Qualcosa che non ti insegnano

C’è qualcosa che non ti insegnano mai, all’università, e nemmeno durante gli anni di specializzazione; e che d’altronde non si studia da nessuna parte.
E’ un arte, un’attitudine, un istinto con cui qualcuno nasce e qualcuno no; e che si può affinare, con gli anni, ma mai perfezionare del tutto perchè è un risvolto pieno di difficoltà. Il più difficile che esista, in medicina. Un vero vespaio.
Perchè a diagnosticare una malattia sono bravi quasi tutti i radiologi. Il problema nasce quando devi dire quello che hai trovato a un paziente che te lo sta chiedendo con gli occhi spalancati e le mani che tremano per la paura. E ci sono diversi motivi per cui glielo devi dire: perchè la radiologia è clinica, prima di tutto, e quindi il radiologo deve produrre una diagnosi. Ma soprattutto perchè al posto del paziente tu vorresti sapere tutto del tuo male, e dunque è giusto così. Bisogna caricarsi sulle spalle tutto il fardello, i radiologi che pretendono di non guardare neanche in faccia il paziente appartengono a un’altra era, sono dinosauri in via di estinzione.
Ecco perchè mi sono trovato a seguire la risonanza magnetica di una giovane donna, madre di un bambino di sei mesi: il pupo le ha mollato un calcetto su un fianco, e da allora male a non finire. Ecografia di approccio, il fegato messo male, subito una risonanza addominale. E lì peggio che peggio: fegato e polmone impallinati, solo il dubbio di dove sia partito il bruttissimo male.
E io ero lì, di fronte allo schermo del mio PACS, e pensavo che quella ragazza aveva a casa un bimbo appena nato; e che, prima di entrare in risonanza, aveva sussurrato: Speriamo che non sia nulla, così me ne torno a casa subito.

Io ero lì, dicevo, quando la mia tecnica è arrivata e ha detto: Dottore, la paziente è in sala di attesa e vuole sapere qualcosa.

Bene. Ho chiuso gli occhi, li ho riaperti, mi sono alzato dalla sedia: era appena arrivata la madre di tutti i peggiori momenti del radiologo, e nessuno mi ha mai insegnato in questi casi cosa bisogna fare.
Ma l’ho fatto.
Perchè questo è il mio mestiere, il mio stramaledettissimo mestiere, quello che a volte non mi lascia dormire di notte.

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