Perché quest’uomo non può essere un radiologo

Mi ha scritto Francesco, uno studente di medicina del 5° anno. La sua e-mail pone problematiche di cui in parte ho già discusso, ma che forse meritano di essere riprese e concluse una volta per tutte. Con una premessa, però: altre volte ho fatto difesa a oltranza della mia categoria per una questione di principio, ma in questo periodo delle questioni di principio me ne frega molto poco. Le tesi che sosterrò hanno come unico cardine la razionalizzazione delle risorse e dell’attribuzione di competenze in ambito sanitario, perché potrebbe essere finalmente arrivato il momento di guardare oltre la punta del proprio naso e preoccuparsi non tanto del presente quanto del futuro che è dietro l’angolo.

Allora: come tanti altri studenti suoi coetanei, Francesco si trova nella situazione non facile di dovere decidere del suo futuro. Come per quasi tutti i suoi coetanei pari corso, me compreso in anni ormai irrimediabilmente lontani, la Radiologia teoricamente non rientrerebbe nel mazzo delle scelte possibili: se non fosse per questo blog, che a quanto pare ne sta traviando troppi e che gli ha mostrato un aspetto diverso e tutto sommato parecchio  interessante della disciplina.

Una cosa in cui i radiologi italiani sono sempre stati carenti è la comunicazione. E non sto parlando solo del referto radiologico, il che sembra impietosamente scontato ma purtroppo è un dato di fatto; no, sto parlando proprio della percezione che il radiologo fornisce del suo lavoro. Anche se è innegabile che i due elementi siano strettamente collegati tra loro: come esempio, Francesco racconta di come il suo medico di famiglia abbia l’abitudine di non leggere i referti radiologici e guardarsi da solo, con fare molto impegnato, radiografie (prima) e cd (adesso); e di come questa mostruosa anomalia sia paradossalmente motivo di stima da parte dei suoi pazienti. Ma questa mostruosa anomalia parte da due premesse: la prima è che, evidentemente, il radiologo in questione non sia in grado di fornire un referto conclusivo (se lo facesse, il medico di famiglia si guarderebbe bene dall’ignorarlo; sebbene in me alberghi la certezza che poi, di nascosto da tutti, il referto se lo vada a leggere. Perché può essere matto, ma scemo no). La seconda è che il medico di famiglia, in qualche modo che non comprendo appieno, ritenga che il suo livello di competenza sia sufficiente a interpretare un esame radiologico meglio di un radiologo: il che, anche se il radiologo dovesse essere il più cane del comprensorio regionale, è tecnicamente impossibile.

Il perché di questa impossibilità l’ho già spiegato un centinaio di volte. Come radiologo, in diciotto anni di questo mestiere ho refertato molte radiografie del torace. Quante? Vogliamo arrotondare, per difetto, a 1000 radiografie l’anno? Bene, se il calcolo fosse corretto a tutt’oggi io avrei refertato 18000 radiografie del torace. E non solo: perché tra un referto e l’altro in questi anni ho letto articoli (anche in lingua inglese, sic) e scritto articoli e letto libri e parlato a parecchi congressi sull’argomento specifico. In sintesi: io ho un background mostruoso sulla semplice radiografia del torace, il medico di famiglia no. Il fatto di ignorare il referto e far finta di capirci qualcosa, magari dopo averla appesa al contrario su un diafanoscopio corroso dagli anni, non gli rende le spalle abbastanza grandi da sostenere un ruolo così complesso. E dirò di più: proprio per i diversi tipi di competenze specifiche che caratterizzano le nostre (diverse, sebbene complementari) professioni, ignorare un referto radiologico da parte di un medico di famiglia (ma anche un pneumologo, se vogliamo) è un crimine che mette a potenziale repentaglio la salute del paziente.

Il problema della competenza tecnica, specialmente in questo momento storico el nostro paese, è molto sentito. A prescindere da quello che sta realmente accadendo, per esempio, il messaggio ubiquitario sui mass media è che i tecnici stanno salvando le chiappe al paese. Se mi permettete la boutade, sono tempi in cui l’uomo della strada preferirebbe essere ammazzato da un tecnico che salvato da un politico. Sta di fatto che io, nel mio mestiere, sono un tecnico: e di quelli cazzuti, per giunta. Ecco perchè, quando Francesco mi pone il problema del programma della neonata scuola in medicina d’emergenza-urgenza, segnala che tra gli altri (numerosi e svariati) obiettivi della Scuola è riportato quanto segue:
– avere interpretato almeno 50 radiografie del torace, 20 radiogrammi diretti dell’addome, 50 radiogrammi ossei, 20 TC
(cranio, cervicale, toracica, addominale) e 10 RMN del cranio;
– avere praticato ed interpretato almeno 40 esami ecografici per le emergenze cardiache ed addominali;
– avere praticato ed interpretato almeno 30 eco-Doppler venosi ed arteriosi.

Ma come, dice Francesco, adesso dopo l’ecografia vogliono fregare al radiologo anche il resto? Giusta osservazione, ma errate le premesse. Il fatto che i prossimi medici di Urgenza abbiano “interpretato almeno 50 radiografie del torace” non mi sconvolge più di tanto: io ne ho interpretate, mettendoci sotto la firma, la bellezza di almeno 18000. E lo stesso si può dire per tutto il resto: quando in PS viene effettuata una ecografia e data per negativa, già il fatto che il paziente arrivi lo stesso sul mio lettino di ecografista la dice lunga sulle competenze di chi si è cimentato prima di me. Se poi io trovo la pancia piena di sangue, ed è successo appena stanotte, non mi meraviglio più di tanto: quante ecografie deve aver praticato e interpretato il futuro medico di Urgenza? 40? Bene, io ne ho fatte e firmate 700 all’anno da 18 anni. Fate due conti e poi ditemi chi secondo voi dovrebbe eseguire quella prestazione, e per quali motivi.

Il problema della formazione del medico di Urgenza è un altro, e ha radici prettamente politiche. A parte gli ospedali come il mio, che hanno un DEA di secondo livello e in cui il radiologo è di guardia 24 ore al giorno, il territorio nazionale è disseminato di ospedali minori in cui il radiologo, follia pura, è reperibile. Essere reperibili vuol dire che non possono chiamarti per ogni singolo esame radiologico, altrimenti si tratterebbe di una guardia notturna e la mattina dopo alle 8 in punto non potresti essere al lavoro (magari dopo una notte in bianco, altra follia pura). Questa ulteriore anomalia si traduce nel fatto che il medico di Urgenza di notte è abbandonato a sé stesso: oltre al suo lavoro, che ha un elevato grado di complessità e in cui dovrebbe essere adeguatamente ferrato, deve svolgerne un altro per il quale non è minimamente preparato: la radiologia. Perché non sarebbero di certo le 50 radiografie toraciche che prevede il suo corso di specialità a tranquillizzarlo se un paziente che rantola e respira male non dovesse essere clinicamente inquadrabile.

Qui si aprirebbero altri capitoli importanti: sul perché vengano tenuti aperti ospedali minori che a fronte delle spese non danno qualità sanitaria, per esempio. Oppure, se proprio si vogliono tenere aperti (gli affari sanitari portano soldi e voti, come è noto), perché non vengano riconvertiti in centri di elevata (e magari reale) specializzazione, equamente distribuiti sul territorio regionale. E ancora: sul perché mai due ospedali limitrofi, appartenenti alla stessa USL, abbiano due distinte reperibilità radiologiche invece che una guardia attiva notturna unica. Ma sono faccende che vanno oltre le possibilità della mia umile persona, dunque lasciamo stare e rassegniamoci a vedere il nostro destino sanitario gestito da chi non ha le competenze e le informazioni necessarie per farlo.

A Francesco dico solo una cosa: la scelta della specialità va ponderata con attenzione e possibilmente ignorando i commenti di parenti e amici che dell’argomento sanno ben poco (Cito: Parenti o amici che ti domandano :” ma poi non andrai mica a fare il radiologo, l’anestesista, l’otorino, si insomma quelle robe dove non fai niente e che potrebbero fare anche gli infermieri??”) e che con frasi a effetto come quella appena riportata manifestano solo una ignoranza abissale e priva di giustificazioni. Se la Radiologia ti attrae vai a vedere personalmente di cosa si tratta: è il modo migliore per capire cosa facciamo, quali sono gli equilibri con i colleghi di altri reparti, quali meravigliose potenzialità ha la nostra disciplina. E per capire che il confine tra le varie specialità, che per forza di cose sta sfumando in misura sempre maggiore, è molto plastico in entrambe le direzioni e dipende da una sola cosa: che genere di professionista deciderai di essere e che dedizione metterai nel tuo lavoro.

Il resto, come dico spesso, è fuffa.

PS Se siete arrivati fin quaggiù, vi propongo un esercizio per casa. Riguardatevi la foto in cima al post e ditemi perché quel tale con la radiografia in mano non potrebbe mai, mai e poi mai, ma davvero mai, nemmeno nel peggiore dei mondi possibili, essere un radiologo. Aspetto con malcelata ansia le vostre risposte, poi pubblicherò un post con le mie.

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