Per favore dammi qualcosa, perché un giorno potrei chiamarti dal mio cuore

Siamo così abituati a essere connessi con il mondo, vero?

Così tanto che il telefono cellulare è diventato un’estensione dei nostri occhi, delle mani, delle orecchie. È tutto concentrato lì: la musica che ci piace ascoltare, le mail di lavoro, le foto della nostra vita. E da lì si passa a tutto quello che riposa nel cloud, cioè su una nuvoletta bianca, in attesa di piovere di nuovo giù sulla terra. Quella nuvoletta in cui, invece che in un diario, sono riposti i nostri segreti più nascosti (nel mio caso, per esempio, i primi capitoli del prossimo romanzo).

Qualche giorno fa, di mattina presto, il mio telefono si è disconnesso dalla rete. Senza avvisare, all’improvviso, ha tagliato i fili di connessione con il resto del mondo. All’inizio è stato il panico: oddio, come farò con i messaggi, i whatsapp, le mail. Ho provato in tutti i modi a riattivare la connessione: messo il telefono in modalità aereo e poi riportato alla normalità. Ho spento e riacceso l’iphone. Ho resettato le modalità di rete. Niente, il telefono poteva telefonare, mandare sms, ma nient’altro.

Dopo qualche minuto ho avvisato del problema chi di dovere e ho ripreso a lavorare. Ho realizzato che le mail di lavoro sarebbero comunque arrivate sulla mail aziendale, e che le altre avrebbero potuto tranquillamente attendere. Quanto ai gruppi whatsapp, pazienza, avrei letto tutti i messaggi insieme appena la situazione si fosse normalizzata. A quel punto mi sono tranquillizzato, il lavoro è tornato fluido e la sensazione di non poter essere disturbato mi ha amplificato i sensi da radiologo, ha regalato una tranquillità che non conoscevo più da anni. Gli sms vanno benissimo per comunicare con chi aspetta le tue parole. Le parole hanno lo stesso peso specifico in qualunque modalità tu le voglia condividere.

Nel tardo pomeriggio il telefono era ancora scollegato, e allora ho chiamato l’operatore telefonico. A dimostrazione del fatto che, qualunque sia il lavoro in questione, non siamo tutti uguali, la prima operatrice non mi ha risolto il problema e ha fatto pure l’indisponente. La presunzione o le ossessioni personali fanno sbarellare la gente, a volte, ma il secondo operatore ha fatto la sua brava diagnosi.

La sua cella telefonica è fuori uso, signore.

Quanto tempo ci vorrà per sistemarla?

48 ore, ma probabilmente anche meno.

Così tanto meno che dopo mezz’ora il cellulare ha scaricato tutto: mail, messaggistica, e all’inizio mi è quasi dispiaciuto. Quel silenzio durato una giornata intera è stato quasi confortante, un piccolo viaggio indietro nel tempo e nello spazio. Ha ristretto per qualche ora il mio mondo alle quattro pareti in cui sono abituato a lavorare.

E non mi è dispiaciuto, credetemi. Non mi è dispiaciuto per niente: e sono quasi tentato di rifarlo.


La canzone della clip è “You give me something”, di James Morrison, dall’album “Undiscovered” del 2006. Non so voi, ma io più lo ascolto e più lo trovo bravo. E poi, certe volte, sono le canzoni che trovano noi e non il contrario. In quel caso bisogna limitarsi ad accoglierle, e basta, senza fare resistenza.

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