Potrei

Potrei fare il postino: è quello che ho millantato di essere per anni, quando mi trovavo in vacanza, affinché gli sconosciuti in spiaggia non mi tediassero con domande insistenti sui loro presunti malanni fisici. Alzarmi la mattina, pedalare per ore con il sole o con la pioggia, la sacca piena di lettere che batte sul fianco mentre il vento mi scompiglia i capelli. Fare il giro delle case del paese: anche se oggi come oggi via posta ordinaria arrivano solo cattive notizie e bollette; e le cose buone, quando ci sono, sono via internet.

Potrei rimettermi a scrivere: credo che con poco sforzo riuscirei a imbastire il nuovo Codice da Vinci o un fantasy alla Harry Potter. Certo, dovrei inghiottire decine di rifiuti prima di avere successo e trovare l’editore disposto a scommettere su un emerito sconosciuto, ma con l’esperienza in merito che mi sono fatto in una vita intera credo di potercela fare. E poi pensateci: casa sul lago, scrivania alla finestra panoramica, il Mac acceso, il silenzio assoluto dell’autunno lacustre. Con il mio gatto, magari, che ogni tanto viene a strusciarsi e a farmi capire che non sta con me solo perché mangia gratis e ha un tetto caldo sulla testa.

Potrei diventare istitutore: mi date vostro figlio appena svezzato e io ve lo restituisco a diciotto anni pronto per il mondo, bene educato, più acculturato di qualunque suo amico, pronto a farsi strada senza nemmeno dover sgomitare. Un nuovo Chirone per un nuovo Achille, più o meno. Certo, dovreste essere molto ricchi perché un istitutore medico non è che lo possiate trovare ovunque e quindi vi toccherà foderarmi d’oro dentro e fuori per tenermi al vostro servizio. Ma ricordate: avrò bisogno di una stanza mia, non farò mai le pulizie di casa e la domenica vorrò essere libero da impegni. Tutto sommato, per essere quello che crescerà vostro figlio, non è nemmeno chiedere troppo.

Potrei entrare in politica: un filmatino di trenta secondi su internet, due o tre frasi di circostanza su quanto schifo fa il nostro paese, un paio di vaffanculo e potrei anche riuscire a farmi eleggere. Io passerei dall’ospedale al parlamento, con la certezza assoluta di poter far meglio di quasi chiunque altro perché tutto sommato un minimo di coscienza civile mi è rimasta, poi a differenza di chi pastura in quel luogo nella vita ho studiato sodo e ho letto tutto quello che c’era da studiare e leggere. Potrei persino diventare il nuovo ministro della sanità e saprei da che parte girarmi senza bisogno di dover studiare come un matto per due anni, prima di capire qual è la destra e quale la sinistra. Oppure potrei fottermene, intascare il vitalizio e ritirarmi sul lago a scrivere, e voi nemmeno ve ne accorgereste.

Potrei chiedere a quelli di Emergency se hanno bisogno di un radiologo: magari nelle terre sconsacrate dove lavorano c’è un ecografo o un telecomandato con cui fare la radiografia ai piedi del bimbo che ha calpestato una mina. Poi magari ci resterei secco per un attentato kamikaze o rischierei di farmi tagliare la testa da un gruppo di finti terroristi arabi: ma sempre meglio che vegetare nella finta crisi di adesso fino a novanta anni e pisciarmi addosso gli ultimi cinque, mentre i miei figli sono stati costretti per sopravvivere a emigrare in Nuova Caledonia.

Infine, potrei dormire un paio di giorni, restarmene chiuso in casa senza vedere nessuno e senza parlare con nessuno, darmi malato al lavoro per una settimana, dimenticarmi del prossimo congresso sulla patologia infettiva polmonare in cui dovrò dire la mia cercando di non fare il professorino odioso con il dito indice perennemente alzato, dimenticarmi degli specializzandi, che sono la sola gioia lavorativa veramente pura che mi è rimasta, dimenticarmi delle ore aggiuntive notturne che ci vengono richieste per futili ma molto nobili motivi, dimenticarmi dei sogni di cambiare il mondo anche di una sola virgola e per un solo istante, dimenticare gli anni di studio, la fatica, le umiliazioni inutili, le paure ingiustificate, dimenticare chi mi ha insegnato il mestiere e chi avrebbe potuto farmelo odiare, dimenticare chi sono e da dove vengo, dimenticare dove voglio arrivare, dimenticare tutto e, semplicemente, aprire gli occhi una mattina e risvegliarmi, vedere la luce, scoprire quanto è bella, trovare il tempo di perdere tempo e finalmente non sentirmi in colpa. E poi, forse, capire tutto o non aver capito niente: ma felice, felice, felice.

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