Quando anche Roentgen si incazza

Mauro è uno studente di medicina del 4° anno che mi ha posto una serie di domande molto pertinenti. Siccome sono temi scottanti che ritornano spesso nelle lettere che mi inviano gli studenti di medicina, ne approfitto per una risposta pubblica. Che, spero, sarà utile anche ai pazienti.

Mauro: Io sono rimasto sinceramente un pò interdetto quando ho sentito dire in ambiente universitario che col passare degli anni i radiologi “perderanno” le loro competenze nella ecografia visto che oramai l’eco di uno specifico apparato la fa il medico specialista di quell’apparato (vedi ecocardio, eco ginecologica e prostatica, persino l’ecografia internistica eseguita dal medico internista). Secondo lei in futuro il Medico Radiologo riuscirà a “difendere” questi presidi da una ulteriore esportazione?

Il che conferma la mia ipotesi che gli “ambienti” universitari spesso e volentieri abbiano sede su altri pianeti, e spesso su universi alternativi regolati da leggi fisiche diverse dalle nostre. Noi radiologi abbiamo perso molto terreno in ambito ecografico: è una grave responsabilità dei nostri padri, di chi ci ha preceduto in questo mestiere e ha pensato che l’ecografia fosse poco importante e non valesse la pena difenderla con le unghie e con i denti dall’assalto dei non radiologi. In realtà, come ho detto altre volte in questo blog, il dilemma ha due corni. Il primo è l’aspetto economico: quando un medico annusa odore di soldi, fermarlo è dura. Quando i non radiologi hanno capito che l’ecografia era un affare economico non da poco, è bastato un corso di una settimana per mettere in condizione chiunque avesse una laurea in medicina di fare danni incalcolabili. Sta accadendo anche in altri campi, come per esempio la cardioradiologia: tenere i cardiologi lontani da macchine sofisticate di cui ignorano anche l’esistenza del pulsante di accensione è molto difficile, e ci vogliono leadership molto forti per tenere saldi i paletti. Perché il secondo corno è molto più critico del primo: il problema non è avere un dubbio clinico e risolverlo con l’ecografia fatta in casa, come pretenderebbero persino alcuni medici di medicina generale. Il punto è avere una cultura dell’imaging: ossia la capacità di prendere in carico un paziente con un dato quadro clinico e usare tutte le metodiche di imaging a disposizione per arrivare a una diagnosi finale. E questo può farlo solo il radiologo: nessun altro specialista possiede il background necessario. Il pneumologo che guarda la lastra del torace; il chirurgo che prima dell’intervento si studia la tac; il cardiologo che partecipa all’esecuzione della cardio-RM: tutti, ma proprio tutti, ci capiscono poco o niente. A volte abbiamo difficoltà interpretative noi radiologi, che con questa roba ci passiamo la vita: figuratevi uno che fa un altro mestiere. C’è però una condizione imprescindibile alla base di questo mio ragionamento: il radiologo deve essere aggiornato e competente; per usare un termine molto in voga in questo periodo, deve essere un radiologo clinico. Il radiologo ignorante ha la stessa valenza, con rispetto parlando, del tecnico di radiologia: uno che produce immagini, magari le commenta, ma che non produce diagnosi. Questo non vuol dire che la medicina debba essere a compartimenti stagni: anzi, il contrario; è l’unica strada che i medici possono percorrere per non soccombere. Bisogna discutere, sfumare i limiti delle varie discipline il più possibile. Quello che resta inaccettabile, tuttavia, è che un pazzo si metta a fare ecografie senza avere l’esperienza, l’occhio e la competenza tecnica. Altrimenti, come è successo pochi giorni fa nel mio ospedale, si scambia una cisti da echinococco del fegato per una colecisti piena di fango biliare; e potrei andare avanti all’infinito, con questa aneddotica della scarsa perizia e poca prudenza. Qualcuno, sempre in ambito universitario, parla della radiologia come di una disciplina in crisi: io invece trovo che non sia mai stata così vitale e piena di prospettive. Talmente vitale che nei posti in cui la radiologia viene fatta seriamente, e purtroppo non sono molti, è il radiologo che sconfina nei campi del clinico e non viceversa. Posso garantire che nel mio ospedale  difficilmente un clinico mette mano alla terapia, medica o chirurgica, se non ha il conforto del radiologo. Però ci vogliono radiologi con le palle, se mi scusate il cattivo francese.

Mauro: Per non parlare poi di qualche medico mi chiede “cosa ti piacerebbe?” -Radiologia- “ah..beh ma poi perdi tutta la farmacologia; mica curi i pazienti. E le Tac le sa leggere anche lo specialista che le chiede.

Perdi tutta la farmacologia? E i mezzi di contrasto cosa sono, succo di frutta? E la radiologia interventistica? Tutte le procedure vascolari, biliari, urologiche, che sono di fatto procedure terapeutiche che mette in atto il radiologo? E i drenaggi TC-guidati di raccolte ascessuali in giro per il corpo? Il problema è che a parlare spesso sono proprio gli ignoranti: gli stessi che sostengono di saper leggere le Tac che hanno richiesto, e poi non ci capiscono una beneamata mazza. La radiologia è andata avanti, negli ultimi 10 anni, alla velocità della luce; invece chi ne parla spesso va ancora in giro in 500. Quella vecchia.

Alla fine, la risposta più giusta la da’ proprio Mauro nella sua mail; quando dice: La radiologia mi ha sempre affascinato. Mi affascina l’idea del Medico che sa interpretare le immagini di ogni singolo meandro del corpo, mi piace l’idea del Medico che tramite il suo referto possa determinare una ben precisa terapia. Mi piace l’idea del Medico che sulla base della “immagine” sappia avanzare un sospetto, una ipotesi diagnostica. Mi affascina la vastissima preparazione che questa specialità può offrire se fatta bene.

Direi che Mauro ha già capito tutto. Molto meglio di tanti altri che parlano, e non sanno neanche bene di cosa.

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