Piccole e grandi sorprese



Dicevo della crudeltà del pronto soccorso: e sono stato prontamente smentito dai fatti.
Ieri mattina, di nuovo in turno in quella che potremmo definire la trincea del mio ospedale (ma anche di qualunque altro ospedale del mondo, ovvio), è arrivata una bella ragazza albanese, di trent’anni, afflitta da un mal di pancia indecifrabile.
Le faccio l’ecografia addominale, perché un’ecografia per principio non si nega mai a nessuno, e in principio non trovo nulla. Fegato a posto. Niente calcoli renali o colecistici. Il pancreas è perfetto, niente linfonodi ingrossati. Poi scendo ancora più giù e sapete cosa trovo? Un utero un pò più grande del normale e al suo interno, comodamente ranicchiato, la sorpresa di un piccolo embrione alla sesta, massimo settima settimana. Per capirci: un buchino nero di un centimetro e mezzo con il cuore che già batte, una specie di minuscolo sfarfallio che nemmeno il doppler riesce ancora a percepire.
Non vi dirò altro, perchè la gioia di una donna che sarà madre (e fino a un secondo prima non lo sapeva) è una cosa sua, del tutto privata. Vi confesserò invece che un’esperienza come questa mi ripaga in un colpo solo di tutto il guano che devo spalare e di tutta la sofferenza che vedono i miei occhi ogni giorno.
Una specie di sorriso interiore che continua a splendere, anche il giorno dopo, e il giorno dopo ancora.

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