Per un istante vorresti scordare che hai bisogno di allegria, e quanto hai sofferto lo sa solo Dio

È finalmente finito, questo 2017. Lungo, lunghissimo, a tratti estenuante. Così estenuante che più di una volta ho seriamente pensato di lasciar perdere tutto, rifugiarmi altrove, pensare ad altro: come uno dei personaggi de “Il giro degli ormoni”, Luca, ho tenuto in debita considerazione l’ipotesi del faro sperduto in mezzo al nulla come soluzione risolutiva ai casini in cui mi dibattevo.

Ho imparato tante cose, in questo 2017, e di altre ho avuto conferma. Tra le tante, conferma che la mia strada deve, per qualche inconoscibile motivo, e non ci sono santi, deve essere sempre lastricata di abominevoli difficoltà. Qualcuno, guardandomi con la superficialità tipica della distanza o dell’anonimato, vede solo la punta dell’iceberg che scintilla al sole. Io invece sento il peso di tutto il ghiaccio rimasto sotto il pelo dell’acqua, e la fatica omerica di trascinarlo in giro per il mare.

Ho imparato, per esempio, che quando qualcuno cerca di convincerti a non intraprendere una certa impresa quasi mai lo fa nel tuo interesse. È più probabile, invece, che questo qualcuno sia più atterrito dal tuo possibile successo di quanto sia disposto ad ammettere, in privato e in pubblico. Perché le persone sono così: confuse, spaventate perché confuse, rabbiose perché spaventate, e talora meschine perché rabbiose. E ho imparato che quando non ti si riesce a convincere con le buone, in nessun modo, alla fine si prova a intimidirti: sempre affinché tu decida di fermarti, di non perseverare, di arrenderti. Senza comprendere che il dramma delle donne e degli uomini di ogni tempo è sempre lo stesso: desiderare la rovina altrui per sentirsi meno inadeguati, e per poi non riuscirci.

Ho imparato che esiste il rispetto ma anche il suo contrario: che non è il disprezzo, come qualcuno potrebbe supporre, ma la presunzione. La quale non è mai diretta, mai limpida e mai amichevole, ma cerca scorciatoie di basso livello. A volte, però, senza trovarle.

Ho imparato che si fanno sbagli, e grandi anche, ed errori di valutazione altrettanto enormi. Ho imparato che a volte è difficile spiegarsi in modo comprensibile, e che nei momenti duri non c’è molto da dire se non allargare le braccia, essere il primo a rimboccarsi le maniche e afferrare il piccone in mano. Che non bisogna intristirsi per il singolo caso andato male, ma gioire per tutti gli altri che invece vanno a buon fine. Che bisogna parlare a cuore aperto, talvolta, ammettere i propri errori e se è possibile provare a spiegarli. Che non basta essere stato un buon soldato per essere poi un buon capo, ma a volte aiuta. Che il bello di certe strade è che poi si separano.

Ho imparato che chi ti vuole bene, ma veramente bene, tace, aspetta, coltiva una dolorosa pazienza che è quanto di più prossimo all’amore del Padreterno, qualora Lui esista davvero, e quando arriva la buona notizia fa la cosa più semplice e antica del mondo: piange di gioia. Piange e sente moltiplicarsi il suo amore per te, l’orgoglio di chioccia, la soddisfazione silenziosa di chi è rimasto in seconda linea per permettere a te di volare alto e poi, arrivato il momento, di atterrare morbido.

Ho imparato che gli amici veri fanno il tifo vero, ti osservano da lontano senza mai perderti d’occhio, e quando tutto è compiuto vogliono essere i primi a festeggiare con te.

Ho imparato che anche i sogni più assurdi e sconclusionati possono essere realizzati. Che questo luogo malandato in cui viviamo, e che si chiama Italia, forse ha ancora qualche speranza. Che ci sono in giro donne e uomini coraggiosi, visionari, capaci di scelte difficili e capaci soprattutto di portarle a compimento, costi quel che costi. Che i desideri espressi poi si realizzano, tutti, senza eccezione: l’unico problema, il più grande di tutti, è il prezzo da pagare per averli realizzati.

E ho imparato, anche se già lo sapevo, che nella vita ci vuole fortuna. Nessun talento può fruttare senza una considerevole dose di buona sorte; e a sua volta nessun talento può generare, lasciato a sé stesso, buona sorte. La fortuna è anche trovarsi al posto giusto nel momento giusto, trovare persone che ti accolgono con entusiasmo, riescono a scorgere il piano folle che hai in testa o comunque, quando le cose si mettono male, decidono di non abbandonare la nave ma di navigare con te in mezzo alla tempesta.

E, credetemi sulla parola: siamo tutti bravi e buoni e straordinari quando le cose vanno al meglio. Ma nulla dice più di una persona del modo in cui si comporta in mezzo alla tempesta, quando le cose cominciano a andare da schifo.

Buon Natale a tutti.

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La canzone della clip è “Alleria”, di Pino Daniele, tratta dall’album “Nero a metà” del 1980. Come tutte le canzoni del primo Pino, per me più che canzoni sono manifesti programmatici e pezzi di memoria.

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