Perché adeguarsi ai tempi

Questa è una parabola illuminante sui nostri tempi.

Parla di un uomo, il signor G, a cui si rompe il telecomando della televisione: si connette a internet, trova il numero del rivenditore autorizzato più vicino (PincoPallino SAS) e chiama. Risponde una voce di donna, mediamente scoglionata.

PincoPallino SAS: Buongiorno, in cosa posso esserle utile. (non lo chiede, lo afferma)
Signor G: Buongiorno a lei. Avrei bisogno di un telecomando marca Teleminchien D128732.
PP SAS: Attenda un istante… Attualmente non lo abbiamo in deposito.
Signor G: Non c’è problema. Me lo può ordinare?
PP SAS (laconica): No.
Signor G: …
PP SAS: …
Signor G: In che senso no, scusi?
PP SAS (mediamente infastidita): Nel senso che lei viene qui da noi, lascia un acconto di 20 euro, noi ordiniamo il telecomando, la richiamiamo quando l’articolo è arrivato, lei viene a prenderlo e salda la cifra totale di 69 euro.
Signor G: Io abito a Frattameggia di Sopra, il vostro negozio è a Frattameggia di Sotto, lei mi sta dicendo che dovrei mettermi in tangenziale e perdere ogni volta mezz’ora per andare e tornare.
PP SAS (con evidente fastidio, oltre il limite della buona educazione): Noi lavoriamo così, punto.

Il signor G, incredulo, saluta e mette giù. Poi si ricollega a internet, cerca il telecomando Teleminchien e lo trova su un sito piemontese a quasi metà prezzo. Sono le 16 circa: lo ordina, lo paga con la carta di credito ricaricabile e spera di non aver fatto un buco nell’acqua. Alla peggio ci avrà rimesso 36 euro, pazienza.

Il giorno dopo, ore 14, lo chiama la segretaria dell’ufficio: è arrivato un pacco a suo nome. Incredulo, lo apre: dentro c’è il Teleminchien nuovo fiammante e, udite udite, due batterie stilo AAA. Corre a casa, infila le batterie, prova l’articolo e tutto funziona a meraviglia.

Il signor G, a questo punto, fa due operazioni: scrive una mail di ringraziamenti all’azienda piemontese, complimentandosi per l’incredibile celerità del servizio, e poi chiama la PP SAS. Risponde la stessa voce di donna del giorno prima, mediamente scoglionata.

PP SAS: PincoPallino SAS, buongiorno, in cosa posso servirla. (ancora una volta non è una domanda)
Signor G: Buongiorno. Sono il tale che ha chiamato ieri per il telecomando Teleminchien, si ricorda?
PP SAS: …
Signor G: E lei mi ha detto di venire in negozio per ordinarlo.
PP SAS: Si, adesso ricordo.
Signor G: Bene, volevo dirle che ho ordinato il telecomando via internet ieri pomeriggio, dopo la nostra telefonata, l’ho trovato a metà prezzo e in questo momento ce l’ho in mano.
PP SAS: …
Signor G: Lei si rende conto di cosa vuol dire questo, vero?
PP SAS: …
Signor G: Vuol dire che mi hanno recapitato il telecomando in ufficio, in meno di 24 ore, facendomelo pagare la metà.
PP SAS: …
Signor G: Insomma, prima che glielo dica la vita stessa, le comunico che voi della PincoPallino SAS siete carne da macello. Se lei è la proprietaria della baracca, è rimasta al commercio di fine ‘800. Se lei è un’impiegata, oltre a essere poco educata è pure sulla buona strada per perdere il posto di lavoro.
PP SAS: …
Signor G: Grazie e buona giornata.

Adesso, prima di aggiungere altro, consentitemi di spezzare una lancia a favore del signor G: il quale non è uno stronzo presupponente, come si potrebbe intuire leggendo la amena storiella, ma un comune cittadino che sul lavoro si spezza la schiena per un fine sconosciuto ai più, ossia parlare il più possibile con i suoi clienti (se fosse un medico, con i suoi pazienti). Non lo fa per una questione di comodo, per vendere meglio il suo prodotto o per aver meno rotture di scatole: lo fa perché è giusto, perché nell’epoca di enorme volgarità nella quale ci è toccato in sorte di vivere anche un sorriso gentile fa differenza. Se fosse un medico ospedaliero, il signor G investirebbe molte risorse nella comunicazione: i pazienti vorrebbero canali aperti, ma aperti seriamente, mentre le aziende aprono timidi spioncini su porte blindate. I pazienti vorrebbero libero accesso ai servizi, e le aziende gli danno a stento accesso alla carta dei servizi. Insomma, la morale della storia è che chi nella comunicazione e nell’erogazione dei servizi non si adegua ai tempi è carne da macello: prima, se è una azienda privata come la PincoPallino SAS; dopo, se è un’azienda ospedaliera pubblica.

Poi, è ovvio, sempre liberi di scegliere il macellaio che volete: sapendo però che prima o poi, se la macelleria è pubblica, qualcuno ve ne chiederà cagione.

PS: il signor G mi ha comunicato gli estremi del sito internet piemontese dove ha acquistato il telecomando e pregato di fornirlo a chi ne fosse interessato. All’uopo, scrivetemi una e-mail.

3 Responses to “Perché adeguarsi ai tempi”

  1. Peppone ha detto:

    Ciao Gaddo ! Bentornato dalle ferie.

    Mi hanno “spedito” un aggiornamento della storiella…

    La “PincoPallino SAS” è una società pubblica, sostenuta da fondi pubblici.
    Pertanto non deve rendere conto a nessuno indipendentemente dal servizio offerto.
    Inoltra la signorina (o signora), in quanto dipendente pubblico non è licenziabile e/o sanzionabile in alcun modo.

    Il signor G è servito. Come tutti noi.
    Sigh !

    • Gaddo ha detto:

      Nel caso che la PincoPallino SAS fosse pubblica tu hai ragione, purtroppo, su tutta la linea, e le tue parole possono essere incorniciate sullo stipite della porta di ingresso di numerosi ospedali: non soltanto chi la dirige non deve rendere conto a nessuno, indipendentemente dal servizio offerto, ma potrà permettersi l’autovalutazione del proprio operato secondo parametri scelti arbitrariamente. Il peggio che può succedere è che il dirigente venga scelto per una nuova missione pubblica della quale, ancora una volta, non dovrà rendere conto a nessuno.

      • Peppone ha detto:

        Purtroppo la cosa non vale solo per gli ospedali ma per qualsiasi e ripeto qualsiasi struttura pubblica, dove tipicamente c’è la classica minoranza onesta, seria e laboriosa che si fa il mazzo ben oltre i propri doveri o compiti, e la maggioranza che letteralmente ruba stipendio, impiego e servizi.

        Almeno in sanità la soluzione potrebbe essere quella delle “assicurazioni sanitarie” con un modello integrato italo-americano.

        Cioè avendo come scopo inderogabile l’assistenza sanitaria garantita per tutta la popolazione, indipendentemente dal reddito.
        Ma con assicurazione sanitaria obbligatoria (come per la macchina).
        In base al reddito, si pagherebbe una quota percentuale del costo annuale dell’assicurazione (costo che sarebbe scaricabile dalle tasse al 100% di quanto versato) sino ad arrivare, per i meno abbienti, alla copertura totale da parte dello Stato.

        Previo accordo con le Compagnie Assicurative circa i livelli di assistenza minimi delle polizze (e relativo costo),
        compito dello Stato dovrebbe essere quello di
        1) controllare l’adempimento annuale dell’assicurazione per tutti i cittadini;
        2) vigilare sulle Assicurazioni (con una legge ad hoc che vincoli l’Assicurazione al pagamento della prestazione necessaria con successiva ed eventuale verifica della appropriatezza)
        3) garantire le prestazioni successive alla prima (per ogni anno e per ogni tipo) per malattie croniche;
        4) garantire il PS (in particolare accessi e gestione pazienti)

        Questa soluzione a mio parere sgraverebbe moltissimo i costi annuali per la Sanità, snellirebbe liste di attesa e sale di attesa PS,
        creando lavoro e meritocrazia (in altre parole, se lavori bene sei premiato, se lavori poco e male…affari tuoi).

        Sarebbe interessante analizzare, numeri alla mano, i costi complessivi della spesa sanitaria annuale dividendoli per il numero totale dei cittadini.
        Se il valore ottenuto è inferiore al costo della polizza “minima” stipulata (ed immagino di si), allora la cosa potrebbe essere interessante.

        Spero di aver spiegato in maniera decente l’idea complessa su un argomento ancora più complesso 😀

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