I radiologi e il gioco delle metafore

12 aprile 2012

 

La domanda di esordio è la più stimolante di tutti: in che modo noi radiologi impariamo il mestiere? Se lo chiedono due colleghi in un insolito articolo pubblicato su Radioghrapics di marzo (Baker SR, Partyka L. Relative Importance of Metaphor in Radiology versus Other Medical Specialties. Radiographics 2012 32:1 235-240), che merita due parole di recensione.

Le tecniche di imaging, suggeriscono gli Autori, producono inevitabili distorsioni della struttura anatomica che si sta studiando: il che rende possibile rappresentarla graficamente, che poi è uno degli obiettivi dei radiologi, ma certamente non riprodurla con precisione. L’approssimazione con cui una struttura anatomica viene riprodotta radiologicamente non è omogenea: è più accentuata per esempio con l’ecografia che con la TC, o con la radiologia tradizionale che con la risonanza magnetica. Il che giustifica da parte del radiologo la continua ricerca di riferimenti concettuali, comuni alla nostra esperienza di individui ma non di pertinenza strettamente anatomica, a cui associare i nostri reperti: al solo scopo di assimilare il concetto-base e consentirne una migliore archiviazione nel nostro personale database cerebrale. È un artificio, questo, che prende il nome di metafora: figura del discorso in cui una parola o una frase che descrivono di solito un concetto (o una cosa) sono utilizzate per descriverne un altro (o un’altra cosa) mediante un processo di confronto che si basa sulla esistenza di un rapporto di somiglianza tra il termine di partenza e il termine metaforico stesso. Complicato a dirsi, intuitivo se si legge una poesia di quel campione della metafora che è stato Pablo Neruda.

Incredibile a dirsi, le metafore in medicina non le abbiamo inventate noi radiologi. Basta pensare al termine “tiroide”, riferito alla ghiandola endocrina del collo: il quale proviene da una parola greca che vuol dire scudo in virtù del fatto che la tiroide ha proprio quella forma (ecco chiarito anche un altro arcano, ossia perché un importante elemento costitutivo della laringe sia una cartilagine denominata a sua volta “tiroide”: anch’essa, e forse più della ghiandola, somiglia a uno scudo). È chiaro, a questo punto, che la stessa nomenclatura anatomica non è altro che un compendio di metafore: ma noi radiologi siamo andati oltre perché la metafora, nel nostro mestiere, non serve solo a designare ciò che è normale ma anche la deviazione da esso, ossia la patologia. Pensate soltanto alla pletora di riferimenti tratti dalla nostra vita quotidiana che sfruttiamo nella creazione di fantasiose metafore lavorative: il cuore “a scarpa” dell’ipertrofia ventricolare destra ne è un esempio, ma ce ne sono a bizzeffe.

A questo punto gli Autori hanno preso in mano svariati libri di testo di svariate discipline specialistiche e si sono messi a caccia dei segni descritti, distinguendo la metafora dall’eponimo (siamo di fronte a un eponimo quando il segno porta il di nome di un individuo o di un luogo: per esempio, il segno di Babinski in neurologia). Non difficile da credersi, la Radiologia soverchia per numero di metafore tutte le altre discipline specialistiche. Persino quelle come la dermatologia, in cui il paziente più che mai viene studiato con gli occhi, al confronto sono povere di metafore. La metafora, insomma, nel resto della medicina occidentale, non sembra rappresentare un costituente essenziale dell’apprendimento. La spiegazione di questa stranezza è in realtà molto semplice: il dermatologo esamina direttamente la cute desquamata che avete sul gomito; il gastroenterologo quando vi infila il tubo endoscopico in gola osserva direttamente lo stato della vostra mucosa gastrica; e il chirurgo, più di tutti, se ne infischia delle metafore perché va a guardare la situazione con i suoi occhi dopo avervi letteralmente aperto la pancia o il torace. Il radiologo, per forza di cose, no: perché la sua diagnosi passa attraverso una tappa intermedia, che è quasi interamente contenuta nella sua mente, in cui una struttura come il corpo umano, dotata di lunghezza, larghezza e profondità, viene rappresentata in due dimensioni, su una superficie piana e in bianco e nero. Qui sta la vera natura della difficoltà del mestiere di radiologo: nella tappa intermedia, che non possiamo condividere con nessun altro professionista della medicina se non dopo aver tratto le conclusioni del nostro ragionamento, durante la quale inferiamo la diagnosi partendo da dati non reali ma da immagini virtuali che a loro volta sono frutto di procedimenti tecnici di varia natura. I quali sono controllati dal radiologo in fase di acquisizione, o almeno si spera, ma poi devono essere rielaborati dal radiologo stesso sulla base delle sue conoscenze e dell’esperienza lavorativa accumulata nel corso degli anni.

Ecco dove per il radiologo si innesta il gusto, o la necessità, della metafora. Gli altri medici campano sugli eponimi: in Radiologia invece gli eponimi si contano sulla punta delle dita, e le metafore vengono fuori a grappoli. Qualcuno pensa che la causa di questa differenza stia nella cinetica di sviluppo delle varie discipline mediche: la maggior parte delle quali, per esempio la chirurgia e la medicina internistica, hanno visto il loro periodo aureo fra il XIX e il XX secolo. È facile insomma immaginare un chirurgo alle prese con un intervento innovativo, a inizio ’900, a cui dare il suo nome (pensate solo al dottor Billroth e alle sue varianti sul tema). La Radiologia invece è una scienza giovane, ha appena un secolo di vita sul groppone: questo forse ci ha permesso maggior libertà di movimento, meno dipendenza dai dettami della tradizione e più creatività e spreco di metafore. O forse, più semplicemente, il “rinforzo del disegno polmonare” aveva più senso (quel poco o niente che ha) anche nel 1910 come metafora che come eponimo: l’avessi malauguratamente coniato io, l’eponimo “rinforzo del Gaddo” suonerebbe davvero male. Un po’ come la legge del Menga, tanto per capirci.

Ed ecco i due modi complementari con cui il radiologo gestisce il flusso enorme di informazioni percettive. Il primo, più importante, è la focalizzazione sui modelli di cui nel passato si è dimostrata la validità: quando si studia una bronchiectasia, per esempio, esperienza vuole che si compari il calibro del bronco patologico con quello del vaso satellite (che, in condizioni di normalità, dovrebbero essere uguali). Sappiamo per certo che il modello, sebbene empirico e non misurabile con precisione, funziona quasi sempre: e noi lo applichiamo di conseguenza. La metafora, che è la modalità complementare di apprendimento-ragionamento, non fa che rinforzare il modello principale: nella nostra sezione TC assiale, per esempio, il bronco dilatato e il vaso satellite ricordano inequivocabilmente la forma di un anello con il castone. Basta che se ne accorga uno di noi e la metafora è coniata, non riusciremo mai più a liberarcene: però il giovane specializzando ricorderà la metafora, e quindi il segno, e quindi la patologia che esso sottende, con molta maggiore facilità. E la ricorderà per sempre.

Ma attenzione, la metafora è differente dalla similitudine: la quale mette in relazione due oggetti differenti sfruttando l’effetto “ponte” di un collegamento visivo, e in genere sfrutta la particella comparativa “come”. La Radiologi è piena anche di similitudini (opacità come mandarino; micronoduli miliariformi; addensamento parenchimale nubecolare), ma la similitudine è più rigida, non riesci a piegarla ad altri scopi se non quello di descrivere la realtà dei fatti. La metafora, suggeriscono gli Autori, crea in chi scrive o legge un referto la possibilità di scandagliare un significato più profondo, e di adoperarlo per altri scopi (per esempio, quello mnemonico). E infatti studi di RM funzionale hanno dimostrato che la metafora stimola un focus specifico nel nostro cervello: la similitudine e gli eponimi, ahiloro, questo non lo sanno fare. C’è insomma la seria possibilità che noi si abbia un centro cerebrale della metafora, al pari di quello della tosse o della parola: sarebbe una scoperta molto romantica, l’apoteosi di tutti i Pablo Neruda di questo mondo.

Come per tutto il resto, tuttavia, conviene non esagerare nemmeno con le metafore. Per avere successo, dicono gli Autori, una metafora “deve stabilire una connessione vibrante che stimoli una reazione emotiva”. Chiaro dunque che il potere di istruire insito nella metafora è sfruttabile solo se il suo senso non è oscuro o ridondante. Il “segno della vela” dell’ ipertrofia timica nel bambino, per esempio, è molto efficace e tocca le corde giuste della nostra memoria. Il segno del “cappello del Doge”, usato per indicare aria libera in ipocondrio destro, può invece essere oscuro perché la maggior parte dei radiologi mondiali, specie quelli di estrazione non italiana e non rigidamente veneta, possono non sapere o ricordare come fosse fatto quello stramaledetto copricapo: tanto più che Dogi non se ne sono in circolazione dal 1808 (eccezion fatta per un politico veneto, ex democristiano, chiamato appunto il “Doge” per l’influenza enorme che aveva sugli affari regionali almeno fino a pochi anni or sono).

Una metafora, insomma, in Radiologia è più di una figura retorica: diventa una vera e propria modalità di apprendimento perché collega oggetti e concetti che appartengono a differenti campi del sapere umano per creare intuizioni e strutture cognitive potenti e durature. Le metafore si annidano ovunque, in medicina, ma in Radiologia più che in altre: la ricchezza descrittiva del radiologo è nota, a volte tristemente, in tutto il mondo. Perché c’è un problema di fondo, aggiungo io in calce all’articolo: che si crea quando la ricchezza descrittiva del radiologo diventa troppo esuberante, e si rinforza quando all’uso delle metafore non si associa anche la conclusività delle risposte ai problemi clinici che ci vengono posti. La metafora, questo è il messaggio personale che voglio darvi alla fine, è importante perché ci permette di archiviare le informazioni nella memoria e richiamarle con maggior agio, ma per il clinico non sono di alcuna utilità. Infarcire il referto di metafore non ha senso: quando di fronte a una TC addominale è evidente un’occlusione intestinale conclamata, il segno dell’aria a “collana di perle” ci è utile per identificare la patologia, ma va tradotto in termini clinici comprensibili anche ai non radiologi; altrimenti il messaggio si perde, e il radiologo finisce per delegare al clinico la traduzione della metafora nella conclusione diagnostica (operazione che il clinico, per formazione culturale, non è in grado di fare e se la fa sbaglia miseramente).

Insomma, occhio alle metafore. Ripulite i vostri referti non solo di avverbi e aggettivi, ma anche di metafore: piuttosto dilungatevi sulle conclusioni, ma alla fine in un modo o nell’altro fate in modo di tirarle.

Avvisi di garanzia

11 aprile 2012

Adesso, vi giuro che non è che io abbia una particolare simpatia per il Vendola uomo politico (d’altronde di questi tempi non nutro particolare simpatia per nessun uomo politico in generale), e magari il nostro è persino innocente, però di fronte alla notizia di un avviso di garanzia recapitatogli per l’abuso di ufficio legato alla presunta nomina di un primario ospedaliero, questo è quanto ho da dire: Ma daaaaaiiiiii?!? Ma noooooooo?!? Ma davvero in Italia vige questo sistema di nomine così scorretto e disonesto e poco funzionale e per niente utile alla comunità?!?

Bene, anche per oggi mi sono goduto i miei cinque minuti da imbecille. Buona notte a tutti.

PS (aggiunta del giorno dopo). Il mio primario dice sempre, in questi casi, che spera in uno scenario di questo tipo: chi ha deciso nomine primariali politicizzate meriterebbe di essere curato dallo stesso professionista che ha nominato. Sarebbe un contrappasso dantesco e il politico si assumerebbe in prima persona i rischi della sua scelta. E io sottoscrivo in pieno.

Non ci sarà più nessun posto dove nascondersi

6 aprile 2012

Leggo proprio adesso (questo è il link) della recente crezione di un cerotto elettronico in silicone che, applicato sulla pelle di un individuo, dovrebbe fornire informazioni su eventuali alterazioni del suo stato di salute. E, soprattutto, inviarle via wireless a diversi tipi di dispositivi eletronici.

In particolare, ci viene spiegato che il cerotto elettronico “…al suo interno contiene sensori di misurazione del battito cardiaco, della disidratazione, di alterazioni della temperatura, contrazioni e rigonfiamento dei muscoli”: informazioni cliniche che, come è noto, nessun paziente ma neanche nessun medico è in grado di raccogliere con le sole proprie forze.

E ancora: “La sperimentazione del cerotto sui pazienti ha avuto finora esiti positivi e i soggetti non hanno lamentato alcun disturbo”. Rassicurazione d’obbligo, sulla quale non avevo alcun dubbio.

Per finire, l’inventore spiega: “Questa tecnologia può essere usata per monitorare il cervello, il cuore e l’attività dei muscoli in maniera del tutto non invasiva, mentre il paziente è a casa così che i pazienti possono superare la necessità di rimanere confinati nella stanza di un ospedale per le ore di trattamento o di monitoraggio”. Peccato che non risultino chiari, persino a un addetto ai lavori come me, i meccanismi grazie ai quali il cerotto dovrebbe poter monitorare l’attività non dico cardiaca, ma addirittura cerebrale; tuttavia facciamo finta di niente, l’importante in questi casi è abbozzare. Nè è chiaro in che modo il dispositivo sia ”in grado di riconoscere i segnali precoci di malattia e consentire un immediato intervento”: si tratterebbe davvero di una rivoluzione copernicana, chi ha inventato il cerotto avrebbe diritto a vincere per dieci anni di seguito il premio Nobel per la medicina (cosa che, come immaginate, non accadrà).

Il top, tuttavia, è nella riflessione conclusiva: “In futuro, grazie alla capacità del cerotto di diagnosi immediata e la disponibilità della linea wireless, che permette il rapido invio dei dati rilevati, sarà possibile trasmettere le informazioni al cellulare del paziente e poi allo studio medico. Consentendo un notevole risparmio di tempo”. Ma quale risparmio di tempo? In che modo i dati rilevati, di qualunque natura essi siano, potranno essere messi insieme da un medico che non ha nemmeno davanti il suo paziente e che già in condizioni normali piuttosto che visitarlo preferisce farsi rinchiudere in un lager nazista? La risposta alle mie domande tendenziose giunge sorniona, in chiusura: il cerotto potrebbe “rappresentare una grande scoperta soprattutto per quei soggetti che hanno bisogno di un monitoraggio continuo, come i malati di diabete o chi ha avuto infortuni muscolari”. Ah, già, dimenticavo: quanti morti per strappi muscolari vediamo ogni giorno arrivare nel nostro sconsolato pronto soccorso. La vera piaga del millennio, gli strappi muscolari, altro che l’AIDS o il cancro.

Siccome pare che il cerotto possa già essere in commercio per fine anno, un solo consiglio: state molto attenti. Il prossimo passo, ormai dichiarato da anni, è l’innesto del chip sottocutaneo contenente non solo informazioni sanitarie dell’individuo ma anche quelle di altra natura (il conto bancario, i dati della nostra identità personale, le e-mail, insomma quello che volete voi). Dopodiché in tutto il globo terracqueo non ci sarà più nessun posto dove nascondersi, e per ridurre alla ragione i cittadini indisciplinati basterà un click sullo schermo touch di un iPad qualsiasi, in qualunque parte del mondo, tenuto in mano da chiunque vi stia dicendo in questo momento che il cerotto in silicone sarà in grado di salvarvi la pelle.

La metafora del ponte

5 aprile 2012

Un paziente, pochi giorni fa, dopo un’esame ecografico, mi ha ringraziato con particolare calore. Non perchè la mia prestazione fosse stata particolarmente brillante, e d’altro canto che ne sa un paziente durante l’esame se il radiologo che lo sta esaminando è competente o meno, sono cose che si scoprono solo vivendo; piuttosto lo aveva colpito il fatto che, durante tutto l’esame, io lo avessi lasciato parlare dei problemi fisici e non che lo angustiavano. Alla fine, salutandomi, ha detto: Lei forse non se ne rende conto, ma così facendo alza un ponte tra il medico e il paziente.

Beh, vi confesso che io in genere me ne rendo conto, altrimenti i pazienti non li farei parlare come normalmente è mia abitudine e anche a costo di perdere minuti lavorativi che sconterò a fine giornata, però la metafora del ponte mi è rimasta impressa e per qualche giorno ho continuato a vedere ponti dappertutto: lungo i deliziosi canali che percorrono la città nella quale vivo, nei film che ho guardato, persino in un paio di libri che sto leggendo. 

Perchè il ponte è una bella metafora, dopo tutto: un arco che unisce, una linea morbida che avvicina due rive contrapposte. Se la nostra fosse una cultura di costruttori di ponti, invece che di difensori di confini, saremmo una specie molto più evoluta e felice: il ponte è panciuto, bonario, ti ripaga della fatica di raggiungere il suo zenith con la bellezza del panorama visto da lassù e la rilassatezza della discesa. Il confine invece è spesso irregolare, spigoloso, e per giunta a volte non tiene conto delle minoranze etniche che rimangono al di qua o al di là di esso (anche se, nel terzo millennio e con la globalizzazione che ci rosicchia persino le lingue patrie, temo che sentirsi una minoranza etnica sia niente altro che la manifestazione clinica di una nevrosi ossessiva; un po’ come immaginarsi che esistano nazioni dentro altre nazioni dentro altre nazioni, noi italici ne sappiamo qualcosa)

E allora ho fatto quello che faccio sempre quando sono in difficoltà: ho chiesto ai miei due figli lumi in proposito. Per cui, a colazione, ho fatto loro una domanda semplice: secondo voi a cosa serve un ponte? Il grande, cinque anni, che temo abbia ereditato la mia fosca e fallimentare tendenza a escogitare soluzioni particolari per problemi universali, ha risposto pensieroso: Serve a evitare l’acqua del fiume e a non bagnarsi. La piccola, tre anni e mezzo, che invece ha ereditato tutta intera la joie de vivre della mamma, ha detto sorridendo: No, che dici, serve a guardare i pesciolini che nuotano nel fiume.

In entrambi i casi, direi, un ponte ha la sua utilità sostanziale. Quanto basta per continuare a erigerne uno, a ogni costo, comunque vada, costi quel che costi e per quanto ti diano del pazzo perchè perdi tempo a farlo.

Il Blogger nell’Italia ai tempi della crisi

4 aprile 2012

Non so voi, ma io (come già detto qui) ho un giro di blogger, vorrei dire di amici ma nella stragrandissima maggioranza dei casi di loro nemmeno conosco la faccia, che frequento quotidianamente. Di alcuni so per certo che mi restituiscono la visita, e che a loro volta frequentano il mio blog; di altri me lo auguro senza saperlo per certo, perché dalle loro righe intuisco rare qualità di intelligenza e sarei onorato se ciò accadesse.

Tutto questo per dire che, nella tormenta economica ed esistenziale che ci è toccata in sorte, la voce del Blogger sembra l’unica in grado di descrivere con un minimo di lucidità la realtà nel suo stesso divenire. Certo non possiamo più chiederlo a chi lo fa di mestiere, come i giornalisti, che ormai si sono palesemente venduti al miglior offerente; e lo hanno fatto praticamente in massa. E di certo non possiamo chiederlo ai politici: i quali, anche se forse non se ne sono resi ancora del tutto conto, con il loro corredo di incapacità, disonestà, inconcludenza, distacco dalla vita reale del paese, spreco di risorse economiche e morali, non solo hanno consegnato il paese in mano ai cosiddetti tecnici (teniamoci questa definizione ancora per un po’, in assenza di altre definizioni che non contemplino il rischio di querela) ma stanno preparando in modo adeguato la futura deriva assolutistica del paese. Laddove, se è vero che un quarto degli italiani non andrebbe e non andrà a votare, e se è vero come è vero che questo numero è destinato ad aumentare progressivamente, l’equazione mi sembra realizzata:

a)  la politica non serve a nulla se non a perpetuare svariate forme di ladrocinio a titolo pubblico o privato, perché i tecnici sono in grado di svolgere i suoi compiti in maniera molto più adeguata;

b) gli italiani nemmeno più vanno neanche più a votare e se non ci vanno, mi sembra di sentir pensare a voce alta, perché mai non dovremmo assecondarli e continuare a  farli votare? Non state più a crucciarvi, cari concittadini, voi pensate a sopravvivere che al governo della cosa pubblica ci pensiamo noialtri;

c) insomma, niente più imbarazzanti tentativi di mascherare i reali meccanismi di potere con l’esercizio della democrazia (figuriamoci) ma i plutocrati che scendono finalmente allo scoperto perché i loro maggiordomi sono così inetti che nemmeno sanno come pulirgli la casa.

Ma io volevo dire dei Blogger, e non dei disastri che probabilmente ci aspettano dietro l’angolo. Volevo dire delle analisi lucide e delle critiche spietate che leggo ogni giorno sui blog, e leggendole mi chiedo dove sono nascoste queste persone durante il giorno, come mai non le vediamo in televisione a fare il punto della situazione e come mai non occupano nessun posto di responsabilità pubblica. Ma in realtà non ho bisogno di farmele, queste domande, perché appartengo proprio a quella generazione sfortunata che scrive sui blog e conosco tutte le risposte: rimane la consolazione, magra, che quando tutto sarà compiuto le nostre inutili righe sparse nel web forse saranno l’unica testimonianza reale di cosa è successo in questi anni di sventura e solo da esse sarà possibile compilare una versione dei fatti dotata di un minimo di obiettività, una ricostruzione storica che non parta come al solito dal punto di vista dei vincitori ma dalle storie reali di chi nella battaglia è stato sconfitto, saccheggiato, ferito, umiliato e poi deportato, imprigionato e fatto schiavo.

Sarà una magra consolazione, dicevo, ma volete mettere la soddisfazione di alzarsi i piedi e poter dire: Io c’ero e l’avevo detto. Una soddisfazione che non ha prezzo, insomma; per tutto il resto siamo ancora in tempo a darci fuoco in piazza, buttarci dai balconi o sotto un treno in corsa.