuno e perché alla fine Sally non esiste, è una figura anonima, senza storia e senza volto. Quello che vorrei dire ai fan, insomma, è che Vasco Rossi sembra parlare a tutti perché in realtà non parla a nessuno, nemmeno a se stesso; e forse non è nemmeno lui a parlarvi. Ricordo agli scettici che “Sally” annovera tra i coautori anche un tal Tullio Ferro: il quale pare abbia scritto le musiche di diverse canzoni del rocker, tra cui nientepopodimeno che “Vita spericolata”, al punto che lo stesso Vasco Rossi ha affermato che “le più belle canzoni di Vasco Rossi sono state scritte da Tullio Ferro” (fonte: wikipedia.org). Vi prego, andate a vedere quante delle musiche delle canzoni di Vasco sono state scritte da lui: dopo aver smesso di ridere rivedrete immediatamente le vostre priorità musicali. E per non infierire taccio sul contributo di Gaetano Curreri, uno che le canzoni sa scriverle sul serio, alla discografia del nostro rocker: documentatevi su internet e poi fatemi sapere. E insomma, ci si potrebbe anche porre il legittimo sospetto che se un cantante piace a tutti, ma proprio a tutti, se piace a tre generazioni, se accomuna padri e figli, nonne e nipoti, forse il suo messaggio non è universale: è solo banale. Come ha brillantemente sostenuto qualche giorno fa un astronomo di recente conoscenza: Vasco Rossi è sopravvalutato, lui si adegua alla mediocrità del suo pubblico. D’altro canto, insegna l’esperienza, se piaci a tutti devi per forza avere qualcosa che non va. O no?

Ma la parola fine sulla questione, molto meglio di quanto sia capace di farlo io, la mette Checco Zalone. Guardate questo filmato e alla fine, dopo aver riso il giusto, provate a riflettere seriamente sulla sua esibizione. Poi rimettete su il cd di “Bollicine”, perché se siete veri fan di Vasco Rossi non riuscirebbe a scuotervi dalla sempiterna fedeltà al mito nemmeno l’arcangelo Gabriele con la spada di fuoco in mano, e buon ascolto.

Mi sento strano davvero, da un po’ di tempo è cosi’

luglio 7th, 2017

 

Li vedo dappertutto: nei corridoi, al bar, seduti sulla panca proprio fuori dalla porta della Radiologia.

Sono sperduti, interdetti. Aprono la busta bianca intestata e leggono il referto, con una ruga verticale che si forma in mezzo alla fronte e lo sguardo perplesso. Si perdono in mezzo a tutti quei paroloni tecnici come marinai nella burrasca e sanno già che dovranno aspettare chissà quanto tempo affinché il loro medico li riceva e traduca loro il medichese in italiano corrente.

E, ogni volta, mi vien voglia di fermarmi, chiedere il referto e provare a spiegarglielo nel modo più semplice possibile. Perché ci vogliono due minuti, solo due minuti: anche mentre si sta terminando l’ecografia, per esempio. Poche parole, semplici, per dire che stanno bene oppure che qualcosa non va e bisogna approfondire il problema per vederci chiaro. Meglio ancora, per accollarsi il problema: emettere un’impegnativa, programmare il prossimo esame, evitare al paziente una trafila di tempo perso tra medici di base e specialisti di vario ordine e grado. Due soli minuti per rendere la vita un po’ più facile a qualcuno che per caso ci ha attraversato la strada.

E per diventare meno invisibili di quello che il mondo là fuori ama dire, di noi radiologi.


La canzone della clip è “M’innamoro davvero”, di Fabio Concato, tratta dall’album omonimo del 1999. E’ dal lontanissimo ’84 che Concato si diverte a farmi venire le botte di nostalgia: lui è uno di quelli, pochi, che mi piacerebbe conoscere personalmente. Ragionevolmente sicuro che, al di fuori delle sue canzoni, non sarebbe una delusione.